Abbiamo in questa sede già trattato di bufale, sia da parte della destra populista che della sinistra. Quest’ultima, in particolare quella liberal-progressista, ha raggiunto un livello tale che, se fosse per i suoi adepti, occorrerebbe abbattere definitivamente le scuole di tutto il mondo occidentale e ricostruirle secondo uno schema di insegnamento proprio di una comune religione. 

In questi ultimi tempi, la rete ci ha regalato momenti esilaranti, ove qualcuno è riuscito a sostenere che Leonardo Da Vinci non fosse italiano in quanto l’Italia, nel suo tempo, non esisteva. Certo, lo Stato unitario nacque oltre 300 anni dopo la morte dello scienziato-artista. Tuttavia, oltre che da un punto di vista geografico, la Nazione italiana nacque in seno all’antica Repubblica Romana, per sopravvivere oltre i confini degli Stati regionali, come gruppo linguistico, come comunità religiosa e come entità culturale, seppur con tutte le differenze locali che costituiscono, ancora oggi, una delle più grandi ricchezze che il nostro Paese ha da offrire.

Andando oltre le pignolerie formali, il fatto di considerare il genio “europeo”, quand’anche nemmeno l’Europa, così come la si intende oggi, esistesse all’epoca, non è solo frutto di ignoranza storica, ma denota un palese disprezzo verso il proprio Paese e verso il suo Popolo, quasi che essere italiano sia da considerarsi un crimine. 

Sempre questo 2019 ha mostrato anche la totale ignoranza storiografica (oltre che la malafede) di personaggi social che, visto il crescente revisionismo storico, passano il loro tempo cercando di arginare le crescenti simpatie del popolo verso un determinato periodo storico, accusando a loro volta di ignoranza e di analfabetismo funzionale chi, pur senza farne apologia, descrive con occhio imparziale i meriti di un certo regime, oltre che additare come mistificatore chi certi periodi li ha vissuti e ci ha portato la sua testimonianza diretta (anche se non sopportava il governo). 

È ridondante citare le foibe, sminuite o addirittura negate da quando furono rinvenuti i primi resti umani nelle cavità carsiche, anche se oggi si lascia più spazio al giustificazionismo. 

Ma a parte il Ventennio, il revisionismo (quello vero) tende a demonizzare il Romanticismo, periodo di pace ove nacquero i sentimenti nazionali e rifiorì l’arte, ma soprattutto, complice il fanatismo illuminista, anche il Medioevo. 

Come tutte le epoche, il Medioevo fu caratterizzato da luci e ombre, e non solo da quest’ultime come da sempre ci viene insegnato. Fu un’epoca di grande slancio culturale: basti pensare ai meravigliosi monumenti che ancora costellano la nostra Europa, frutto di ingegno e gusto del bello oggi difficilmente replicabile; e come non citare, in letteratura, lo stilnovismo, o le grandi correnti filosofiche; e persino la scienza ebbe molti slanci; risale inoltre al 1088 la fondazione della prima Università della storia, a Bologna.

Ciò per dimostrare, senza comunque cancellarne i difetti, che il Medioevo non fu un’epoca di tenebre, come la propaganda illuminista ebbe a far credere, o come vogliono gli attuali deliri liberal-progressisti odierni. Anzi, nel Medioevo un bambino handicappato non veniva considerato un peso da eliminare, la famiglia numerosa era un investimento, il senso di appartenenza ad una comunità era una virtù, E dal punto di vista sociologico, il Medioevo non era nemmeno quell’epoca così marcatamente classista, almeno secondo l’uso comune del termine che vuole i nobili vivere in panciolle e il proletariato elemosinare di fronte alle chiese. Non vi erano solo i servi della gleba, ma moltissimi piccoli proprietari terrieri e artigiani che, in particolare dopo il Mille, costituivano gli antenati del moderno ceto medio, quello che l’economia liberal-capitalista oggi sta inesorabilmente uccidendo. Studiosi di sociologia antica ci riportano anche che nel Medioevo una persona consumava in media 2000 calorie di cibo al giorno (molte più di quelle consigliate per rimanere in linea) e si lavava 3-4 volte a settimana. 

