Il regime comunista della Germania Orientale (DDR),anche dopo il suo crollo rovinoso, ci ha lasciato in eredità non solo personaggi del calibro della Merkel – e già questo fatto dovrebbe far riflettere – ma anche un modus operandi nella guerra occulta che ha fatto scuola. Prendiamo spunto da uno degli aspetti meno noti di questa guerra occulta, per imparare come reagire a certe tecniche di tipo trotskista, poco evidenti ma pericolosamente efficaci.

Dopo una prima fase di denazificazione e di repressione attuata direttamente dagli occupanti sovietici e una seconda, altrettanto repressiva, gestita dal nuovo regime comunista tedesco, quest’ultimo, deciso ad aggiornare le sue tecniche di controllo sociale, metteva a punto una nuova strategia di destabilizzazione dei gruppi di opposizione. Pur senza dimenticare la repressione classica e diretta, questa destabilizzazione – per mezzo di infiltrati, di pressioni e influenze esterne non ufficiali – segnava una sorta di modernizzazione nella strategia di annientamento dei nemici interni.

In molti casi la STASI, la polizia segreta comunista, considerava questo lavoro trotskista di disgregazione vantaggioso rispetto alla repressione stalinista che, implicando arresti, violenze, torture ed eliminazioni fisiche, generava inevitabilmente simpatia per le vittime colpite sia nel popolo che all’estero.

Il fine del lavoro destabilizzante era invece quello di disgregare un gruppo di oppositori “negativi e ostili”, fino ad annientare le personalità stesse dei militanti. “Bisognava provocare, nelle persone su cui si operava, una perdita di interesse, depressione, angoscia, abbattimento, panico, un sentimento di isolamento e uno stato di inquietudine” (1). Se si pone mente, per esempio, all’atteggiamento di certi ex militanti – di destra o di sinistra – italiani, viene da pensare che metodi simili siano di uso corrente anche nell’Occidente borghese, anche perché è innegabile che spesso i sentimenti di disinteresse, depressione, ecc. emergano pure tra gli oppositori anti-sistema di oggi.

Per inquadrare questo lavoro destabilizzante nel suo contesto, occorre considerare, da un lato, che questo era parallelo alla repressione poliziesca aperta e legale e, dall’altro, che si svolgeva grazie a uno stuolo di collaboratori non ufficiali della STASI – fino a 200.000 in certi periodi – che spiavano, consigliavano, ingannavano, influenzavano le persone per indirizzarle secondo gli interessi del potere.

Membri della polizia politica e collaboratori segreti erano imbevuti dei miti del regime tedesco-orientale che ne “giustificavano” l’operato: lo stato sociale incarnato dal comunismo tedesco, l’emancipazione della donna equivalente al femminismo occidentale, ma soprattutto l’antifascismo che sollevava tutti da ogni responsabilità morale. Non dimentichiamo che il muro di Berlino era il “Vallo di Difesa Antifascista”! Viene spontaneo notare che, se lo stuolo di spie può oggi essere parzialmente sostituito dal controllo dei social da parte del potere (quante volte sentite dire che bisogna controllare la rete, agire contro le fake news, rispettare i mitici standard della community, per esempio?), i miti che “giustificano” chi ci reprime ci sono ancora, seppure riveduti e corretti: la società multirazziale vista come idilliaca, l’emancipazione dei “sessi” più disparati e l’intramontabile antifascismo.   

Un documento del 1976 (la direttiva segreta “n. 1/78 sulla preparazione e l’attuazione di processi operativi” da adottare al di fuori dei mezzi legali per “ottenere un maggiore vantaggio sociale”) rappresenta una sorta di manuale sintetico della destabilizzazione da parte del potere e costituisce una fonte preziosa che indica chiaramente le priorità del Sistema per annientare silenziosamente gli oppositori più decisi e organizzati.

L’elenco dei metodi destabilizzanti consiste in sei punti consecutivi: 1) minare le idee del gruppo; 2) fomentare sospetti reciproci all’interno del gruppo; 3) approfittare di rivalità interne e di debolezze personali dei militanti; 4) focalizzare il gruppo sui suoi problemi interni; 5) screditare il gruppo all’esterno; 6) organizzare il fallimento sociale e professionale di singoli militanti.

Vediamo di analizzare l’opera di destabilizzazione punto per punto, adattandola alla battaglia odierna di Forza Nuova.

1) Non a caso il primo colpo, il più mortale, è quello alle idee del gruppo di opposizione al Sistema. Una volta che una comunità forgiata intorno ad alcune idee-guida perde queste idee o almeno lascia che vengano riviste, modificate, corrotte, comincia il processo di disgregazione di quella comunità. A questo tentativo destabilizzante Forza Nuova risponde da sempre con i suoi “Otto Punti”, che costituiscono la sua essenza dottrinale, il punto di partenza e insieme l’obiettivo finale del Movimento. Quante volte i forzanovisti sono stati accusati di essere “troppo” fedeli a questi Otto Punti! Quante volte si sono sentiti dire che, rinunciando a qualcuno di questi punti avrebbero trovato più comprensione, tanti nuovi sostenitori, porte aperte, vantaggi politici… peccato che così facendo Forza Nuova avrebbe, però, smesso di essere forzanovista! In realtà, in oltre 20 anni di esistenza, Forza Nuova è rimasta fedele a questi Otto Punti e quindi a se stessa, mentre tutti gli altri si accorpavano e si dividevano, si trasformavano e si rinnegavano, nascevano e morivano, si alleavano e si tradivano. Il semplice fatto di essere sempre stata fedele alle promesse ed alle premesse iniziali è la dimostrazione che si tratta del Movimento giusto per il futuro del nostro popolo e della patria.

