Ci risiamo, ecco, che alla fine della manfrina, si arriva a concedere l’elargizione di fondi ad una radio fallimentare, Radio Radicale, solo perché è  organica ad un partito (altrettanto fallimentare), la «Lista Pannella», che sta simpatico a chi è nemico dell’antico adagio «ab esse ad posset non valet illatio» e che mio nonno contadino, in dialetto parmigiano, traduceva in: «non tutto quel che è fattibile è lecito», istillando così nella testolina di suo nipote quali siano i sacri limiti che impediscono alla libertà di degenerare in «licenza», nell’accesso originario di «abuso di libertà».

E quello che più fa arrabbiare è l’espressione beota di soddisfazione farlocca di non pochi uomini di Chiesa. 

Qualcuno di loro ha sostenuto che quella radio svolge un servizio pubblico. Pubblico? 

Chiariamo: il servizio potrà anche essere pubblico (nutro non poche peprlessità sulla liceità di tale definizione), perché quella radio trasmette cronache parlamentari e confronti (che qualcuno definisce approfondimenti) tra  personaggi con idee opposte, in cui si lascia la parola anche a chi la pensa diversamente dall’indirizzo politico della radio. Magra soddisfazione, perché comunque passa per l’etere quell’aura di velato «lasciamo la parola anche ai retrogradi» nei confronti di chi la pensa diversamente da chi è pro-aborto, pro-gay pride, pro-droga libera e  pro-tutto quello che buon senso vuole se non vietato, quanto meno severamente confinato.

È sufficiente questo per affermare che quello dato da Radio Radicale sia un servizio pubblico?

O meglio: siamo sicuri che la garanzia della pluralità di chi interviene sia sufficiente a dare il riconoscimento di pubblica utilità e a sganciare fondi pubblici?

Nel merito, più che la caratteristica di pubblico servizio, ne valuterei il lascito in termini di «bene pubblico», perché a fronte di radiocronache parlamentari e dibattiti plurivoci, Radio Radicale si è sempre distinta per l’appoggio a tutte quelle istanze suscettibili di distruggere quei legami sociali naturali sanciti «ab aeternum» e che, se invertiti come pretendono di invertirli i sostenitori del gay pride, diventano dei dis-valori… nemmeno più dei non-valori, ma l’inversione satanica dei valori stessi.

E quello che avviene in casa di chi sostiene che l’aborto sia un diritto non è un dibattito che assicura la libertà d’espressione a chi invece pensa che sia un omicidio. Trattasi di un escamotage strumentale a conferire credibilità democratica al confronto e a sottrarne all’ospite, il quale, al termine del dibattito, se ne va bollato da oscurantista e retrogrado.

Questo perverso risultato, che propone un farlocco pluralismo, non può essere accettato perché, di fatto, bypassa l’argomento fondamentale: il bene e il male… e schiude le porte al male.

Più del sovvenzionamento a Radio Radicale ciò che rammarica è pensare che, in seno a Santa Romana Chiesa, vi siano sacerdoti che tifano per quel metodo. 

Quanto, invece, ai soggetti politici che affermano di voler difendere i principi ed i valori della Cristianità e che hanno votato a favore del finanziamento pubblico all’emittente radicale, credo siano l’esempio lampante degli effetti prodotti dalla dissociazione mentale. Pregni come sono di relativismo liberale, auto-certificano la loro inidoneità ad ergersi a difensori della Civiltà e del bene comune.