La questione del verdetto di secondo grado in capo al sottufficiale di Marina, Antonio Ciontoli, che ha provocato la morte del giovane Marco Vannini, disgusta.

Il senso di disgusto è generato da un episodio che vede scandalosamente coinvolto un soldato (se si può definire tale) sia in un incidente imputabile alla sua imperizia, imprudenza, negligenza, sia in una reiterata, insulsa e mortifera menzogna, con la quale, oltre ad aver probabilmente determinato la morte di un ragazzo, ha sicuramente  insozzato l’onore militare.

Un sottufficiale che, per scherzare, punta un’arma addosso a un ragazzo!? Ma che razza di sottufficiale è?

Un sottufficiale che scarrella l’arma e non si rende conto che così facendo porta il colpo in canna!? Praticamente un deficiente.

Un sottufficiale che dopo essersi reso conto di aver sparato a bruciapelo a un ragazzo, cincischia e non chiama subito l’ambulanza, specificando in preda alla disperazione «uomo a terra, colpito al torace con arma da fuoco»!? Incredibile se non fosse purtroppo vero.

Un sottufficiale che chiede al medico di turno se è possibile soprassedere sulla presenza del foro del proiettile!? È così disonestamente idiota che, nella tragedia, riesce a coprirsi anche di ridicolo… in gergo si dice “si è cagato in mano e si è dato degli schiaffi”.

Chiedo venia per gli epiteti accusatori e per le espressioni colorite, ma in un caso simile non ce la faccio, non riesco proprio ad esprimermi diversamente.

Sia chiaro, il famigerato «momento del coglione» può capitare a tutti (lo determinano la distrazione, lo stress, la fatica fisica, la preoccupazione che distoglie) e sicuramente è capitato a molti, anche al sottoscritto, ma raramente produce incidenti maggiori o, almeno, produce incidenti maggiori quando il «momento del coglione» ce l’ha uno che per costituzione è un coglione.

In questo caso non si tratta solo del momento del coglione, e non si tratta solo di incidente maggiore, si tratta anche e soprattutto di comportamenti menzogneri reiterati mirati a salvare se stesso e il proprio posto di lavoro che qualificano un uomo per quello che è.

Mi metto nei panni di un Ciontoli qualsiasi a cui è venuto il «momento del coglione» e gli parte un colpo che trapassa braccio e fianco del torace del fidanzato della figlia. Non ho dubbi, mi sarei precipitato al telefono e, urlando in maniera disperata, avrei reiteratamente sollecitato l’intervento dell’ambulanza specificando che si tratta di grave ferita da arma da fuoco. Dopodiché… dopodiché mi sarei messo sotto il tavolo a piangere il mio dolore e la mia colpa e a pregare Dio affinché salvasse quel ragazzo, altro che «colpo di vento», «è nel panico» «una puntura di pettine» e altre cazzate degne del peggior idiota di questa terra.  

Analogo senso di disgusto, pur se profondamente diverso dal primo, lo fa insorgere la mitezza della sentenza (che ha di fatto ignorato le reiterate e vergognose menzogne proferite dal Ciontoli e che hanno determinato il mortale ritardo dei soccorsi), ma anche il modus di enunciare quella sentenza da parte di chi è deputato a declamarla «in nome del popolo italiano» e che, a fronte del prevedibile mugugno di protesta degli astanti, ha pensato bene di gestire la situazione abbandonandosi a uno scatto di nervosismo conclusosi con una frase sibillina e fuori luogo (uso un eufemismo), tipo: «… andate a fare una passeggiata a Perugia». Un comportamento idoneo più a una servetta al mercato che a un giudice in un tribunale; un comportamento che oltraggia il prefisso «magis» della funzione di magistrato e che rimanda, o piuttosto dovrebbe rimandare inequivocabilmente alla dignità e al carisma.

Imputato e magistrato, entrambi, per ragioni differenti,  inqualificabili.

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