Fa discutere, come al solito, la proposta dell’esperto leghista per l’economia, Claudio Borghi, di rivedere l’attuale legislazione in merito alla riserva aurea di Banca d’Italia, la quarta al mondo, riserva superata per dimensione solo da quella della Federal Reserve americana, del Fondo Monetario Internazionale e della Bundesbank tedesca.

Di per sé la lettera della proposta di Borghi è difficilmente contestabile e sarebbe volta a sanare un attuale vuoto legislativo riguardo alla proprietà formale dell’oro depositato presso i caveau di Banca d’Italia, ovvero specificare che quella proprietà è dello Stato italiano, il quale a sua volta ne delegherebbe la gestione alla stessa Banca d’Italia.

Stando, quindi, alla lettera della proposta, poco cambierebbe rispetto all’attuale modalità di gestione della Banca d’Italia delle proprie riserve, auree e non, la quale è indipendente dalla volontà del governo e dipendente, invece, dalle decisioni della BCE, la quale agisce in luogo della Banca d’Italia in merito alla determinazione della nostra politica monetaria.

Tuttavia, non sono mancati i sospetti circa il fatto che, in area grillino-leghista, possa essere balenata l’idea che dietro a tali manovre ci possano essere altri fini e altre mire: nello specifico, obbligare Banca d’Italia a impegnare il proprio oro o per finanziare il deficit dello Stato o per abbatterne il debito pubblico.

Ora, da parte nostra, bisogna immediatamente chiarire i termini della questione: se veramente sussistesse tale ipotesi, quest’ultima sarebbe lungi dall’essere un’idea di pregio e andrebbe ricordato che a suo tempo qualcosa di simile era già stato ventilato da parte del prof. Mario Monti.

L’idea ricorrente di depauperare l’Italia delle proprie ricchezze sull’altare del debito, è in fondo una passione decisamente cara agli amanti dell’eurosistema da difendere a qualunque costo e sarebbe infatti in perfetta sintonia con le politiche di restrizione fiscale che, trasferendo risorse dall’economia reale al servizio di un debito espresso in una valuta di fatto estera e sopravvalutata, non fanno che perpetuare, per quanto possibile, l’attuale stagnazione deflattiva in cui si trova immersa l’Italia.

Impiegare l’oro per evitare una manovra correttiva o un aumento dell’IVA nel 2020, non intervenendo cioè a livello strutturale sulle condizioni di competitività dell’Italia e sulla sua struttura di debito, ci darebbe magari respiro per l’arco di un anno; ma senza dubbio al periodo seguente saremmo nuovamente nella stessa condizione di alto debito e bassa crescita, senza quindi alcuna variazione sostanziale.

L’operazione, già suggerita dal prof. Monti, granmaestro dell’arte del trasferimento di ricchezza italiana all’estero, sarebbe in sostanza simile ad uno di quei consigli che potrebbe dare un usuraio alla propria vittima, ovvero vendersi i gioielli di famiglia per pagare alcune rate del proprio debito. Il prevedibile risultato sarebbe l’essere comunque ancora schiavi del debito e depauperati dei propri preziosi.

Allo stesso modo, l’operazione di impiego delle riserve auree per supportare il debito (o il deficit) tristemente ricorderebbe l’assurda difesa del cambio sopravvalutato della lira messa in campo dalla Banca d’Italia a guida Ciampi nel 1992, quando si schierò in difesa degli iniqui impegni del Sistema Monetario Europeo (un euro ante litteram), maldestramente contratti dai politici italiani contro gli interessi della nostra nazione.

Quando in quel 1992 la speculazione internazionale, capeggiata da New York da George Soros, attaccò i cambi sopravvalutati di lira italiana e sterlina inglese, le reazioni di Roma e Londra furono decisamente diverse.

La Banca d’Inghilterra e il governo Tory capì presto che l’Inghilterra avrebbe avuto solo da perderci nel difendere un cambio sopravvalutato in nome dell’integrazione europea e decise subito di svalutare la propria valuta abbandonando lo SME.

Da noi, invece, si strepitò subito che svalutare la lira sarebbe stato il disastro, che l’Italia non ce l’avrebbe fatta senza l’Europa, che lo SME ci aveva garantito bassa inflazione e bassi tassi d’interesse (in realtà ci garantì, tra il 1987 e il 1992, l’esplosione del debito pubblico e lo scasso della bilancia dei pagamenti). Si strepitò che il progetto europeo non poteva essere abbandonato dall’Italia, che dovevamo mostrare la nostra “serietà” ai colleghi europei, etc… Insomma, tutto il repertorio di disfattismo misto a esterofilia che ancora oggi sentiamo ogni qual volta si mettano in discussione le istituzioni comunitarie e il sistema monetario europeo.

Risultato: Ciampi dilapidò dalla Banca d’Italia montagne di miliardi di riserve in valuta estera di cui l’Italia disponeva, arrivando, poi, con colpevolissimo ritardo, alla conclusione che difendere un cambio sopravvalutato fosse comunque impossibile e quindi, finalmente, svalutando la lira.

Allora furono sacrificate sull’altare di un cambio sopravvalutato (e di riflesso sull’altare del debito) le riserve di valuta, ma almeno non furono intaccate le riserve auree.

Impiegare l’oro per finanziare il debito, significherebbe solo riprendere la strada da quel punto: cedere parte della nostra ricchezza per difendere un sistema contrario ai nostri interessi.

Le insidie, poi, che possono essere poste alle riserve di ricchezza nazionale possono venire da più parti e ovviamente possono essere più sottili rispetto ad una proposta di vendita tout-court dei nostri lingotti.

Il prof. Romano Prodi si è prodigato a proporre la costituzione di un Fondo Monetario Europeo, dotato di una riserva finanziaria pari alle riserve auree di tutte le banche centrali dei paese membri, impegnato nel concedere prestiti per investimenti e sostenimento del debito per le nazioni UE, come l’Italia, che attraversino fasi di difficoltà economica.

La proposta è di singolare malizia dal momento che, in ultimo, si sostanzierebbe nell’idea che l’Italia si indebiti verso un nuovo ente che non farebbe altro che svolgere funzioni che potrebbero essere perfettamente espletate da una Banca d’Italia sovrana; singolare cioè che l’Italia dovrebbe cedere il proprio oro a questo FME neanche per abbattere il debito già esistente (ipotesi come detto comunque da rigettare) quanto per ottenere il permesso di indebitarsi ulteriormente (sic).

Insomma, se è vero come è vero che l’oro accumulato come valore di riserva dall’Italia non può essere trattato come un simulacro intangibile – pur essendo anche da ricordare che al momento attuale la tendenza delle altre banche centrali, guidate, oltre che dalle permanenti incertezze sui mercati, da Cina e Russia che cercano di ridurre le proprie riserve di dollari per aumentare quelle di oro e altre valute, è quella di aumentare, e non di ridurre, i tonnellaggi di metalli preziosi –  è allo stesso modo vero che bisogna essere assolutamente vigilanti affinchè la ricchezza accumulata da generazioni di italiani tramite il proprio lavoro e il proprio risparmio non venga, nuovamente e indecorosamente, dilapidata.