Pro Russian masked armed men guard at the city hall in Kostyantynivka, 35 kilometers (22 miles) south of Slovyansk, eastern Ukraine, Monday, April 28, 2014, after masked militants with automatic weapons seized the hall building. Ukraine's acting government and the West have accused Russia of orchestrating the unrest, which they fear Moscow could use as a pretext for an invasion. (AP Photo/Sergei Grits)

Abbiamo già parlato della presenza di gruppi jihadisti nel Sahelo-Sahara e adesso sappiamo non solo che ci sono, ma che la loro proiezione in quella regione si è estesa e raggiunge:

  • a Sud, Burkina Faso e Benin, saldandosi con il nigeriano Boko Haram;
  • a Nord, Algeria e Libia (con possibilità di trafilare nel sud tunisino);
  • a Ovest, Mali, con proiezioni fino alla Mauritania.
  • a Est, per ora sembra fermarsi ai confini tra Ciad e Sudan. Tuttavia, complice un ulteriore sforzo di ignavo disinteresse da parte nostra, potrebbero anche accarezzare l’idea di realizzare la saldatura con il somalo Al-Shabab.

Per il momento, sulla scia dell’“aspettiamo di vedere come andrà a finire in Libia”, sembra che l’attivismo dei gruppi jihadisti di novella saldatura incistati nel Sahelo-Sahara sia orientato al fronte sud e lì, tra Nord Mali/Burkina/Benin/Niger, abbia dato fuoco alle micce del jihad, e l’epicentro di questa offensiva sembra essere proprio il Burkina Faso.

È di qualche giorno fa la notizia di un duplice attacco, con almeno 4 morti e una decina di feriti, a una chiesa e a una processione di cristiani proprio in Burkina, dove le azioni jihadiste sono passate da 12 nel 2016 a 33 nel 2017 e a 158 nel 2018, confermando così la volontà dell’Islam jihadista di ripulire il mondo dai cristiani, ma anche da musulmani troppo “tiepidi” o “non abbastanza devoti” e da imam “deboli nella fede”, ai quali sono state rivolte  minacce di uccisione.

Oltre a cristiani e musulmani apostati, l’offensiva riguarda anche le scuole e gli insegnanti: tra Mali e Niger nel 2018, dopo numerosi incendi e devastazioni, hanno chiuso oltre 1.100 scuole su un totale di circa 2.900, mandando a spasso per la savana saheliana una popolazione studentesca stimata in 150.000 giovani.

La “teogonia” del jihad nell’area Sahelo-Sahariana è piuttosto complicata e ancora nebulosa.

Proverò a descriverla cercando di essere il più chiaro possibile:

  • il G.I.A. Algerino degli anni 1994-97 aveva generato un più ampio gruppo denominato GSPC, il quale, costretto sulle montagne dall’offensiva dell’esercito algerino, si era disperso nell’area desertica e aveva fatto accordi con gruppi di contrabbando/preda che circolano in quella regione disseminandola di “uova del drago”;
  • quando nel 2011, dallo Sham, l’ISIS aveva inviato emissari nel Sahelo Sahara questi si erano saldati (in posizione di preminenza) con i vari gruppi che si rifacevano al GSPC e avevano dato vita all’Islamic State in Greater Sahara (ISGS), una riedizione dell’ISIS; ovviamente, gli altri gruppi minori, come l’Ansar tunisino (contiguo al più vecchio Ansar al Islam – anch’esso originariamente algerino – e balzato all’onore delle cronache nel 2012 dopo l’assalto all’Ambasciata statunitense a Tunisi) si sono coagulati intorno a quella nuova idra che era ed è l’ISGS;
  • un satellite orbita intorno all’ISGS, Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), il quale è in attesa delle determinazioni di Al Zawahiri, che sembra essere a sua volta in attesa di quelle del figlio di Osama Bin Laden;
  • Boko Haram, il quale, in posizione di relativa autonomia, assicura la proiezione del jihad in direzione del Golfo di Guinea.

I vescovi delle conferenze nazionali africane si sono riuniti in seduta dal 13 maggio al 20 maggio per discutere gli ultimi sviluppi della situazione e, in tale contesto, di generalizzata preoccupazione, mi preme riportare un passaggio significativo dell’intervista rilasciata all’Agenzia Fides dal missionario della SMA, padre Donald Zagore: “… non possiamo affrontare questa sfida se i nostri governi non saranno coinvolti in modo concreto ed efficace. È  tempo che i nostri governi della regione si uniscano veramente, dispiegando i mezzi necessari per mettere fine a questa tragedia umana …”.

È evidente che il missionario si riferiva ai governi africani competenti per geografia, ma incapaci per insipienza, di contrastare un fenomeno simile, però l’appello non può essere ignorato da chi, come i paesi europei, in quel pezzo d’Africa hanno investito non poco scucendo notevoli guadagni e che con i paesi di quella regione hanno comunque un debito di “tutoraggio”.

Non sono pochi i soldati europei e statunitensi già schierati in quella regione, di sicuro ce ne sono in Nord Mali, in Niger, in Ciad. Qualche giorno fa sono caduti in combattimento due “Commandos Marine” francesi impegnati in una missione “dual use”: liberare due ostaggi francesi e accoppare quanti più terroristi possibile. Cosa aspettiamo a dichiarare palesemente guerra a una banda di assassini che già hanno macellato le popolazioni mediorientali di Siria ed Iraq e adesso si apprestano a farlo con quelle africane?

Rendiamoci conto che qualora l’ISGS si consolidasse in quella regione avrebbe buon gioco a:

  • imperversare sulle nostre numerose strutture petrolifere;
  • lanciare attacchi contro centri abitati di confine degli Stati maghrebini (già considerati dall’internazionale jihadista come “deboli nella fede”);
  • attrarre a sé il Polisario, una formazione militare che sta a ridosso del triconfine Algeria, Mauritania, Marocco, e che reclama l’indipendenza del Sahara marocchino;
  • effettuare incursioni contro le coste più a sud dell’Europa (Italia e Malta) rinverdendo i fasti della pirateria moresca;
  • estendere l’Islam ai paesi dell’Africa centrale (Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Repubblica Centrafricana, Uganda in cui già insistono numerose comunità islamiche dedite alla Da’wa).

Non è sufficiente questa prospettiva per intervenire?