Innanzitutto, in apertura, mi viene da pensare alla frase di Shakespeare: “Noi pochi, noi felici pochi, manipolo di fratelli”. Non ci devono spaventare i numeri, sappiamo che la storia non si fa con i grandi numeri, non si fa con le forze della quantità, ma con le forze della qualità.

Visto che parleremo di Mistica, dovremo ricordarci che il giorno successivo alla morte di nostro Signore, la Chiesa era costituita neanche da dodici, ma da undici apostoli. Un numero veramente esiguo per quello che poi è stato lo sviluppo del cristianesimo e la diffusione della Chiesa su tutta la terra.
Visto che parleremo di Mistica, di mistica fascista, quindi di una mistica politica e che pure è legata alla tradizione della religione cattolica, mi sembra assolutamente necessario, in maniera quasi preambolare rispetto a quelli che saranno gli interventi di Agostino Sanfratello e Giuseppe Provenzale, affrontare immediatamente un tema, che è quello della crisi della Chiesa di oggi e di come noi, quindi, possiamo e dobbiamo cercare di fronteggiare questa crisi, in un certo senso ponendoci quasi in antagonismo rispetto a quelli che sono i pastori stessi.

Il tema non è facile e non ho una soluzione certa da darvi, proprio perché la crisi della Chiesa, che riguarda la crisi dell’autorità nella Chiesa, la crisi dell’autorità nelle persone che ricoprono il ruolo di pastori, fa sì che, mancando l’autorità, nessuna risposta possa avere il sigillo, la certezza di essere definitiva. Noi qui tutti siamo laici, facciamo parte di quella che un tempo si chiamava la “Chiesa discente”, ossia la Chiesa che impara, e quindi dovendo in teoria essere limitati alla funzione di ascoltatori di quello che è il messaggio della Chiesa, non dovremmo essere chiamati a dare delle risposte di questo tipo: è come pretendere da un figlio che educhi il padre. Noi siamo all’interno della Chiesa, in quanto laici, le pecore e oggi siamo chiamati a difendere i pastori.

Una situazione del tutto disomogenea, disarmonica, estremamente scomoda e difficile. Volendo affrontare brevemente questo tema, in modo da poter mettere le premesse per le quali possiamo sviluppare un sentimento mistico che resti cattolico anche in questi giorni, la prima cosa a cui pensare per dare anche un messaggio di speranza è che la crisi della Chiesa era inscritta nella stessa divina rivelazione. Noi sappiamo che la divina rivelazione è formata dalle Scritture, dai libri dell’Antico e Nuovo Testamento, e dalla Tradizione, dagli insegnamenti non scritti lasciati da nostro Signore agli apostoli.
Nel Nuovo Testamento, negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di San Paolo, è presente un caso molto particolare, ovvero una defezione di San Pietro, successiva al conferimento che ebbe da nostro Signore di fungere da pietra su cui fondare tutta la Chiesa; nella predicazione dopo la resurrezione, San Pietro cadde nell’errore di continuare a predicare la necessità dei riti giudaizzanti, dei riti prescritti dalla legge antica mosaica, dall’Antico Testamento. Questo errore, che può sembrare un fatto meramente formale, è un fatto essenziale, perché, se si fosse affermato, avrebbe sminuito la portata della rivelazione e ridotto la Chiesa ad una sorta di setta ebraica, mentre ovviamente il giudaismo antico è venuto a mancare con la rivelazione e il compimento della legge di nostro Signore. Contro questo errore si scagliò San Paolo, e appunto nella sua predicazione è rimasta famosa l’insistenza sulla revocazione della legge antica a favore della legge nuova annunciata da nostro Signore, e disse: “Io resistetti a Pietro a viso aperto”.

