Circa il Papa a Sacrofano che accetta di posare per un selfie assieme ad un sorridente sacerdote, facendo bella vista di una pins che, in aperta polemica con le decisioni del Ministro dell’Interno, inneggia all’apertura dei porti, io, convinto papista e anche un po’ «baciapile» fiero di esserlo, di fronte a tale immagine che rimanda alla più vuota adolescenza, ho trasecolato.

È giusto che il Papa tifi per i porti aperti o chiusi? La questione non è questa.

In linea di principio, il Papa può anche essere intimamente contrario alla loro chiusura e, tutto sommato, ciò potrebbe anche essere in linea – ma solo in apparenza – col suo «mestiere» di Papa, ossia predicare l’accoglienza e la pace; e lui, tutti ormai lo hanno capito, ha optato per l’accoglienza ed una generica pace da perseguire a tutti i costi… Convinto lui!

A chi scrive consta che una simile pace annunciata con un selfie che ritrae un prete con un soddisfatto quanto ebete sorriso e un Papa dall’aria perplessa che espone una pins in cui campeggia un vuoto slogan, sa di pace spinta all’estremo che olezza di ideologia; una pace ben lontana dalla Pax Christi, ossia dalla pace di Cristo così come il Vangelo ed il magistero tradizionale della Chiesa ce la insegnano.

Ma, dopo la suprema rinuncia del «chi sono io per giudicare», purtroppo, tutto questo ci può anche stare ed effettivamente ci sta… e la faccia più triste che perplessa del pontefice lascia immaginare che, tra sé e sé, si sia detto: «Forse mi sono lasciato gabbare, sono andato troppo lontano».

A questo punto si tratta di prenderne atto e trarne le dovute conseguenze: non c’è molto spazio per le elucubrazioni, si può solo concedere un triste silenzio alle nostre dolorose perplessità di cristiani.

La mia perplessità su questa fregola della pace a tutti i costi, per di più «mediatizzata» con un selfie, ce l’ho tutta e mi vien difficile digerirla, anzi, proprio non va giù perché, che io sappia, la pace e l’accoglienza senza la verità (quella che Gesù ha detto e insegnato, quella che ci fa liberi) sono solo fuffa e i selfie sono manifestazioni di una bambinesca e patetica volontà di apparire. Una volontà sicuramente in linea con il pensiero di quello strano sacerdote dal sorriso ebete – che appare assieme al Papa nel succitato selfie – e che, probabilmente, è riuscito a mettere in mano a Bergoglio (sperando si sia trattato di una forzatura) quella spilla, più idiota che significativa, con su scritto «porti aperti».

Più sopra non è stato scritto a caso «mestiere di Papa» anziché Santo Ufficio, perché il Papa, facendosi fotografare in quel di Sacrofano con in mano l’antisalviniana spilla, recante la scritta «porti aperti», è riuscito a dare in un sol colpo una bella pennellata di banalità:

  • A se stesso, confermando la sua propensione a comportarsi in maniera a dir poco strana e bizzarra;
  • Al suo Santo Ufficio, riducendolo a complice di certo attivismo politico;
  • Alla Chiesa, inducendo i credenti a confonderla con una ONG politicamente schierata;
  • Alla verità, negando il buon senso che – scevri dai condizionamenti di certo sentimentalismo, manipolato abilmente dal mainstream progressista – ci fa cogliere l’essenza e la reale portata della questione immigrazione, nonché le conseguenze di un’indiscriminata e babbea accoglienza;
  • Alla pace ed all’accoglienza, perché le ha dissociate dalla verità.

Che scena di bassa lega quella del sacerdote pirlamente sorridente cheek to cheek con il Papa, uniti da uno slogan supercazzola: «porti aperti».

La Chiesa ha sempre ripreso le derapate che la stavano portando fuori strada, ed ora è quanto mai opportuno che ciò accada ancora. Sorga un San Bernardo! Un San Domenico! Un San Francesco d’Assisi (non quello della vulgata eco-pacifista ma quello del confronto con Al Kamil)! Un San Carlo!

Ma soprattutto, fra i preti delle parrocchie, sorgano dei Don Camillo! Che Dio ce lo conceda.