Tornando ancora indietro, superiamo le invasioni barbariche e arriviamo al cospetto dei Cesari. Qui il progressismo si scatena: dallo scollegare completamente il mondo romano da quello attuale (perché tutti sappiamo che i Romani si sono estinti e noi siamo stati generati artificialmente dopo il 476), al negare addirittura la figura storica di Gesù Cristo, oppure dal considerarlo un migrante, pur avendo vagato tra Province di uno stesso Stato (il che è come considerare migrante un milanese che si trasferisce a Catania).

A Roma nacque la lingua latina, che si è evoluta nella nostra, un’altro retaggio culturale che la sinistra liberale vuole portarci via. L’utilizzo di termini anglofoni, inutili e incomprensibili ai più, e l’accusa di ignoranza verso chi non gira con un dizionario sotto braccio, sta lentamente devastando il nostro idioma, come un virus che a mano a mano si moltiplica. Inoltre, le storpiature della lingua e l’accettazione di queste da parte dei mezzi di comunicazione non fanno altro che farci perdere una delle nostre caratteristiche più care. 

Siamo passati dal “Nemo propheta in Patria”, dal “Nel mezzo del cammin di nostra vista”, dal “Quel ramo del lago di Como che volge a settentrione…” al “Voglio un mondo petaloso perché è molto amazing e fashion”. Abbiamo costruito la cultura del mondo e ci siamo ridotti a parlare come gli influencer di Instagram. 

E se la lingua viene quotidianamente accoltellata, la scienza, in particolare la biologia, viene a dir poco cannoneggiata. Ogni giorno nasce un sesso diverso: se una volta a scuola ci insegnavano che esistevano solo i maschietti e le femminucce, e che ciò dipendeva dagli organi sessuali, oggi invece ciò che dice il corpo è irrilevante, conta ciò che ci si sente o ciò che si vuole essere. Anzi, se si esce dagli schemi imposti da medioevo e fascismo, bisogna essere osannati, portati in trionfo, messi in cima ad ogni graduatoria. I due sessi canonici diventano quindi costrutti sociali, ciò che conta è l’individuo che si eleva al di sopra della natura e ne decide i meccanismi. 

Analoga situazione riguarda la differenziazione etnica: si è passato da “tutte le razze sono alla pari” (così come sancito anche dalla Costituzione più bella del mondo) a “le razze non esistono proprio”. Diciamo che non esistono, perché “razza” è un termine che fa paura e riempito solo di connotati negativi, utilizziamo la parola “etnia”. Qualitativamente, è evidente che un bianco è diverso da un nero o da un giallo (attenzione! diverso non vuol dire superiore o inferiore, si parla di differenze qualitative e non quantitative), eppure vi è chi sostiene che tali differenze non esistano, che siano anch’esse un costrutto sociale figlio del nazismo, del colonialismo e della schiavitù. Dove sta la cattiveria nel sostenere che un europeo è diverso da un africano o da un asiatico o da un mediorientale? La razza, o etnia, fa parte dei connotati che rendono peculiare un Popolo, assieme alla lingua, alla cultura, alla religione, alle usanze. E la differenziazione è ciò di cui ha bisogno qualsiasi identitario, perché tutti abbiamo bisogno dell’alius per caratterizzare noi stessi.

Cancellare la storia, la lingua e l’identità dei Popoli, rendendoli comunità amorfe e confuse dove impera l’egoismo, è il modo migliore per controllarli e utilizzarli come strumenti di arricchimento. Non sappiamo se vi sia un progetto segreto dietro tutto ciò (non ci piacciono i complottismi) tuttavia ci limitiamo ad analizzare le conseguenze effettive, che sono sotto i nostri occhi. Vogliamo davvero cancellare ciò che siamo e autoconvincerci che tutto ciò sia libertà?