San Tommaso d’Aquino, massimo maestro della Chiesa cattolica, commenta questo fatto dandogli una portata universale, così come sono portata universale tutte le parole delle Sacre Scritture: ovvero, dice che quell’errore di Pietro non era casuale, ma previsto dalla Divina Provvidenza, che non dispone nulla per caso e che predisponendo quell’errore di Pietro voleva che esso venisse scritto nel Nuovo Testamento e lasciasse un messaggio a tutti i cristiani futuri. Il messaggio, interpreta San Tommaso d’Aquino, è un richiamo all’umiltà dei pastori, che non sono proprietari ma servi della dottrina della Chiesa e hanno la loro infallibilità, la loro autorità solo se decidono di essere veramente servi autentici di questa dottrina; così, Tommaso richiama anche non solo il diritto, ma il dovere dei fedeli di opporsi ad eventuali sviamenti da quello che è il servizio fedele della verità rivelata da Cristo.

Fatta questa premessa, è evidente che noi viviamo tempi di questo tipo, in cui l’errore presente nella Chiesa non solo viene perpetrato in maniera quasi accidentale, come nel caso di Pietro, ma è sistematico. San Pietro, dopo il richiamo di San Paolo – che pure era un suo inferiore, San Pietro aveva ricevuto da nostro Signore l’incarico di guidare la Chiesa, non era un Papa qualunque, è il Papa per eccellenza, come tutti sappiamo – decide, dando segno di grande umiltà, grande saggezza e grande fede, di ritornare sui propri passi e rinunciare all’errore.

La drammaticità della crisi della Chiesa nei nostri giorni è che questa abiura dell’errore non viene minimamente presa in considerazione dalle autorità, dai vescovi e in parte anche dal Papa stesso. Quindi noi viviamo una situazione drammatica in cui, pur inferiori, siamo chiamati a correggere  i superiori, di fronte ad una situazione in cui i superiori sembrano non avere neanche i mezzi per intendere quale sia la correzione che si cerca di fare.

In estrema sintesi – visto che qui appunto siamo chiamati a parlare di mistica più che di politica, ovvero di ciò che va al di là ed oltre la politica e che viene prima della politica e vista la drammaticità di questo stato d’animo in cui perennemente viviamo: dover difendere un’autorità che ci è contraria – vorrei dare solo un suggerimento di quello che possa essere uno stato d’animo favorevole alla crescita di un sentimento mistico in questi tempi in cui la mistica stessa, la spiritualità vera cattolica viene rigettata da chi dovrebbe difenderla.

È un suggerimento ad adottare un animo conservativo, anche se il termine non è felicissimo, vorrei dire quasi passivo. Nell’attività politica, nelle attività mondane, noi tutti siamo chiamati, abbiamo quasi il dovere di essere attivi, di lanciarci nel mondo, fare attività politica, militanza e propaganda, diciamo banalmente anche a “fare cose”. Nella battaglia, invece, che è propriamente dello spirito, questo atteggiamento potrebbe rischiare di essere deleterio, proprio perché nella lotta mistica non si tratta di fare cose, completare azioni… in primo luogo, noi dobbiamo cercare di conservare un messaggio che non è nostro – un messaggio soprannaturale, ultraterreno che nel mondo di oggi, a causa degli umori del mondo, dell’assenza dell’autorità, l’assenza della predicazione di questo messaggio diventa quasi impossibile da udire, quasi impossibile da comprendere e fare proprio – quindi a mio avviso il preambolo necessario per lo sviluppo di un vero spirito mistico è quello di saper maturare un animo, un atteggiamento conservativo. Cercare di porre dei limiti a quelle che possono essere le divagazioni del nostro spirito, cercare di far sì che il nostro spirito ritorni alle origini, in fondo dobbiamo agire in maniera contraria allo spirito di quello che viene definito essere lo spirito della Chiesa di oggi, la Chiesa appunto della crisi.

