Venerdì 7 settembre si è tenuto l’ultimo concerto degli Ennessepì, storica formazione di musica alternativa originaria di Roma. Da fan, non potevo perdere l’occasione di ascoltare da vivo il loro rock esuberante, con liriche ispirate che spaziano dalla nostalgia all’irredentismo.

A concerto finito, mi sono trattenuto fuori dal locale con il cantante Andrea Petrucci per scambiare quattro chiacchiere (che con fare serioso chiameremo “intervista”) sullo scoppiettante decennio che ha visto gli Ennessepì calcare la scena.

Innanzitutto Andrea, avete detto che qui (Ego Club di Roma, ndr) tutto è partito e qui è dovuto tutto partire. Ci troviamo nel Quartiere africano, un luogo d’importanza notevole per la storia dell’Area romana. Vuoi riassumermi la vostra storia?

Siamo nati nel 2007, anche se suonavamo già dal 2006. Ci ha uniti la voglia di mettere in musica le nostre aspettative, i nostri sogni, le nostre battaglie. Penso tutto ciò che possa muovere chiunque nell’ambiente ad imbracciare chitarra e microfono. Eravamo l’espressione di una comunità militante, il NES, e abbiamo deciso attraverso la musica di veicolare ideali e visioni per raggiungere corde che facendo qualsiasi attività diversa dall’artistica non raggiungi. Qualche canzone alla fine è stata più fortunata e forse ha persino raggiunto persone aldilà del nostro ambiente e ne siamo profondamente felici.

Infatti ascoltando il vostro repertorio mi ha sempre colpito, oltre alla capacità di riferirsi con allegra versatilità alla storia dell’Area, la ricchezza di citazioni che sono segno di una forte formazione politica.
Da José Antonio Primo de Rivera a Evita Perón, esprimete una passione tangibile per un racconto che in fondo va avanti da settant’anni.  
Quali sono in tal senso i vostri riferimenti più grandi?

I nostri riferimenti sono gli stessi che hanno toccati migliaia di ragazzi nell’Area. Evita Perón è uno di quelli conosciuti ma non apprezzati quanto dovrebbe essere. Per noi è un personaggio fondamentale, quello che più ha incarnato in Sudamerica la lotta per la giustizia sociale, di un’attualità sconvolgente nonostante siano fatti di oltre sessant’anni fa. Noi abbiamo approfondito questa figura: studiando Evita, parlando di Evita non potevamo che dedicarle Renuncio.
LMA
è invece un omaggio alla musica alternativa, che è quella che sostanzialmente ci ha spinto a decidere di suonare, perché tutti noi, ad ogni età, abbiamo sempre tenuto in auto un cd dei 270bis, degli Hobbit, della Compagnia dell’Anello, degli Zetazeroalfa, degli Amici del Vento o degli ZPM. Siamo cresciuti con questo retaggio musicale e volevamo rendergli onore.

Posso chiederti qual è la tua canzone preferita tra quelle che avete inciso?

Il mio brano preferito è 53, perché racconta una storia drammaticamente italiana, che come tutte le grandi storie è dimenticata in questo paese. Siamo un paese che non celebra la vittoria nella Prima guerra mondiale, un paese che celebra invece in pompa magna una sconfitta. Quella di Trieste è una vicenda che non esiste al di fuori di questo ambiente, a scuola nemmeno se ne parla, perché non fa parte del repertorio culturale istituzionale.
Noi con questa canzone abbiamo voluto allora omaggiare quei ragazzi che sono tornarti a riprendersi casa loro, a riprendere un pezzo d’Italia e, come dicevo sul palco, ce ne sarebbero ben altre terre da riprendersi (ride, ndr), ma ci stiamo lavorando.

Avete suonato anche due canzoni di Massimo Morsello.

Sì, quello ammetto essere motivato da un legame personale con l’opera di Massimo. Sono brani a cui sono affezionato, oltre ad essere affezionato alla figura di Massimo Morsello in sé, artista capace di creare quella che reputo essere la migliore musica partorita da questo ambiente.
È un cantautore italiano tra i più bravi in assoluto, secondo me alla stregua di un De Andrè, di un Battisti, di un Francesco De Gregori, infatti è chiamato il De Gregori nero.
Forse è tra i pochi autori di musica alternativa che mi ha lasciato dei segni dentro e per questo mi ha sempre fatto piacere rendergli omaggio con questi due brani che hanno avuto un grosso impatto su di me.
Ammetto di aver imposto io al gruppo di farli anche questa sera, perché non potevano non essere suonati in una data così importante per noi.

Ne approfitto per togliermi un’antica curiosità: mi racconti il dietro le quinte del vostro brano disconosciuto, Tierra y Libertad?

(Ride, ndr) Guarda, non capisco come quella canzone possa anche solo essere reperibile. La registrazione che si trova su YouTube non l’abbiamo caricata noi, non so nemmeno come ci sia finita. È una registrazione di uno dei primissimi concerti che tenemmo, l’abbiamo suonata dal vivo praticamente solo quella volta e non si sa per quale motivo qualcuno l’ha registrata e l’ha messa online.
È una canzone scritta dal nostro batterista in preda a deliri di Fascismo immenso e rosso, nazimaoismo, in pratica stava parecchio incastrato col cervello e ha voluto rendere omaggio a Emiliano Zapata. Io personalmente ero totalmente in disaccordo (ride, ndr), non è una figura che mi sta particolarmente a cuore.  
Nel brano si tira in mezzo Primo de Rivera, molti di quelli che sono i nostri punti di riferimento, ma all’interno di una canzone dedicata a Zapata.
Abbiamo deciso ad un certo punto di toglierla dal nostro repertorio perché era difficile spiegarla ad un ambiente che giustamente non comprendeva perché avessimo fatto una canzone su Zapata (ride, ndr).

Ultima domanda, Andrea: questo è il vostro ultimo concerto, ma è anche l’addio definitivo degli Ennessepì?

Lo è, per un semplice motivo. Per vicissitudini personali, il fatto che molti dei membri vivono fuori Roma (io a Milano, un altro a Firenze) diventa difficile potersi incontrare, creare musica e provare. Ci troviamo in difficoltà anche quando arrivano inviti a suonare a concerti e manifestazioni, sopratutto d’estate, perché ovviamente mettere insieme sei persone con stili di vita completamente diversi, di oltre 30 anni, diventa davvero impossibile.
Abbiamo deciso di chiudere così, in un luogo e un giorno significativo, perché non aveva più senso fare altrimenti.
Gli Ennessepì non avevano più sbocchi se non una volta all’anno a Castrum dove ci ritrovavamo puntualmente a suonare.

Ci private anche della speranza, che so, di un’EP per il Ventennale? In fondo siete stati un progetto di gran vaglio per composizione, testi ed anche (ora posso dirlo) resa dal vivo.

Tutto può essere. Però almeno 11 anni di Ennessepì finiscono qui. Lasciamo certamente una bella eredità, come hai potuto vedere stasera con i Senza Nome, che raccolgono il nostro testimone e in cui personalmente mi rivedo molto. Secondo me quei ragazzi faranno strada. Comunque non posso negare che delle fantasie in testa le abbiamo, quindi chissà che in futuro possa tornare qualcosa con il marchio Ennessepì.

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