Lo scorso giovedì 7 marzo, facendo riferimento alla manifestazione di protesta indetta per il successivo venerdì, il presidente/sovrano algerino, Bouteflika, da un ospedale in Svizzera dove è ricoverato da una decina di giorni, ha agitato lo spettro del caos che possono creare “gli insidiosi nemici che cospirano contro l’Algeria” e ha lasciato intendere che non avrebbe rinunciato a correre per il 5° mandato (*).

Per questo terzo venerdì consecutivo di protesta si prevedeva che migliaia di algerini si sarebbero riuniti nel centro della Capitale, nella storica Place de la Poste, e in altre città, per protestare contro tale possibilità; ebbene, alla fine della preghiera non migliaia ma un milione (stimato per difetto solo nella capitale) di persone ha manifestato in Algeri, ma altre manifestazioni si sono svolte a Tiaret, Orano, Bouira, Tizi Ouzou, Blida.

A guidare i cortei di protesta, in prima fila c’erano le donne, cosa che non credo sia attribuibile solo alla ricorrenza dell’8 marzo. Ricordo che durante le elezioni del 1996, che confermarono l’anti-islamista Presidente Zeroual, in una situazione funerea per la minaccia dei Gruppi Islamici Armati di sgozzare chiunque avesse esultato per quell’elezione, a dare il via ai caroselli di macchine e alle manifestazioni di giubilo furono gli youyou delle donne. Noi, osservatori occidentali, non ci eravamo resi conto che le donne algerine, in casa, avevano dato indicazioni di voto ai loro mariti e avevano poi dato la stura ai festeggiamenti sfidando le minacce degli allegri sgozzatori di Allah.

Va anche evidenziato lo spirito della protesta, improntato ai “commandements des marcheurs du 8 mars” (“i comandamenti dei marciatori dell’8 marzo”), scritti dal poeta algerino Lazhari Labter, strumentali a incanalare la protesta ed evitare disordini con incidenti maggiori:

  • Pacifiquement et tranquillement je marcherai” (marcero’ pacificamente);
  • A aucune provocation je ne répondrai” (non rispondero’ alle provocazioni);
  • Les baltaguias j’isolerai et à la police je les remettrai” (isolerò i provocatori – baltaguias sono i “casseurs” prezzolati dal “pouvoir” – e li consegnero’ alla polizia);
  • Pas une pierre je ne jetterai” (non lancerò pietre);
  • Pas une vitre je ne briserai” (non infrangerò vetrine);
  • Après la marche je nettoierai” (dopo la marcia pulirò).

Effettivamente non si sono registrati incidenti e le manifestazioni, davvero imponenti (le immagini televisive parlano chiaro), si sono svolte in maniera disciplinata e pacifica. La protesta in atto in Algeria testimonia della maturità di quella popolazione (di etnia maghrebina), a discapito di un “pouvoir” ribaldo, originariamente riconducibile al socialismo sovietico e che, per continuare a opprimere e sfruttare la propria popolazione, non ha avuto remore a usare in maniera strumentale l’Islam integralista, scatenando una sordida guerra civile durata circa dieci anni.

Tale maturità è attribuibile a tanti fattori:

  • il Maghreb era una fiorente provincia romana;
  • nel Maghreb si era sviluppata una fiorente cultura cristiana, basti pensare a Sant’Agostino e a Tertulliano e alle cittadelle romano-cristiane di Djamila, Tipaza e Timghad, dove esiste una fonte battesimale che reca la scritta “tempus erit omnes in fonte lavari”;
  • i rapporti con l’Europa sono sempre stati privilegiati e l’influenza delle dinastie islamiche mediorientali era annacquata a causa della distanza;
  • non ultimo l’apporto del colonialismo, che, a parte alcuni aspetti negativi, ha lasciato un’apprezzabile traccia storica di civiltà.

Non è un caso, dunque, se la cosiddetta “primavera araba” – partita tra il 2010 ed il 2011 dalla Tunisia – non sia riuscita ad estendersi all’Algeria e al Marocco.

*L’articolo è scritto prima della rinuncia ufficiale di Bouteflika a correre per il quinto mandato, con il conseguente rinvio delle elezioni presidenziali.

Print Friendly, PDF & Email