Si continua a raccontare che gli Arabi furono i primi a far conoscere all’Europa cristiana le opere di Aristotele. In realtà i testi dello Stagirita erano già conosciuti in Occidente.

Aristotele mai dimenticato…
Un mito da sfatare è quello secondo cui i testi di Aristotele sarebbero stati introdotti in Occidente grazie alle versioni dall’arabo e solo in un secondo tempo sarebbero stati tradotti direttamente dal greco. In realtà, l’opera di traduzione e di assimilazione dei testi aristotelici in Occidente ebbe inizio già nel V secolo con Boezio e fu ripresa con grande fervore tra XI e XIII secolo.

Boezio concepì l’ambizioso progetto di tradurre tutto Aristotele, ma riuscì a tradurre solo i testi di logica. Nei secoli successivi, in pieno Alto Medioevo, circoleranno in Occidente numerosi manoscritti greci antichi e molti studiosi saranno in grado di leggerli. Nel VI secolo, il vescovo Gregorio di Agrigento si adoperò per conservare e trasmettere alcune opere di Aristotele. Pipino il Breve (714-768) si fece spedire da Papa Paolo I la Retorica di Aristotele e altri testi greci, preparando la rinascita culturale dell’età carolingia.

Nell’XI secolo il problema della penuria librorum (mancanza di libri) fu rilanciato da Alfano di Salerno, che inaugurò un’epoca di appassionata e inesausta ricerca di testi antichi.

I primi vivai di traduttori, anteriori alla Scuola di Toledo, furono Antiochia di Siria e l’abbazia di Mont Saint-Michel in Normandia. Ad Antiochia, soprattutto a partire dalla fine dell’XI secolo, numerosi studiosi latini provenienti dall’Europa si dedicarono alle traduzioni dal greco.

Mont Saint-Michel, Giacomo Veneto e i grandi traduttori.
Presso l’abbazia di Mont Saint-Michel, nella prima metà del XII secolo, le opere di Aristotele furono tradotte dal greco in latino da numerosi eruditi, che furono i pionieri della diffusione della filosofia aristotelica in Europa, non limitandosi a tradurre, ma cimentandosi anche nei primi commenti.
Tra loro spicca il nome di un certo Giacomo Veneto, un chierico di origine italiana, che visse a Costantinopoli e poi lavorò a Mont Saint-Michel. Egli è il vero anello mancante nella storia della trasmissione della filosofia aristotelica dal mondo greco a quello latino. Cominciò il suo lavoro prima del 1127 e proseguì fino alla morte, avvenuta verso il 1150. Concentrò la sua attenzione soprattutto sui libri naturales e la Metafisica, ossia sulle opere aristoteliche che mancavano allora in Europa e la cui riscoperta costituì la base dello sviluppo filosofico-scientifico del mondo latino. Le sue traduzioni circolarono in tutta Europa: quella della Fisica fu probabilmente utilizzata a Salerno dal Maestro Bartolomeo negli anni 1150-1160, poi da altri due medici della Scuola Medica Salernitana, Urso da Lodi e Mauro, verso il 1170.

Giacomo Veneto non fu il solo a tradurre le opere dello Stagirita. Nello stesso periodo, la Fisica fu oggetto di un’altra traduzione, la cosiddetta Translatio Vaticana (conservata nella Biblioteca Vaticana). Questo dimostra che la curia pontificia fu un centro di studi del pensiero di Aristotele già nel XII secolo. Nello stesso periodo, gli Analitici secondi furono ritradotti direttamente dal greco da un tale Giovanni. Della Metafisica conosciamo altre due traduzioni dal greco risalenti alla metà del XII secolo, una chiamata dagli specialisti media o anonyma, l’altra composita.

Sempre nel XII secolo l’inglese Giovanni di Salisbury, vescovo e teologo, nel suo Metalogicon, redatto nel 1159, citerà tutti i testi di logica di Aristotele, utilizzando quindi le traduzioni già circolanti.

Questi esempi dimostrano che, intorno alla metà del XII secolo, nella Francia settentrionale e in Inghilterra, prese il via un ampio lavoro di traduzione delle opere filosofiche e scientifiche dello Stagirita, incoraggiato da mecenati e lettori che costituivano un fervido ambiente di teologi e filosofi cultori del logos greco.

Il secolo XIII conoscerà altri due grandi filosofi e traduttori: Roberto Grossatesta, maestro di teologia ad Oxford e vescovo di Lincoln, che appronterà la prima versione latina dell’Etica Nicomachea (rifiuta dagli arabo-islamici per motivi confessionali), e il domenicano Guglielmo di Moerbeke. Quest’ultimo, su incarico di san Tommaso d’Aquino, riprenderà il lavoro di traduzione e di revisione dell’intero corpus aristotelicum, comprese la Politica (anch’essa censurata dagli studiosi arabi) e la Poetica. Inoltre i Papi, nonostante le temporanee proibizioni dei libri naturales di Aristotele (riguardanti solo l’uso didattico di tali testi nelle università, ma non lo studio personale e la citazione dei passi), daranno appoggio e protezione a traduttori come Davide di Dinant e Michele Scoto.

Questo rapido quadro mostra come lo straordinario revival aristotelico verificatosi nell’Europa cristiana bassomedievale fosse il risultato di una scelta programmatica. Da allora, per l’Occidente, Aristotele diventerà, come dice Dante, lo “maestro di color che sanno”.

Le traduzioni arabe e la Scuola di Toledo
A partire dal VI secolo, nella Siria appena conquistata dai Persiani, eruditi perlopiù cristiani provvidero a tradurre dal greco in siriaco le opere dei filosofi greci. Nel IX secolo, sotto il califfato degli Abbasidi, a Baghdad, presso la “Casa della Sapienza”, vari studiosi furono incaricati di tradurre dal siriaco (e anche direttamente dal greco) all’arabo le opere dei filosofi greci. Quasi tutti i traduttori, però, non erano musulmani, ma dhimmi cristiani, come Hunayn ibn IShaq (809-873) o Yahya ibn’ Adi (893-974). Nel XII secolo, nella città di Toledo, sottratta agli Arabi dal re cristiano del Leon già dal 1085, il vescovo Raimondo di Sauvetat inaugurò un vero e proprio centro di traduzioni dall’arabo in castigliano e in latino. I principali traduttori furono l’ebreo Giovanni Ispano e il cristiano Domenico Gundisalvi (quindi non arabi). La loro opera fu proseguita nella seconda metà del secolo dal chierico Gerardo da Cremona. Sempre a Toledo, nel XIII secolo, operò un altro eccellente traduttore, l’ecclesiastico di origine scozzese Michele Scoto, che continuerà il suo lavoro presso la corte di Federico II a Palermo, altro importante centro di traduzioni dal greco e dall’arabo in latino.

Questi esempi mostrano che, a svolgere una funzione di mediazione, non fu tanto la cultura islamica, quanto la lingua araba (tra l’altro preesistente all’Islam), conosciuta anche da molti europei. Gli stessi grandi filosofi arabo-islamici Avicenna e Averroè, per la loro impostazione “razionalistica”, non furono mai accettati dal mondo islamico, tant’è che le loro opere vennero bruciate e i loro seguaci perseguitati.

(Articolo pubblicato su Il Timone)