La settimana Santa 2019 ha avuto inizio con il drammatico incendio della Cattedrale di Notre Dame di Parigi. Le congetture che si possono fare sono le più svariate… dalle profezie di la Salette a quelle di san Giovanni Bosco su di una Parigi che – Primogenita della Santa Madre Chiesa – sembrerebbe aver tradito e perduto non solo la Fede, ma anche la sua identità Cristiana. 

Ma l’inferno di fuoco che si è sviluppato e ha inghiottito parte della cattedrale, danneggiandone anche l’interno, ha risparmiato qualcosa.

Nelle immagini, tra il fumo e la polvere spicca una luce: in fondo alla navata centrale brilla la croce che, insieme all’altare centrale, si è salvata dall’incendio.

Le foto circolanti sul web assumono un significato particolare per i credenti, soprattutto in concomitanza della Settimana Santa.

Sotto la croce a Notre Dame infatti vi è da secoli la scritta:

“Stat Crux dum volvitur orbis” – la croce resta salda mentre tutto cambia.

Mentre tutto è avvolto nel fuoco dirompente e nelle tenebre, una luce brilla: la croce di Cristo!

Un segno e un simbolo che è richiamo altissimo per tutti: la Chiesa e la società si ricostruiscono a partire da Cristo, dal suo sacrificio eucaristico e dalla sua Croce.

Dall’incendio di Notre Dame sembra essere scaturita un’altra fiamma: è quella del cattolicesimo francese, forse dimenticato ma che invece sembra ancora vivo e il fuoco ne ha risvegliato le coscienze assopite.

“Notre Dame”, la Nostra Signora, la Vergine Santa, ha smosso il cuore di milioni di uomini e donne. 

In quella sera tragica del 15 aprile 2019, proprio sotto la Fontaine di Saint Michel, con la monumentale statua dell’Arcangelo, centinaia di persone hanno iniziato a intonare canti e preghiere di fronte all’immagine delle fiamme che avvolgevano la cattedrale. Un’immagine insolita per una città che in questi secoli è diventata la capitale della laicità (o del laicismo). Ma che di fronte all’immagine della sua grande cattedrale in fiamme ha visto anche riaffiorare un sentimento di fede che forse aveva dimenticato o provato a rimuovere.

“Notre Dame”, la Nostra Signora, la Vergine Santa, ha smosso il cuore di milioni di uomini e donne e ci ricorda che la “Chiesa è indistruttibile, perché mio Figlio le ha dato un cuore: l’Eucaristia”. Il dono che è il mirabile mistero eucaristico che viene sempre più vilipeso, depauperato, ridicolizzato, e spesso proprio dagli stessi ministri di Dio.

Ma Parigi non è insolita alle irruzioni di Cristo, alla benevolenza Divina, all’Amore stesso di Maria. Parigi, la città della ghigliottina feroce, della laicità disperata e suicida per certi versi, delle rivoluzioni e della vita frivola vissuta come la nuova religione della libertà, non è mai stata abbandonata dal Cielo e le Apparizioni Mariane, la stessa devozione al Cuore divino di Gesù, sono lì a ricordarci questi privilegi concessi e le contempliamo come  le rivincite di Dio”, di quell’Amore che non si rassegna mai!

La Settimana Santa ha il suo fulcro nella Croce di Cristo, ed è proprio nella Cattedrale di Notre Dame di Parigi che si venera la “Corona di Cristo”, reliquia insigne tra quelle mirabili ritrovate da S. Elena a Gerusalemme e che si offrono alla devozione dei fedeli nella Chiesa di S.Croce in Gerusalemme a Roma.

Desidero qui condividere i ricordi di un mio genetliaco, celebrato nell’isola di Cipro, e la riflessione sulla “Croce di Cristo” proposta durante la visita apostolica da S.S. Benedetto XVI nella cattedrale di “Santa Croce” di Nicosia.

“Il Figlio dell’Uomo deve essere innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (cfr Gv 3,14-15).

Molti potrebbero essere tentati di chiedere perché noi cristiani celebriamo uno strumento di tortura, un segno di sofferenza, di sconfitta e di fallimento. È vero che la croce esprime tutti questi significati. E tuttavia, a causa di colui che è stato innalzato sulla croce per la nostra salvezza, rappresenta anche il definitivo trionfo dell’amore di Dio su tutti i mali del mondo.

Vi è un’antica tradizione che il legno della croce sia stato preso da un albero piantato da Seth, figlio di Adamo, nel luogo dove Adamo fu sepolto. In quello stesso luogo, conosciuto come il Golgota, il luogo del cranio, Seth piantò un seme dall’albero della conoscenza del bene e del male, l’albero che si trovava al centro del giardino dell’Eden.