Per definire in maniera chiara questo spirito e poter quindi agire in maniera contraria mi appellerei banalmente ad un’espressione divenuta celebre con Papa Francesco, celebre ma infausta ovviamente, in cui il Papa all’inizio del suo pontificato ebbe a dire che lui voleva “una Chiesa in uscita”, una Chiesa aperta che uscisse da se stessa per recarsi verso il mondo, per apprendere dal mondo, dalla mondanità, dallo spirito mondano, dal pensiero che, se chiamato “libero”, è chiamato così perché appunto svincolato da tutto ciò che è ultraterreno, da tutto ciò che non viene compreso, non viene prodotto dallo spirito umano, a partire dall’uomo stesso. Quindi, sostanzialmente, una Chiesa assurda, perché si fonda su un principio diverso da quello che dovrebbe fondare il credo della Chiesa, ovvero Dio. Il mondo moderno s’è fondato sull’uomo e non su Dio ed è assurdo pensare che la Chiesa si possa fondare su un incontro con il mondo, quando la Chiesa è fondata da Dio e su Dio.

Il messaggio di Papa Francesco, però, sottintende proprio questo. Lui ha detto: la Chiesa deve essere in uscita e andare incontro al mondo. Ora, la parola greca apostasìa significa esattamente questo: uscire da, allontanarsi da; l’apostasi letteralmente significa uscire dalla Chiesa, allontanarsi da Dio per recarsi in altri luoghi. Io non penso che Papa Francesco abbia pronunciato questa parola avendone la cognizione dell’etimologia, tuttavia resta il fatto materiale che si esprime usando termini letteralmente apostatizzanti; crede, quindi, suggerisce che la Chiesa debba uscire da se stessa e andare incontro al mondo, che è l’operazione inversa rispetto a quello che ha fatto sempre la Chiesa ed è l’operazione inversa a quest’ultima a cui dobbiamo cercare di tendere noi tutti.

Se noi pensiamo anche all’arte, alla storia dell’arte che è la concretizzazione materiale di uno spirito universale, penso banalmente al colonnato di San Pietro, cosa rappresenta quella costruzione artistica? Il propendersi della Chiesa da se stessa verso il mondo, ma per conquistarlo.
L’abbraccio del colonnato di San Pietro è una conquista del mondo circostante, un appropriarsi del mondo, un accogliere quel mondo nel proprio seno, non un’apertura della Chiesa al mondo, una concessione del tesoro della Chiesa al mondo, è l’esatto opposto. Infatti, quel colonnato segna quasi un confine tra quello che è il mondo della piazza, della Basilica, e il mondo circostante. Segna un confine, un muro, un recinto – un tempo nelle chiese, l’area dell’altare era appunto recintata, al momento dell’elevazione eucaristica veniva anche chiusa, si vede nei riti tradizionali per chi vi assiste, con un cancelletto fisico, che significava la separazione del mondo del sacro da quello mondano (la parola “sacro”, da cui viene la parola “sacerdote”, deriva dal Latino “sacere” che vuol dire “separare”); ovvero, la Chiesa ha sempre conquistato il mondo separandosi da esso, ritornando all’origine del proprio messaggio, facendosi forte di questo messaggio, propagava il proprio essere conquistando l’essere del mondo, sostanzialmente facendo sì che l’essere proprio del mondo venisse meno e venisse soppiantato dall’essere della Chiesa.

Quando la Chiesa era cosciente di questo era il momento in cui si moltiplicavano le vocazioni, gli ordini religiosi, le missioni, partivano i missionari verso le terre degli infedeli, si faceva quella che si chiamava la propaganda della fede, ovvero si compiva nei fatti quell’apertura al mondo che i pastori di oggi predicano ma non possono realizzare. Ciò quindi si verificava proprio in quei tempi che oggi i detrattori della Chiesa, e gli uomini di Chiesa modernisti, descrivevano come tempi in cui la Chiesa era chiusa. Paradossale che quella Chiesa chiusa fosse, però, capace di andare fino agli estremi confini della terra, mandare i missionari in terre sconosciute ad esplorare le foreste più ignote, per conquistare il mondo a quello che era, che è e sarà sempre il verbo della Chiesa. Questa operazione di uscita della Chiesa e quanto la Chiesa si è messa a fare dal Concilio Vaticano II, come ha detto in maniera molto chiara e cristallina Papa Francesco, è il modus operandi dei pastori di oggi.

