Lo stretto di Hormuz è ancora alla ribalta con il sequestro da parte degli iraniani di una petroliera inglese (in risposta al precedente sequestro di una petroliera iraniana da parte degli inglesi, avvenuto nello stretto di Gibilterra) e l’abbattimento da parte degli statunitensi di un drone iraniano. Eppure l’impressione, suffragata dai fatti, suggerisce che nessuno voglia questa guerra.

Beh, intanto c’è da dire che le ultime guerre scatenate nell’area sono state scatenate per molto meno e con prove meno reali… allora perché aspettare così tanto a fronte di interessi geostrategici ed energetici così consistenti? L’impresentabile Trump, il presidente parolaio e con la mano sempre sulla colt, avrà le sue ragioni.

Comunque, a scanso di equivoci, ma soprattutto per ribadire che quell’area è terreno di caccia yankee, Trump la mano sulla colt non l’ha tolta (ma la rivoltella rimane sempre nella fondina) e ha inviato nuove forze, parte delle quali saranno stazionate in quel paese che con il paese del “Bills of Rights” dovrebbe confliggere non poco (invece gli yankee ci vanno a braccetto da un bel po’ di tempo): l’Arabia Saudita… ma siamo in una situazione “normal”, definibile secondo l’acronimo “snafu” = Situation Normal All Fucked-up, che spesso ricorre nelle sale operative delle Special Forces quando non ci sono novità di rilievo. 

L’impressione è che tutto quanto è avvenuto sino ad ora: le navi attaccate da non meglio identificati pasdaran iraniani così fessi che le colpiscono al di sopra della linea di galleggiamento, sequestri e contro-sequestri da Gibilterra allo stretto di Hormuz, abbattimento di droni; tutto ciò, dicevo, mi sembra che  puzzi di ammuina in vista di un prossimo negoziato tra Stati Uniti e Iran e che tutto questo si inserisca nella dinamica  di un preventivo braccio di ferro che impegna (ma contemporaneamente mette in seria difficoltà) quell’asse contro natura formato da USA-GB-Israele-Arabia Saudita e il tutto sembra strumentale a permettere ai due protagonisti principali,  Trump e l’Iran, di mostrare esclusivamente le reciproche  capacità di deterrenza:

  • gli iraniani evidenziano la loro caparbietà, suscettibile di portarli alla chiusura dello stretto di Hormuz, nonché la loro predisposizione a combattere seriamente (ribadendo a Trump, qualora non l’avesse capito, che l’Iran non è l’Iraq);
  • Trump, come da copione, esercita quello che in gergo militare si chiama “display determination” che, di solito, in casi come questo, ha molto della “display” e poco della “determination” ed è solo un atteggiamento dovuto, in situazioni simili.

Un fattore non trascurabile che balza agli occhi è che la presenza di militari statunitensi sul sacro territorio musulmano già calpestato dal profeta dell’Islam fa incazzare il mondo arabo-islamico e offre all’Iran l’opportunità di accusare l’Arabia Saudita, che già non gode di molte simpatie in seno a tale mondo, di intelligenza con i nemici di sempre: amriki e hioud (americani ed ebrei) [1].

A fronte di tale scenario un po’ machiavellico e, in verità, poco aderente al carattere di Trump, tuttavia realistico perché suffragato dal fatto che per essere una sfida all’O.K. Corral sta durando un po’ troppo e siamo già oltre i tempi supplementari, senza che sia stato sparato un colpo, appare evidente che l’Iran è interessato più che altro a:

  • mostrare i muscoli che ha;
  • far intendere che lui la guerra non la teme;
  • far capire che lui è disposto a mettere a ferro e fuoco tutta la regione del Golfo Persico.

Però: “Non vogliamo la guerra ma non arretreremo di fronte al nemico”,ecco quanto ha twittato ieri Mohsen Rezaei[2]. Ed ecco che l’iran annuncia essere disposto a nuove trattative sul nucleare in cambio della revoca delle sanzioni.

Sono in pochi a credere che gli Stati Uniti accetteranno una simile proposta, perché i più ritengono che l’obiettivo di quel cattivone di Trump, che non vede l’ora di estrarre la sua colt, sia la caduta del regime degli Ayatollah. Io non ne sarei così sicuro… siamo certi che, allo stato attuale, il principale obiettivo strategico di Trump sia la caduta degli Ayatollah?

In mezzo a questo “rebelot” mi sembra di intravvedere una volontà inconfessabilmente condivisa di negoziare e contemporaneamente non perdere la faccia. Non escluderei, perciò, la riapertura di nuovi negoziati diretti.


[1] Secondo una fonte ufficiale, Riyad “ha accettato di ospitare le forze statunitensi per aumentare il livello di cooperazione, al fine di difendere la stabilità della regione e garantire la pace”

[2] Mohsen Rezai è un generale e politico iraniano dei Pasdaran attualmente Segretario del Consiglio per il Discernimento della Repubblica Islamica dell’Iran.