Suscita un inaspettato interesse sul panorama artistico italiano, l’uscita de Il Primo Re, pellicola dedicata alla narrazione di una ricostruzione crudamente verosimile degli eventi protostorici che portarono alla fondazione di Roma.

Crudamente realistica in quanto, in noncuranza del mito moderno e rousseauviano del “buon selvaggio”, la condizione della vita umana pre-civile è messa in scena con tutta la ferocia implicita dalle logiche della legge del più forte e dell’istinto di sopravvivenza.

Lungi dall’essere derubricabile, come per bocca dell’ineffabile Furio Colombo attraverso un articolo polemico intitolato “Il Primo Re fonda Roma e il Fascismo” (e chissà poi che il titolo non sia così infelice), alla semplice storia di un “gruppo di uomini nudi che si massacrano senza sosta […] C’è sangue e fuoco e fango (fango di guerra, forse premonizione della trincea di tanti secoli dopo) e questi uomini del primo re non hanno altro che i corpi (di idee non se ne parla) per offendere o per vincere, consacrando la vittoria con l’estrazione e il pasto di viscere del nemico” , in fondo il film è esattamente l’opposto di quanto descritto così superficialmente dall’ex-direttore dell’Unità, ovvero non una storia di corpi ma una storia di idee, anzi, di un’idea.

L’idea è quella che è posseduta da Romolo e non dal fratello Remo, che, perciò, in questa mancanza, passati 28 secoli e dismessa la mazza chiodata della violenza e afferrata la penna stilografica dell’arroganza, è oggi accomunato a tutti i Furio Colombo di questo mondo.

L’idea, il senso proprio del mito dei gemelli e del relativo fratricidio, idea storicamente attendibile e limpidamente inscenata, è che per costruire una comunità, per costruire una civiltà, non possa essere sufficiente la forza materiale né il mero genio individuale.

Remo vittorioso, forte, dominatore, perde il consenso della sua piccola tribù, fallisce la possibilità di farsi stabilmente re perché a questo minimo agglomerato umano non è in grado di dare una norma, una legge, un punto superiore che sia più in alto a sé stesso, alla potenza del suo braccio, al vincolo del suo sangue.

Chiaramente il punto di svolta del film è il dialogo tra il Remo trionfatore e la vestale, custode del fuoco del “divus”, che gli annuncia il volere imperscrutabile per il quale un re sorgerà solo dal versamento di un sangue fratricida.

All’atroce profezia la reazione è quella della violenta ribellione: l’oltraggio alla sacra vestale e al suo fuoco, un susseguirsi di empie parole volte ad instaurare l’autosufficienza dell’umano rispetto al divino:questa sarà la nostra vittoria contro gli dei”, “non v’è alcun dio in quel fuoco”, “io sarò il mio dio”, “ecco il fuoco tuo dio” (riferito non all’unica fiamma sacra della vestale, ma al fuoco qualunque di una torcia, impiegato per ardere e devastare capanne).

Ecco quindi, però, che in Romolo, oltre il corpo e la prepotenza materiale di Remo, sorge un’idea: che dalle sue ceneri si riattizzi il fuoco sacro, che una vergine venga nuovamente consacrata vestale, che torni la devozione al divino.

Devozione al divino ingenua e primitiva, com’è naturale che sia tra le genti ingenue e primitive, che pure appare tanto connaturata all’uomo da suggerirgli, almeno in quell’epoca semplice e arcaica, di riscontrare la pervasiva presenza di una realtà spirituale all’interno della natura, di percepire continuamente tutto il mondo come un mondo di segni, di collegamenti con una realtà non afferrabile con le mere funzioni materiali dei sensi.

È perciò attorno a Romolo, giustificato dalla sua devozione più che dalla sua potenza, che si aggrega la piccola comunità. È la presenza di un sacro ciò che unisce, è dalla fiamma della religione che nasce la civiltà.

È poi magistralmente reso il senso proprio di “sacro”, ovvero di “ciò che è separato, segregato”: sacra è la vestale e il suo fuoco, poiché sono entrambi intoccabili e inviolabili.

Naturale, così, che l’atto sacro della fondazione, il compimento di questa idea schiettamente religiosa di unificazione, si concretizzi nel tracciare un confine, nel delimitare uno spazio sacro che circoscriva la presenza di un al di qua e di un al di là.

È l’empia ostinazione di Remo a voler trascurare l’esistenza di questo confine, la volontà di superarne e di oltraggiarne il limite ciò che obbliga Romolo al terribile atto del fratricidio, tuttavia reso necessario e legittimo dalla prevalenza del diritto superiore della nuova comunità, della nuova città sacra appena fondata, sul mero, tribale e selvaggio diritto del sangue.

Terminata la visione, usciti dalla sala, il pensiero allora non può che andare al nostro mondo moderno, quello plasmato e cesellato da secoli di maitre à penser alla Furio Colombo. Un mondo senza sacro, senza un fuoco di Vesta da custodire, senza confini da tracciare e da difendere; un mondo reso tutto simile alla selva senza norma e senza limiti in cui si muovono, sperduti e selvaggi, gli individui abbandonati alle sole proprie forze,  in cui se non sono più le logiche della mazza ferrata quelle che dettano la conquista, vigono pur logiche simili, non meno crude e non meno spietate, di diritto di conquista per bruta e cieca forza materiale (non ne è un esempio il mercato sconfinato e assolutamente libero?), subito pronte a dettare una scissione dell’umanità tra vincitori e vinti che troppo assomiglia a quella tra preda e predatore.

Invitiamo perciò chiunque alla visione de “Il Primo Re”, per recuperare la memoria di quell’idea che fece la più grande civiltà umana, il solco tracciato da Romolo, da difendere con pia e intransigente devozione.