Sul quotidiano La Verità dello scorso 1 luglio, ho letto l’intervista ad un tale – il cui cognome lo fa discendere dallo scrittore italiano per antonomasia – che sostiene di essere andato in giro per il mondo, per conto di Forze Armate e Servizi, a compiere operazioni speciali e a liquidare i nemici della Patria.

Era un pezzo sul tipo «a domanda risponde», in cui l’intervistatore si è lasciato sommergere da fantasie operative da grandguignol che, come al solito, sono destinate a concludersi con la solita trita e ritrita domanda: «Lei ha provato compiacimento ad uccidere?», alla quale immancabilmente corrisponde la solita patetica risposta, che suona più o meno così: «Quando assaggi il sangue poi non puoi più farne a meno» (non è la frase esatta riportata nell’intervista, ma il senso è quello).

Non ci voleva molto a capire, durante lo svolgimento dell’intervista, che l’intervistato le sparava troppo grosse per essere creduto, e a quel punto il giornalista avrebbe avuto a disposizione due opzioni:

  • interrompere l’intervista, dicendo seccamente all’intervistato di piantarla di dire puttanate;
  • oppure, per non frustrare un signore in preda a chissà quali complessi, continuare l’intervista cercando di abbreviarla al massimo e poi non pubblicarla.

In entrambi i casi, sarebbe stato preservato il buon nome del giornalista e del giornale.

Di interviste del genere ne ho lette più d’una, sia perché evidentemente sul mercato ci sono molti più bugiardi strutturati di quanto si immagini, sia perché spesso il giornalista, a digiuno di “cose guerriere”, ci casca come un pollo.

Sarebbe bene che i giornalisti evitassero di andare a indagare le fantasie dei millantatori, che altrimenti non cesseranno mai di ammorbarci con racconti di imprese e/o carriere che esistono solo nelle loro strampalate fantasie.

Va bene la «menzogna di Ulisse», aggiungere un po’ di sale ad un’avventuretta… ma a tutto c’è un limite, perché poi dalla menzogna di Ulisse (congeniale a chi non ha mai combattuto,. ma lo vuol far credere) si passa alla menzogna strutturata, priva di limiti, nella quale il millantatore stesso arriva a credere fermamente. A quel punto, richiamarlo alla realtà, dicendogli di piantarla di fare lo smargiasso, potrebbe anche essere una terapia.

Come riconoscere uno che millanta di essere stato Rambo? Semplice, è sufficiente fare uso del buon senso contadino, quello delle scarpe grosse e del cervello fino.

Ad esempio, chi dice che se ne è andato in giro per l’entroterra balcanico con una ferita nella pancia (ferita tra le più dolorose), o l’ha sparata grossa oppure è Rambo, ma Rambo e le sue rambate sono fantasia degenerata frutto di elucubrazioni di registi yankee, rivolte ad un pubblico yankee, che sfruttano complessi totalmente yankee.

Ad una cosa simile può credere solo (per questioni psicologiche) il millantatore che l’ha profferita, ma il giornalista ha il dovere di metterla in dubbio, perché, se la fa passare sul giornale, è un po’ come se cercasse di farci credere che la casa di marzapane della strega di Hansel e Gretel esista realmente, ossia crede che i lettori siano dei fessacchiotti.

Facciano attenzione i giornalisti, sennò quei millantatori non cesseranno mai di ammorbarci con racconti di imprese e/o carriere che esistono solo nelle loro strampalate fantasie.

Di casi come questo, mi si creda, ce ne sono molti: basta viaggiare in treno per scoprire che siamo un popolo di combattenti incalliti, che hanno fatto stragi di nemici della patria e che quando erano soldati mica hanno fatto la naja come tutti gli altri… erano in un battaglione punitivo, qualcuno era anche Parà ed era stato scelto come stunt-man per sperimentare un seggiolino eiettabile… Molti sono stati in prima linea, hanno accoppato qualcuno e portano ora sulla coscienza il peso di avere ucciso. Omuncoli che hanno fatto di tutto per evitare la fatica del soldato e che ora vogliono dare da intendere che lo sono stati e addirittura che hanno combattuto.

Qual è la ragione di questo comportamento, che è meno isolato di quanto si creda? Non sono uno psicologo, ma so che la psiche delle persone è quanto di più complicato e spesso tenebroso. È probabile che molto dipenda dalla frustrazione di chi, bambino, si è visto negare l’uso delle armi giocattolo e non ha potuto giocare a fare lo sceriffo o la giubba blu, con tanto di combattimento contro gli apaches. È in quei giochi – ossia sudando, sporcandomi, sbucciandomi le ginocchia e facendo valere la mia ragione di fronte ai miei amici di gioco (ma anche subendo la loro) – che ho «introitato» la fatica della battaglia e la differenza tra la forza dello sceriffo e la violenza dell’apache. Potrà anche sembrare semplicistico, ma tra la mia generazione di sterminatori di orde di apaches e quella successiva, quella del ’68 in cui prevaleva John Lennon su uno sceriffo come Gary Cooper, c’è una differenza enorme di consapevolezza circa il rapporto con la realtà.

Evitino i giornalisti di proporci storie strampalate come questa ed evitino la pubblicazione di articoli di bassa lega, che fanno da megafono a persone le quali altro non sono che dei grandguignol. Ad esigerlo sono il buon senso ed il buon gusto, nonché il rispetto dovuto ai lettori.

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