Ingannato dal serpente, Adamo ha abbandonato la filiale fiducia in Dio ed ha peccato mangiando i frutti dell’unico albero del giardino che gli era stato proibito. Come conseguenza di quel peccato, entrarono nel mondo la sofferenza e la morte. I tragici effetti del peccato, e cioè la sofferenza e la morte, divennero del tutto evidenti nella storia dei discendenti di Adamo.

Come punizione dei propri peccati, il popolo di Israele, mentre languiva nel deserto, venne morso dai serpenti ed avrebbe potuto salvarsi dalla morte solo volgendo lo sguardo al simbolo che Mosè aveva innalzato, prefigurando la croce che avrebbe posto fine al peccato e alla morte una volta per tutte.

Vediamo chiaramente che l’uomo non può salvare se stesso dalle conseguenze del proprio peccato. Non può salvare se stesso dalla morte. Soltanto Dio può liberarlo dalla sua schiavitù morale e fisica. E poiché Dio ha amato così tanto il mondo, ha inviato il suo Figlio unigenito non per condannare il mondo – come avrebbe richiesto la giustizia – ma affinché attraverso di Lui il mondo potesse essere salvato. L’unigenito Figlio di Dio avrebbe dovuto essere innalzato come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così che quanti avrebbero rivolto lo sguardo a lui con fede potessero avere la vita.

Il legno della croce divenne lo strumento per la nostra redenzione, proprio come l’albero dal quale era stato tratto aveva originato la caduta dei nostri progenitori. La sofferenza e la morte, che erano conseguenze del peccato, divennero il mezzo stesso attraverso il quale il peccato fu sconfitto. L’agnello innocente fu sacrificato sull’altare della croce, e tuttavia dall’immolazione della vittima scaturì una vita nuova: il potere del maligno fu distrutto dalla potenza dell’amore che sacrifica se stesso.

La croce, pertanto, è qualcosa di più grande e misterioso di quanto a prima vista possa apparire. Indubbiamente è uno strumento di tortura, di sofferenza e di sconfitta, ma allo stesso tempo esprime la completa trasformazione, la definitiva rivincita su questi mali, e questo lo rende il simbolo più eloquente della speranza che il mondo abbia mai visto. 

Parla a tutti coloro che soffrono – gli oppressi, i malati, i poveri, gli emarginati, le vittime della violenza – ed offre loro la speranza che Dio può trasformare la loro sofferenza in gioia, il loro isolamento in comunione, la loro morte in vita. Offre speranza senza limiti al nostro mondo decaduto.

Ecco perché il mondo ha bisogno della croce. 

Essa non è semplicemente un simbolo privato di devozione, non è un distintivo di appartenenza a qualche gruppo all’interno della società, ed il suo significato più profondo non ha nulla a che fare con l’imposizione forzata di un credo o di una filosofia. Parla di speranza, parla di amore, parla della vittoria della non violenza sull’oppressione, parla di Dio che innalza gli umili, dà forza ai deboli, fa superare le divisioni, e vincere l’odio con l’amore. Un mondo senza croce sarebbe un mondo senza speranza, un mondo in cui la tortura e la brutalità rimarrebbero sfrenati, il debole sarebbe sfruttato e l’avidità avrebbe la parola ultima. 

L’inumanità dell’uomo nei confronti dell’uomo si manifesterebbe in modi ancor più orrendi, e non ci sarebbe la parola fine al cerchio malefico della violenza. Solo la croce vi pone fine. Mentre nessun potere terreno può salvarci dalle conseguenze del nostro peccato, e nessuna potenza terrena può sconfiggere l’ingiustizia sin dalla sua sorgente, tuttavia l’intervento salvifico del nostro Dio misericordioso ha trasformato la realtà del peccato e della morte nel suo opposto. Questo è quanto celebriamo quando diamo gloria alla croce del Redentore. Giustamente sant’Andrea di Creta descrive la croce come “più nobile e preziosa di qualsiasi cosa sulla terra […], poiché in essa e mediante di essa e per essa tutta la ricchezza della nostra salvezza è stata accumulata e a noi restituita” (Oratio X, PG 97, 1018-1019).

Il messaggio della croce è stato affidato a noi, così che possiamo offrire speranza al mondo. Quando proclamiamo Cristo crocifisso, non proclamiamo noi stessi, ma lui. Non offriamo la nostra sapienza al mondo, non parliamo dei nostri propri meriti, ma fungiamo da canali della sua sapienza, del suo amore, dei suoi meriti salvifici.

