Ciò che occorre per ritrovare il “popolo”, nel senso più genuino del termine, è abbattere il mito dell’individualismo sfrenato, creato ad arte dalla società liberalcapitalista e che comporta la mutazione degli uomini in numeri privi di carattere, asserviti alle logiche borghesi e consumiste. La ricchezza improduttiva – frutto di attività prettamente speculativa, illecita o comunque immorale – è il vero ostacolo per la produzione nazionale e per lo sviluppo dei ceti medi e popolari. Una volta edificato un nuovo Stato sociale del lavoro, questa ricchezza improduttiva dovrà quindi essere limitata il più possibile sul piano materiale e superata su quello spirituale attraverso un nuovo modo di concepire la propria esistenza. L’esistenza dell’individuo che promuoviamo è quella volta alla grandezza nazionale e alla prosperità popolare, non alla misera, egoistica contemplazione di sé stessi. Dobbiamo esistere in funzione della Patria e assimilare da questa la tecnica di lavorazione dell’acciaio morale che forgerà l’avvenire e che dovrà essere quindi temprato dai martelli di un popolo che si riscopre “operaio” nel senso più nobile del termine.

Appare quantomeno sintomatico che l’uomo usi proprio il termine “operaia” – come una sorta di  “riconoscimento”, quasi un titolo onorario – per descrivere l’ape al lavoro, perfettamente inserita nel suo contesto sociale naturale, meravigliosamente organizzato, autosufficiente, produttivo, privo di conflitti di classe e provvidenzialmente utile all’uomo e all’equilibrio della natura.  

Un popolo “operaio” è un popolo versato al “collettivo” prima che al privato e al “comunitarismo” di contro all’egoismo. Un popolo che rigetta in ogni modo qualsiasi influenza che possa nuocere all’organicità nazionale, organicità oggi incompatibile col grande sistema capitalistico. Un popolo “operaio” è un popolo che boicotta ogni sorta di pensiero incline alla disgregazione sociale, disgregazione che oggi si palesa in esternazioni di pessimo gusto da parte del cittadino medio troppo invischiato nei propri obiettivi individuali identificati per lo più col solo successo economico, e impantanato nella propria “ricerca della felicità” (che proprio in quanto vista come fine ultimo dell’esistenza risulta irraggiungibile) perennemente troppo preoccupato e timoroso per la propria vulnerabilità sociale per partecipare a azioni di lotta di piazza o all’attività militante –  timore di perdere chissà che e chissà cosa, magari anche solo la propria immagine di borghese medio agli occhi dei conoscenti. Un popolo “operaio”, infine, sarà il risultato finale di una battaglia unitaria che non si perda nella lotta di classe (pur giustificabile in determinati contesti aziendali di sfruttamento e speculazione), ma che si proietti nel riscatto attraverso la “lotta di popolo”, che è l’unico strumento realmente rivoluzionario per spezzare le catene di un Sistema che detiene il monopolio delle ricchezze, incentiva il disordine morale, attenta alle libertà nazionali e ai diritti dei suoi cittadini e dei loro futuri discendenti.

Costruire tale prospettiva, significa dare un senso alla terra che abbiamo sotto i piedi, rispettare l’eredità dei padri e garantire un avvenire radioso alle generazioni che verranno.

Print Friendly, PDF & Email