Io non ho risposte certe sulla modalità con cui possiamo affrontare un vescovo nel momento in cui questi manchi alla propria missione, posso solo suggerire che lo stato d’animo preambolare necessario, precedente allo sviluppo di un vero spirito mistico, deve essere un animo che ritorni alle origini, che sappia porre un confine tra ciò che è sacro e ciò che non è sacro. Anche la mistica fascista a suo tempo causava delle polemiche, perché si temeva che si santificasse la politica, che è un aspetto mondano della vita dell’uomo. Non entro nella questione, perché ovviamente le polemiche erano anche ingenerose, però è questo il punto: saper distinguere ciò che è sacro, ciò che è da conservare, da ciò che non lo è, saper distinguere il messaggio della Chiesa da ciò che è il messaggio della persona Bergoglio o della persona vescovo tal dei tali, che diffonde un messaggio che non è quello della Chiesa, ma di un uomo e non il messaggio della verità rivelata da nostro Signore, essere predisposti a fare quest’opera di costante distinzione, di separazione.

Un’ultima considerazione, prima di lasciare la parola agli altri relatori, sempre pensando alla storia dell’arte: abbiamo una guida, un esempio, una creatura che ha saputo compiere perfettamente questa operazione di conservazione che è, ovviamente, la Beata Vergine Maria. In tutta la storia dell’arte, molto spesso le raffigurazioni della Vergine, soprattutto nel momento dell’Annunciazione, sono fatte raffigurandola o all’interno di un giardino o all’interno della sua casa, ma con una finestra aperta su un giardino. In genere, gli artisti raffiguravano questo giardino come chiuso, recintato, separato dal resto del mondo.
Nel linguaggio mistico, nella rivelazione, nella Sacra Scrittura, il giardino, luogo delimitato e chiuso – oggi i nostri detrattori direbbero un mondo privo di ponti, costruito sui muri e non sui ponti, un giardino però è questo, non si può fare senza una recinzione, è la separazione di un luogo da un altro luogo – e la Vergine stessa, pure nella concretezza materiale della sua verginità fisica, è sempre stata esempio e realtà concreta della perfezione di questo essere giardino, realtà in sé chiusa, realtà appunto costruita sul muro e non sul ponte, realtà che sa accogliere la vita e creare la vita perché si chiude al mondo, rinuncia al mondo per fare proprio un messaggio che è superiore al mondo, che non viene dal mondo, che è separato dal mondo e che non va contaminato con le cose del mondo, ma che poi, una volta creato questo messaggio come fece nostro Signore con la croce, sa predicare al mondo, sa conquistare il mondo, sa fare proprio il resto del mondo, ma, prima del mistero della redenzione, della morte in croce, nostro Signore ha dovuto compiere il mistero precedente dell’Incarnazione: entrare, nascere e vivere all’interno del seno di Maria, di questa realtà purissima perché chiusa. Quindi il mio messaggio, il mio suggerimento prima degli altri interventi, è tutto qua: predisponiamo i nostri animi, i nostri spiriti ad essere delle realtà chiuse, cosa assurda per il mondo di oggi che predica la libertà assoluta di pensiero, la bellezza di fare esperienze, la libertà assoluta dell’animo. Ciò si declina anche nelle maniere più rozze e banali: viene per esempio costantemente esaltata la bellezza del compiere viaggi, esperienze all’estero, lo studente che non compie un’esperienza all’estero viene denigrato quasi fosse un minus habens. Il mondo di oggi vive di questa propensione all’apertura assoluta, all’essere senza confini, a voler costruire una realtà umana, sociale, politica, spirituale senza confini, senza muri, costruita sull’immagine grottesca e banale del mondo dei ponti).

Ecco, noi cerchiamo di pensare che invece la perfezione della creazione si è fatta in Maria, che è stata nella sua vita, nel suo corpo, nel suo spirito un giardino, un universo chiuso, un universo fondato su delle barriere, dei limiti, sostanzialmente un mondo fondato sull’essere muro e non sull’essere ponte.