Una vita romantica per l’idea quella del fiorentino Berto Ricci, un uomo che aderì al fascismo non per comodità o arrivismo, bensì perché nella “rivoluzione delle camicie nere” riconosceva una stirpe di uomini nuovi, versati all’icona dell’essere spartano, anti-individualista, forgiati al sacro valore della nazione sopra ogni cosa, negando totalmente quei principi borghesi che avevano affondato l’Italia nel marciume liberale.

Un uomo, o meglio un soldato politico, dotato di un ardore ideologico di purissima elevazione, fattore che gli comportò l’amore e l’odio di molti gerarchi (questi ultimi più impegnati a cullare i propri personalismi) per via di numerose critiche alla collusione con il capitalismo e il moderatismo/conservatorismo di un’ampia parte del regime. Un’intransigenza rivoluzionaria, quella di Ricci, che verrà catapultata con slancio ed impeto in quello che fu L’Universale, opera che raccolse l’adesione di moltissimi giovani appartenenti alla “sinistra fascista”

Il pensiero ricciano fu sempre incline ad una tensione spirituale-militante molto forte, caratterizzata da connotati “nicciani” e passando per richiami  -strettamente simbolici-  “pagano-latini”,  giungendo fino agli eroismi storici del cattolicesimo e rifacendosi in particolar modo alle imprese dei Templari in Terra Santa, di cui condivideva – per ovvi motivi – quella fede senza compromessi, pulita e sinonimo di sacrificio nel senso più nobile del termine. 

Ricci si fece sostenitore di «una modernità italiana ‘da venire’, condizione primissima della potenza nostra nazionale» e affermatore «d’una tradizione nostra civile, arricchita di millenaria cristianità ma sostanzialmente e robustamente pagana».
In merito a tale aspetto, riportiamo una preghiera di Ricci di profondo spessore spirituale:

“O Dio sereno cantato negli anni 
più forti, ne’ giorni più buoni,
quand’ero bambino e pensieroso di Te;
Dio ch’eri grande in croce sul Tu’ altare
e più grande nel canto stellato
d’un maggio toscano:
io non Ti chiedo pietà del mio male,
perché pietà di me sento anch’io
e so che questa compassione è tua
nata per me nel tuo cuore
come già al sangue Ti còsse l’ardore
de’ palmi trafitti.
Io non Ti chiedo pietà del mio male
Dio di pietà, signore di morte e di resurrezione.
Ben venga a me tempestosa vittoria
bella di lagrime, bella di spinee di troppo sudore.
Ma si rammenti il cuore di cantare
sempre, in tramonti in auroree in notturne paure:
questo ti chiedo Signore, ti domando questo in preghiera.
Un po’ di voce e un campo spigato fanno felice chi t’ama,
Padre, per le tue voci segrete fuse nell’ampia natura,
per i tuoi Cieli fioriti da tutto il popolo de’ tuoi splendori,
per l’orda delle tue tenebre muta,
per ogni respiro di mamma spaurita
strinta al giaciglio del suo figlio e Tuo,
o Dio cantato negli anni sereni
quand’ero un bambino pensoso di te!”.

Berto Ricci, però, non fu solo “tensione mistica” ma anche forte attaccamento all’aspetto sociale; infatti promuoveva un minor classismo, la scuola per tutti, oltre alla partecipazione diretta dei lavoratori nel modello corporativo, amalgamando istanze del sindacalismo rivoluzionario e la dottrina corporativista del ventennio, in una visione più che “terzierista”.  

Nel pensiero ricciano possiamo riscontrare anche un imperialismo su modello spirituale (molto vicino a quello ragionato da Ramiro Ledesma Ramos in Spagna), che si opponeva a quel modello selvaggiamente  colonialista – quindi schiavista – che tanto male aveva fatto a popoli ed economie mondiali, condannandolo in toto e aspramente in più situazioni. In base a ciò considerava gli ascari fedeli come camerati da non sottovalutare, ma da trattare con rispetto. Proprio in merito all’imperialismo, l’intransigente fiorentino si poneva così: «Crediamo nell’assoluto politico, che è l’impero: aborriamo chi lo nomina invano».

Berto Ricci, ad oggi, rappresenta una pietra miliare, come le tante che hanno segnato il cammino e forgiato la più mediterranea delle idee. Un’eredità unica, che giunge fino a noi ricca di elevazione militante e spirituale, una dottrina che si erge a custode della tradizione, di quel fuoco che, come soldati politici, continueremo a portare nell’eternità.