Sappiamo di essere semplicemente dei vasi fatti di creta e, tuttavia, sorprendentemente siamo stati scelti per essere araldi della verità salvifica che il mondo ha bisogno di udire. Ecco perché non dobbiamo mai stancarci, mai di meravigliarci di fronte alla grazia straordinaria che ci è stata data, non cessiamo mai di riconoscere la nostra indegnità, ma allo stesso tempo sforziamoci sempre di diventare meno indegni della nostra nobile chiamata, in modo da non indebolire mediante i nostri errori e le nostre cadute la credibilità della nostra testimonianza.

Sotto la croce però, oltre alla preghiera c’è il silenzio. Non c’è, infatti, solo il nostro silenzio per disporci all’ascolto della Parola di Dio; spesso, nella nostra preghiera, ci troviamo di fronte al silenzio di Dio, proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda. 

Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto anche per Gesù, non segna la sua assenza.

Il cristiano sa bene che il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine. Gesù rassicura i discepoli e ciascuno di noi che Dio conosce bene le nostre necessità in qualunque momento della nostra vita.

Egli insegna ai discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,7-8): un cuore attento, silenzioso, aperto è più importante di tante parole.

Dio ci conosce nell’intimo, più di noi stessi, e ci ama: e sapere questo deve essere sufficiente. Nella Bibbia l’esperienza di Giobbe è particolarmente significativa al riguardo. Quest’uomo in poco tempo perde tutto: familiari, beni, amici, salute; sembra proprio che l’atteggiamento di Dio verso di lui sia quello dell’abbandono, del silenzio totale. Eppure Giobbe, nel suo rapporto con Dio, parla con Dio, grida a Dio; nella sua preghiera, nonostante tutto, conserva intatta la sua fede e, alla fine, scopre il valore della sua esperienza e del silenzio di Dio. E così alla fine, rivolgendosi al Creatore, conclude: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb 42,5): noi tutti quasi conosciamo Dio solo per sentito dire e quanto più siamo aperti al suo silenzio e al nostro silenzio, tanto più cominciamo a conoscerlo realmente. Questa estrema fiducia che si apre all’incontro profondo con Dio è maturata nel silenzio. San Francesco Saverio pregava dicendo al Signore: io ti amo non perché puoi darmi il paradiso o condannarmi all’inferno, ma perché sei il mio Dio. Ti amo perché Tu sei Tu.

San Paolo ha offerto una mirabile sintesi della teologia della Croce nella seconda Lettera ai Corinzi (5,14-21), dove tutto è racchiuso tra due affermazioni fondamentali: da una parte Cristo, che Dio ha trattato da peccato in nostro favore (v. 21), è morto per tutti (v. 14); dall’altra, Dio ci ha riconciliati con sé, non imputando a noi le nostre colpe (vv. 18-20). E’ da questo “ministero della riconciliazione” che ogni schiavitù è ormai riscattata (cfr 1 Cor 6,20;7,23 ). Qui appare come tutto questo sia rilevante per la nostra vita. Anche noi dobbiamo entrare in questo “ministero della riconciliazione”, che suppone sempre la rinuncia alla propria superiorità e la scelta della stoltezza dell’amore. San Paolo ha rinunciato alla propria vita donando totalmente se stesso per il ministero della riconciliazione, della Croce che è salvezza per tutti noi.

E questo dobbiamo saper fare anche noi: possiamo trovare la nostra forza proprio nell’umiltà dell’amore e la nostra saggezza nella debolezza di rinunciare per entrare così nella forza di Dio. Noi tutti dobbiamo formare la nostra vita su questa vera saggezza; non vivere per noi stessi, ma vivere nella fede in quel Dio del quale tutti possiamo dire:

“Mi ha amato e ha dato se stesso per me”.

Rinfranchiamoci con le parole di S.Paolo: “Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,9-10).

Ναι, αγαπητές εν Χριστώ αδελφές και αγαπητοί αδελφοί, εμάς δε μή γένοιτο καυχάσθαι ει μή εν τώ σταυρώ του Κυρίου ημών Ιησού Χριστού (cfr Gal 6:14). Αυτος ειναι η σωτηρία, η ζωή και η ανάστασις. Δια μέσου αυτου εσωθήκαμε και ελευθερωθήκαμε.]*

*Sì, amati fratelli e sorelle in Cristo, lungi da noi la gloria che non sia quella nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo (cfr Gal 6,14). Lui è la nostra vita, la nostra salvezza e la nostra risurrezione. Per lui noi siamo stati salvati e resi liberi.

Stat Crux dum volvitur orbis.

Buona S. Pasqua.

Alessandro prof. dott. Tamborini*
*Plenipotenziario per il patrimonio storico-artistico-demo-etno-antropologico.
Docente di Scienze Religiose, Storia e Simbolismo dell’Arte Antica e Medievale.