Ma cos’è questa fregola tutta moderna di andare per forza d’accordo con tutti e che ci spinge ad esperire tutte le vie, anche quelle invertite, per realizzare un sincretismo spirituale omologante e che si riassume nelle più basse banalità perfettamente espresse nella canzone Imagine del beatle Lennon, che, ben probabilmente in preda ai fumi dell’LSD, propone il più nauseante piattume «no religions to»? Con buona pace per la più bella speculazione dell’intelletto che ha segnato la storia, almeno dai tempi della Teogonia e su fino a Sant’Agostino, Severino Boezio, San Tommaso d’Aquino, San Francesco, ma anche Avicenna, Averroé, Al Ghazali. E che dire di Lao-Tzu, Siddhartha, Confucio e il Bhagavad Gita sacro all’induismo, e altri pensatori e testi sacri che, appartenendo essi ad un mondo lontano dal mio, non cito in quanto da me particolarmente conosciuti, ma in quanto figure esistite che hanno tentato di dare una spiegazione al mistero che ci avvolge dalla nascita alla morte.  

Ma da dove arriva quel controsenso che si sta imponendo nella mente di molti per cui: siamo tutti uguali e per di più crediamo nello stesso Dio?

NO! Fortunatamente non siamo uguali, Iddio non ci ha voluti così e non crediamo nello stesso Dio, o almeno non lo percepiamo in maniera uguale, perché Dio per me è sicuramente cattolico, mentre per i musulmani Dio è islamico, per gli ebrei è ebreo e per i buddisti Dio manco esiste, perché si identifica con la dissoluzione.

È innegabile che le tre religioni monoteiste, di fatto, abbiano un’idea di Dio profondamente diversa l’una dall’altra o, piuttosto, l’Islam e l’ebraismo abbiano in comune gran parte dell’idea di Dio, che è  profondamente diversa da quella che ne ha il cristianesimo.

E insistere a dire che Dio (che l’uomo immagina e sente nelle proprie viscere, del quale si sforza di percepirne la presenza e che esprime con le proprie tradizioni) in fondo è la stessa entità creduta nelle diverse religioni, è una menzogna, una perniciosa menzogna che spinge le religioni a farsi o pecora o leone.

Il mistero che sottende Dio, parafrasando  la strofa della canzone di Battisti che diceva «lo scopriremo solo vivendo», io dico che lo scopriremo solo morendo perché, come ha affermato in una sua omelia il Vescovo di Algeri, Monsignor Theyssier, «nessuno in vita è giunto al dunque della creazione perché vi giunge solo dopo la propria morte», ma nel frattempo qui, su questa terra, io non ho nessuna intenzione di meticciare (absint iniuria verbis… lo specifico ad uso e consumo dei professionisti dell’antirazzismo) la mia spiritualità con quella di altri, e meno ancora ce l’hanno i musulmani e gli ebrei, custodi spesso fanatici, o quanto meno sopra le righe, della loro idea di Dio.

Lo ripeto: per me Dio è cattolico e l’idea che ho di Dio è profondamente diversa dal mio amico che professa il primato di Mohammad.

Non ho nessuna preclusione a mangiare il couscous con un musulmano e a disquisire con lui di spiritualità. Le numerose conversazioni che ho avuto (e che continuo ad avere) con gli amici musulmani sempre hanno arricchito me e loro per il semplice fatto che  entrambi, confermando l’un l’altro la nostra fede, l’abbiamo arricchita oltre che consolidata e sempre ci siamo salutati ripromettendoci di rinverdire queste conversazioni, ma sempre ci siamo lasciati (e sempre, in pace, ci lasceremo), con il nostro proprio Dio, io con quello di Cristo (che è la sua parola inveratasi nella carne) e loro con quello del profeta Mohammad (il Rasul-Allah, il messaggero di Dio), un Dio profondamente diverso in forza della profonda differenza tra Cristo e Mohammad.

Ma soprattutto non ho nessuna intenzione di svendere una benché minima parte della mia spiritualità per cercare un punto d’incontro, ed è bene che anche il musulmano faccia così (a dire il vero, il musulmano è fortemente orientato a fare così e, buon per lui, così fa!) perché solo così porteremo rispetto a Dio e solo così eviteremo pericolosi fraintendimenti suscettibili di inserire nella spiritualità che ci è propria il pericoloso tarlo del dubbio fine a se stesso, che fatalmente porta alla «cupio dissolvi». Una malattia che ha colpito i cristiani da quando hanno confuso la testimonianza evangelica con la ricerca del sincretismo spirituale; già in piena epoca scolastica qualcuno si era accorto del pericolo di un sincretismo con il pensiero di Averroé e aveva ammonito: «evanuerunt in cogitationibus suis».

Mi consta che San Francesco non sia andato a trovare l’emiro Al Kamil per negoziare un sincretismo tra Cristo e Mohammad, ma per dire all’Emiro musulmano che Cristo, e solo lui, è la verità. E gli è anche andata bene, perché Al Kamil era un «tifoso» dei mistici Sufi e riteneva che in fondo San Francesco fosse uno di loro… per molto meno qualcuno ci ha rimesso la testa.

Siamo diversi, fortunatamente siamo diversi. Lo volete capire? La percezione che io ho di Dio e, a cascata, di quello che io intendo per «persona umana», è profondamente diversa dall’idea che ne ha il musulmano o l’ebreo o il buddista o l’animista.

Le tre principali religioni monoteiste hanno una sola cosa in comune: il monoteismo.

Il nostro Dio (che è quello vero), ossia la Santissima Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo), è profondamente diverso da quello immaginato dai musulmani e dagli ebrei, per cui accettiamola e rispettiamola questa diversità. E soprattutto difendiamola!

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