Abu Bakr al Baghdadi, letteralmente: “il bagdadino Padre di Bakr”, un nome altisonante nella miglior tradizione dell’onomastica arabo-islamica.

Di quel nome, l’elemento più simbolico è “Abu-Bakr”, che corrisponde al nome del primo califfo che è succeduto a Mohammad e siccome nomen omen, è evidente che al Baghdadi già a quei tempi (2010-2011) si riteneva il prosecutore diretto della volontà del profeta dell’Islam.

Dai tempi in cui l’ISIS imperversava nello Sham (regione storica tra Siria e Iraq) (1) ne è passata di acqua sotto i ponti e nella sua riapparizione in seguito alla serie di attentati in Sri Lanka, l’indiscusso leader dell’ISIS è apparso rossobarbuto e imbolsito ma, aspetto fisico a parte, ha detto alcune cosette che ci devono impensierire:

  • ha parlato di guerra di logoramento, di necessità di agire occultamente (2) e di vendetta a oltranza contro i crociati (non poteva mancare) (3);
  • ha esaltato il giuramento di fedeltà dei suoi seguaci in Burkina Faso e in Mali;
  • ha esortato il capo dell’ISIS nel Sahelo-Sahara, Adnan Abu al-Walid al-Sahrawi (lascio a voi la traduzione di quest’altro patronimico), a intensificare gli attacchi contro la Francia crociata e i suoi alleati.

Ossia, ha confermato che ISIS ha sbaraccato dallo Sham ma si è incistato nel Sahelo-Sahara e, non sappiamo ancora se da posizione predominante, ha operato una saldatura con gli altri gruppi jihadisti che imperversano in quella zona: Al-Qaida, AQMI, i gruppi Ansar, il GSPC e, un pochino più, a Sud Ovest, il Boko Haram, il quale, pur mantenendo i riti riconducibili alle nefandezze della mafia nigeriana, ha aderito all’Islam e si è saldato in posizione di vassallaggio all’ISIS redivivo e incistato ora in quella striscia di sabbia e oasi, ma anche di pozzi petroliferi, che dalla Mauritania attraversa Algeria, Tunisia, Libia, Egitto e Sudan, da dove arriva a lambire anche la Somalia e congiungersi con Al Shabab, il quale ha proiezioni fino in Kenya e Tanzania.

Non allarghiamoci troppo, però, perché una strategia così ampia richiede una tempistica altrettanto ampia. Tuttavia, assumiamo che l’internazionale islamista abbia già da un bel po’ di tempo in mente questo progetto che prevede, oltre all’islamizzazione dell’Africa, anche quella dell’Europa e si avvale della predicazione e del jihad per realizzarlo.

È vero che il rossobarbuto e imbolsito al Baghdadi, seduto per terra con tanto di AK47 versione short a fianco, ha emesso il suo proclama rintanato come un ratto in chissà quale nascondiglio. Però, come dice l’adagio latino: si vis pacem para bellum.

Note

(1) Lo Sham, più esattamente bilad al-Sham (ossia terra dello Sham), è una regione dall’alto valore storico e simbolico che rimanda al periodo califfale degli Omayyadi. Confina ad Ovest con il mar Mediterraneo, a Est con il deserto siriano, a Sud con l’Egitto e a Nord con la Turchia. L’idea dello Sham è stata ripresa dalla rivolta araba scoppiata dopo la 1^ GM dal leader nazionalista arabo Faiçal, che proclamò il Regno Arabo di Siria “su tutta la regione dello Sham”, che comprendeva Siria, Libano, Palestina, Israele e Giordania. 

(2) In sintonia con il concetto di takiya, la dissimulazione.

(3) La fobia per i crociati è stata istillata nelle menti delle popolazioni arabe dalle scuole dei colonizzatori francesi che nelle varie colonie insegnavano le teorie storiche dell’illuminismo e del positivismo per cui i crociati erano solo dei barbari dediti al massacro. Fino più o meno al 1830 gli arabi nulla o poco sapevano delle Crociate, ma soprattutto non gli interessava molto, anche perché molti dei loro confratelli di quasi 800 anni fa manco si erano accorti dell’afflusso di liberatori del Santo Sepolcro, altri non avevano disdegnato di allearsi con i principi cristiani per scucire territori a emiri contrapposti e soprattutto perché sapevano che Gerusalemme, già di pertinenza dell’Impero cristiano bizantino, era stata conquistata dalle armate musulmane e avevano messo in conto che qualcuno prima o poi avrebbe cercato di riconquistarla.