Come ogni anno, ci avviciniamo alla festività più controversa del calendario civile italiano. Nessuna celebrazione, infatti, è così discussa come l’anniversario della cosiddetta “Liberazione”.

Non ci soffermeremo su chi ha liberato chi da chi. E nemmeno se fu una vera liberazione, una nuova occupazione, la fine di una guerra civile o la sconfitta di una dittatura, sui crimini e sugli eroismi, perché sono state scritte milioni di righe a riguardo e, anche se la storia è stata scritta da una certa fazione, la realtà dei fatti dimostra tutt’altro.

Vogliamo invece fare un analisi su chi detiene le chiavi di questa commemorazione ed i diritti annessi.

L’attuale governo e la maggioranza parlamentare sono stati criticati aspramente, in quanto alcuni esponenti hanno deciso di non partecipare alle celebrazioni, preferendo dedicarsi ad altre attività. L’oggetto della critica è che il 25 aprile dovrebbe essere la festa di tutti gli Italiani che, in questo giorno, riscoprono i valori su cui si fonderebbe la Nazione (quali?). Erroneamente definito come la fine del “Secondo Risorgimento”, il 25 aprile avrebbe come scopo quello di unire il Popolo nel ricordo di chi lottò e morì per la libertà. Tutto molto poetico e pittoresco, se non fosse che il 25 aprile è diventata, o è sempre stata, una festa prettamente politica e non patriottica.

Dimentichi del famoso “compromesso storico” che caratterizzò la Resistenza, alcune fazioni della politica italiana, dai rossi di una volta agli arcobalenati e blustellati di oggi, i sindacati, i centri sociali e le immancabili associazioni nostalgiche come l’ANPI, hanno cercato di monopolizzare la festa di “tutti gli Italiani”, utilizzandola subdolamente per fare propaganda contro le parti avverse, anch’esse antifasciste e i cui esponenti fecero la Resistenza tanto quanto i fazzoletti rossi. Liberali, democristiani, militari e persino alcuni nazionalisti non sono ospiti graditi alla festa della Liberazione, in quanto alcune loro idee, talvolta conservatrici e talvolta eccessivamente sociali, si scontrano con il pensiero unico che si vuole imporre tramite il ricordo della Resistenza.

Ed ecco che la Resistenza viene connessa con il favoreggiamento dell’immigrazione, con la sottomissione ad organismi internazionali e al padrone americano (falliti i tentativi di traghettare l’Italia nel Patto di Varsavia), con il sostegno alle teorie “gender”, con l’europeismo convinto, con il femminismo, il capitalismo finanziario, il cosmopolitismo, l’ateismo, la liberalizzazione delle droghe, e persino in certi casi con l’animalismo estremo. Tutte idee che dubitiamo fossero il motivo della lotta sui monti.

Poiché tali programmi sono connessi ad un determinato schieramento, alla parte avversa, che ribadiamo fece la Resistenza tanto quanto la prima, non viene concesso il diritto di unirsi ai festeggiamenti, per poi essere criticata se di sua spontanea volontà decide di disertare.

“Non ti invito perché non mi piaci, ma se non vieni è colpa tua”, è il sunto della questione. In nome della libertà si impone un certo pensiero, fuori dal quale non è concesso spingersi, né dubitare, per non essere tacciati di fascismo. Uno stratagemma interessante, attuato dagli antifascisti militanti da oltre 70 anni.

L’aspetto comico di questa situazione è che chi antifascista non è debba insegnare ai “partigiani del III millennio” cosa sia la libertà, quella che dicono di aver conquistato contro l’invasore e contro la dittatura, quella che dicono di difendere contro il fascismo di oggi, sia quello istituzionale (quale?) che quello nelle strade.

È davvero quindi la festa di tutti gli Italiani? O è la festa degli “umani” che vivono in Italia, che ripudiano il Tricolore (simbolo nazionale considerato fino a poco tempo fa troppo fascista), che sputano sulla Croce come stemma di oppressione, che snobbano i meno abbienti reputati ignoranti e analfabeti funzionali che non dovrebbero votare, e che ripudiano lo Stato stesso creato dai loro nonni.

Quindi no, il 25 aprile non è ormai la festa di nessuno, né di chi è legato alla “parte sbagliata” né dei discendenti dei vincitori, perché gli ideali che mossero questi ultimi oggi sono relegati, in larga parte, alla stessa “parte sbagliata”.

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