Il Convegno si è avvalso dell’intervento dei vari relatori, in rappresentanza delle singole associazioni, dove ciascuno ha disquisito sugli aspetti storici, politici, economici e sociali relativi a quell’accadimento. In sintesi, descriviamo l’intervento di Ordine Futuro in ricordo del 9 aprile 1969.

Non entriamo nella specificità di quei fatti in quanto già esistono documentazioni, immagini e testimonianze che, con abbondanza di particolari,  fanno  piena luce su come essi si siano svolti (a tale riguardo una cronaca asciutta e fedele dell’evento possiamo trovarla nel libro “La Rivolta di Battipaglia” di Vincenzo Campagna, Edizioni di Ar). Nostro compito, come Ordine Futuro, è di fornire una chiave di lettura in senso storico-politico di quanto è avvenuto in quei giorni.

In primis, occorre gettare lo sguardo sulle origini della città, datate 1929.  Un piccolo borgo rurale che subisce una rapida trasformazione per la presenza in loco di un importante nodo stradale e ferroviario e per gli effetti benefici della Bonifica Integrale del Governo Fascista,che arricchirono le potenzialità economiche del luogo assurgendo Battipaglia  a “punto di attrazione e propulsione” per l’intera piana e provincia. Occorreva, però, un ulteriore passo avanti, quello di affrancarsi dalla sterile sudditanza amministrativa di Eboli e Montecorvino Rovella, e di conferire a questo territorio un suo profilo politico-amministrativo autonomo, in grado di tracciare le linee guida indispensabili per armonizzare ed accompagnare il suo naturale processo di sviluppo.

Da parte di Mussolini, tale istanza fu ben accolta, dal momento che la politica demografica fascista considerava lo sviluppo demografico della Nazione attraverso un equilibrata osmosi tra il mondo urbano e quello rurale, tra le grandi realtà e le piccole e medie, onde evitare un infecondo sovrappopolamento delle stesse aree “metropolitane”. E così avvenne. La nuova città venne creata e disegnata con un adeguato disegno urbanistico “in divenire”, con una precisa vocazione rurale ed agroalimentare.

Tutto ciò fino alla guerra. Battipaglia fu distrutta dai bombardamenti alleati, ma i suoi abitanti, armati di tenacia e pazienza, seppero ricostruirla dando prosecuzione alla sua trasformazione urbana. A ciò si aggiunse l’arrivo di nuove genti dall’entroterra che individuavano in tale luogo un felice approdo alternativo per scongiurare un eventuale espatrio, assai più doloroso e dilacerante.

A un tale esodo fece seguito una poderosa domanda abitativa, di infrastrutture e di servizi. La classe dirigente locale prodotta  dall’antifascismo, e avvezza alle logiche clientelari e partitocratiche, non fu in grado di canalizzare nella giusta misura questo rapido incremento, lasciando la città in preda ad una crescita informe e caotica, in spregio alle stesse linee guida indicate durante la sua germinazione fascista. Vieppiù, una crescita disarmonica del tessuto urbano, che inficerà nel carattere e nello stato d’animo gli abitanti, nonché cagione di notevole danno per le istanze di coesione identitaria e comunitaria. Nodi irrisolti, ai quali si aggiunse la crisi economica con la chiusura degli insediamenti agro-industriali, aggravata anche dall’esclusione della piana dagli investimenti produttivi della Cassa del Mezzogiorno, la quale “cattocomunisticamente”  preferì dirottarli versi i grandi nuclei urbani (Salerno , Napoli).

Lo spettro della miseria e della fame fece breccia nella popolazione. Esso trovò nello sciopero del 9 aprile contro la chiusura dello zuccherificio,  la sua miccia sociale destinata ad esplodere. La protesta culminò nell’insorgenza, acquisendo i connotati di una rivolta popolare interclassista (vi presero parte tutte le categorie sociali unite sotto lo stesso gonfalone) e soprattutto anti-sistema, dove il sistema era rappresentato dalle forze dell’ordine, contro cui la popolazione si scagliò, le autorità, i partiti politici e gli stessi sindacati, ai quali fin nei giorni seguenti fu preclusa ogni possibilità di  mettere piede in città e di cavalcare la protesta “pro domo loro”.

Inutile dire che la Rivolta di Battipaglia, col suo pesante  tributo di sangue, rimase un’occasione perduta per invertire la rotta, per cambiare il sistema. Benché negli anni successivi la città riuscì a  vivere una fase di benessere e di espansione, certe pieghe, come la cattiva gestione amministrativa, la mancanza di lungimiranza e l’asservimento della politica ai palazzinari e ai poteri forti della città, riaffiorarono rimontando nello scenario attuale in termini di vivibilità, di degrado urbano, di declino economico.

Allo stesso tempo, però, la rivolta configurò  il paradigma di un Sud che rialza la testa, che non si piega e non si rassegna al cospetto delle perenni storture prodotte dallo Stato Democratico e dal Sistema. Non è casuale che il suo esempio, rappresentò  il battistrada di ulteriori focolai di rivolta germinati negli anni seguenti, in primis Reggio Calabria e l’Aquila, anch’esse con le stesse venature interclassiste e popolari di quella battipagliese.

Chi da sinistra cercava di delegittimare il significato di quelle insorgenze , smitizzandole a semplici rigurgiti reazionari, trova degna risposta nelle parole di un intellettuale – tutt’altro che sospettabile di fede meridionalista ed antidemocratica – come Giorgio Bocca, il quale, a tale riguardo, disse: «Alla base di quelle rivolte, con le quali le città del Sud diedero voce al loro sdegno, non c’è stata una premeditazione, né un calcolo mafioso, ma semplicemente la presa di coscienza definitiva e rabbiosa del proprio inguaribile decadimento politico.»

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