“O sono moneta illegale o sono debito”. Così il sommo sacerdote della BCE sulla proposta dei mini-bot, ovviamente immediatamente ubbidito nell’anatema dal suo riverente stuolo di fedeli euroinomani del progressismo di ogni risma.

Progressisti oggi votati a difendere con le unghie e con i denti lo status quo, vincenti della globalizzazione, banditori della perpetuità e dell’inesorabilità del cambiamento, fautori della società aperta, in materia di innovazione finanziaria si mutano in biechi reazionari abbarbicati al più intransigente conservatorismo.

Troppo abituati a pensare l’innovazione come sinonimo di tecnologia e il progresso come circolare UE. 

Eppure, l’Italia oggi potrebbe, dopo diversi secoli di assenza, ritornare ad essere la patria dell’innovazione finanziaria.

Dopo aver istituito a Genova il Banco di San Giorgio, prima banca a tutti gli effetti, in Toscana la prima circolazione di lettere di credito, a Firenze la prima emissione di debito pubblico e a Venezia il primo mercato secondario dello stesso, l’Italia potrebbe oggi essere la prima nazione a creare il primo “mercato terziario” di debito pubblico, in cui il debito è emesso dallo Stato e immediatamente circolarizzato nel sistema sotto forma di uno strumento finanziario liberamente impiegabile come mezzo di pagamento.

Concettualmente, in buona fede, non ci possono essere dubbi sulla validità dei mini-bot, emessi dallo Stato a fronte di debiti contratti verso i suoi cittadini dalla Pubblica Amministrazione. Accettati come mezzo di pagamento fiscale, di fatto risulterebbero come un sistema di compensazione delle poste di credito-debito esistenti tra cittadini e Stato che, come si sa, in Italia esige tributi subito, ma paga come pessimo debitore.

I mini-bot sono titoli di debito, ma espressione di un debito già esistente, non di nuovo debito, utilizzabili, a discrezione della volontà dei privati, anche come mezzo di pagamento, così come i privati liberamente accettano pagamenti con carte di credito, bonifici, assegni e altri strumenti che formalmente non sono moneta legale e che eppure nessuno si sogna di definire “moneta illegale”.

A nostro avviso si potrebbe andare ancora oltre, qualora lo Stato integrasse organicamente la politica monetaria svolta, ad oggi indipendentemente, dalle banche centrali.

Uno strumento come i mini-bot (o anche i BOT “normali” e tutti i titoli di debito pubblico), potrebbero essere scontabili da parte della banca centrale tramite l’emissione di nuova moneta, liberando lo Stato da tale debito nel caso sia stato rappresentativo di spesa produttiva.

E questo non lo chiamate progresso?