2) Subito dopo, in ordine di importanza, viene il fomentare sospetti e seminare zizzania nel gruppo. Naturalmente non è mai esistito un movimento immune alle infiltrazioni e presumibilmente non esisterà mai, e vigilare da questo lato è semplice buon senso, ma è anche evidente che la psicosi ossessiva del sospetto è spesso peggiore dell’infiltrato stesso. La soluzione non è mettersi a fare gli investigatori dilettanti, ma piuttosto elevare la qualità del gruppo, renderlo sempre più compatto e fedele al capo ed alla causa fino a rendere impossibile farlo deviare dalla linea giusta.

3) Se debolezze personali e rivalità possono essere difetti insiti nella natura umana, è chiaro che ricordare come questi possano nuocere al movimento e essere strumentalizzati dal nemico deve spingerci a ridurli al minimo. Sotto questo aspetto, ogni militante è tenuto a lavorare su se stesso per attenuare i propri difetti. Naturalmente nessuno è perfetto ma già sforzarsi di migliorare se stessi porta a migliorare anche il livello medio della nostra militanza. Il rispetto reciproco, l’autocontrollo caratteriale, l’affetto, l’amicizia tra i militanti, il cameratismo, non sono solo questione di stile – che è già importante e caratterizzante – ma anche l’antidoto contro la destabilizzazione e la disgregazione del gruppo.  

4) Quando il potere non riesce a deviare, dividere o degradare il gruppo di oppositori si potrebbe accontentare di renderlo inoffensivo all’esterno, facendolo concentrare esclusivamente sulle attività interne. Questo errore appare evidente in certi circoli locali che pur essendo sani sul piano ideale e umano, si accontentano di attività interne rinunciando a incidere all’esterno e nel tessuto sociale. Questo differenzia un movimento militante da un circolo esclusivamente “culturale”. Quante volte è capitato di vedere un giro di “reduci” anche con idee e personalità rispettabili, continuare a frequentarsi ma senza neppure più provare ad agire all’esterno!  

5) Lo screditare un gruppo all’esterno appare il mezzo più ovvio e abituale per colpire il gruppo e spesso è quello che più preoccupa i suoi militanti, ma è sintomatico che questo mezzo non sia in cima alla lista preferenziale. Se il gruppo è bene impostato, inquadrato, attivo, sarà più facile reagire alle menzogne e agli attacchi mediatici del potere. In un certo senso, dovremmo stupirci e talvolta preoccuparci della mancanza di attacchi di questo tipo per lunghi periodi. Per il resto, l’ortodossia dottrinale, la disciplina e l’armonia fraterna all’interno rendono un movimento più resistente anche agli attacchi e alle pressioni esterne.

6) Attaccare, annientare socialmente il singolo militante era l’ultima risorsa e senza dubbio, in uno Stato comunista, era tecnicamente facilissimo attuarlo. Attenzione, però: il fine non era colpire economicamente il nemico (nel mondo comunista era ben difficile essere benestanti per chi non lavorava nell’apparato), ma trasformarlo in un fallito ai propri occhi. L’oppositore non doveva accorgersi che il potere lo stava perseguitando: doveva pensare di aver sbagliato, di essere un incapace, un elemento inutile. Una volta annientato nella personalità non avrebbe più ambito a combattere il potere.  Anche oggi vediamo spesso ex militanti d’Area che si scusano con frasi fatte – “non c’è niente da fare”, “non riusciremo mai a …” ecc. – che denotano un crollo interiore di questo tipo, la demoralizzazione totale. Quando il dissidente rinuncia del tutto all’impegno anche solo individuale, per il potere è esattamente come se fosse morto, incarcerato o convertito all’ideologia dominante – quella comunista allora, quella liberale e borghese oggi. L’antidoto a tutto questo è nel cameratismo, nell’aiuto fraterno reciproco nei momenti più duri, nella certezza di servire un principio eterno e infinitamente superiore a noi stessi e nella consapevolezza che ognuno di noi, anche il militante socialmente o geograficamente più isolato, è in grado di fare qualcosa per la causa.       

Quando la battaglia contro il sistema sembra senza speranza, quando ci si sente più isolati, accerchiati, emarginati e incompresi, pensiamo a come gruppi nazionalrivoluzionari in Europa orientale hanno dovuto affrontare la repressione e la “destabilizzazione” sotto il socialismo reale: la loro lotta sembrava inutile, le loro idee condannate per sempre, i loro sogni apparivano contrari alla “direzione della storia”, i loro sforzi restavano per lo più sconosciuti e la loro semplice sopravvivenza era minacciata… eppure, a dispetto di tutte le evidenze, le crepe nell’edificio del Sistema hanno portato al crollo di regimi comunisti che erano sembrati monolitici e inossidabili. Un crollo talmente veloce e rovinoso da superare le aspettative degli stessi oppositori. Anche gli attuali regimi borghesi mostrano di avere grosse crepe e non si vede perché non potrebbero subire la stessa sorte.

Note

(1) I CRIMINI POLITICI NELLA RDT di Ehrhart Neubert in IL LIBRO NERO DEL COMUNISMO EUROPEO, Mondadori, 2006. Pag. 353-408, in particolare pag. 404-407.

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