«In caso di rapina, in casa o per strada, dovete chiamare la polizia perché è a lei che compete la sicurezza». Che bella scoperta! Ma soprattutto, che considerazione del cazzo! La sicurezza non può che competere alla polizia, ma l’autodifesa, che si esprime nell’istante dell’aggressione, a chi deve competere se non a me, capo famiglia?

Perché questa affermazione, che passa spesso sui talk-show, è una cazzata?

Perché è fuori dalla realtà pratica: solo un babbeo o un disonesto intellettuale, oppure uno che tifa per i delinquenti, può immaginare che alle due di notte, con due o tre malviventi in casa, si abbia il tempo di fare il 113 o il 112 e, in maniera fredda, comunicare dove, quando e cosa sta succedendo e magari farsi massacrare di botte da malviventi incazzati perché hai avuto l’ardire di chiamare la polizia.

E anche perché è fuori dalla realtà morale: natura delle cose vuole che spetti a me – marito e padre, oppure fidanzato – proteggere la mia famiglia o la mia fidanzata; è a me che compete la prima difesa di essa; e se uno Stato mi nega questo diritto/dovere, è uno Stato che non ha capito un bel niente oppure sta (in maniera conscia o meno) dalla parte dei delinquenti. 

Le ragioni dell’incremento di rapine violente è attribuibile in  parte alla presenza di comunità straniere avvezze alla violenza, nonché ricettiva agli eccessi derivanti dall’alcool e dal sesso, e in parte al fatto che il delinquente non teme la reazione dell’aggredito il quale, partendo già sconfitto «in nome della legge», offre appetibili garanzie di minorata quando non di assente difesa, ma soprattutto perché fino a quando la polizia e il carcere non susciteranno paura nei malviventi, ebbene intervento di polizia e permanenza in carcere non risolveranno un bel nulla.

Si chiama deterrenza! Fino a che questa deterrenza non c’è, i malandrini continueranno ad imperare.

Lo volete capire che il delinquente maghrebino, rumeno, rom o italiano se ne fa un baffo dell’intervento della polizia che, con tutte le cautele possibili, gli mette le manette? E che di finire in carcere a svernare per qualche anno non gliene frega un bel niente?  

La polizia italiana è composta da professionisti seri e preparati, che sanno coniugare l’efficienza operativa alla connaturata umanità italica, e quei professionisti lo stanno dimostrando quotidianamente sia a una platea indifesa di aggrediti, prodigandosi non poco per difenderli, ma anche ad una platea di disonesti intellettuali che si stracciano le vesti per i diritti dei delinquenti. Ma che delle forze dell’ordine, per un riflesso ideologico, non gliene frega nulla, anzi le guardano con sospetto quando non con aperta antipatia. 

Delinquenti, ad esempio, in stile Giuliani, definito in una piazza, che meritava ben altra intitolazione, «un ragazzo» – quei disonesti ideologici intitolatori hanno, però, dimenticato di dire che quel ragazzo era un delinquente (participio presente del verbo delinquere) che stava commettendo un’inezia, un nonnulla di reato: in una situazione di guerriglia urbana, stava scagliando un estintore su un’auto dei Carabinieri – e, dicevo, quei fregnoni continuano a stracciarsele quelle vesti per tutta una caterva di avanzi di galera ai quali pretendono l’applicazione di quei diritti che, invece, vogliono negare alle persone per bene che volessero difendere se stesse ed i propri cari.

I sessantottardi usavano dire «una risata vi seppellirà» ed è quello che sta avvenendo, solo che sono i delinquenti che ci seppelliscono sotto le loro grasse risate, perché la polizia non incute loro paura, il carcere fa loro solo il solletico e al capo famiglia è stata tolta quell’ascia che Ernst Junger gli aveva messo in mano asserendo che, tanto storicamente quanto naturalmente e logicamente, spetta in primis a lui la difesa del focolare.

Comunque, storia, natura e logica dicono all’unisono che le chiacchiere stanno a zero, l’importante è trovare una soluzione a questa situazione in cui il nemico (il delinquente) straripa a causa di un ambiente che gli è congeniale.

Urge introdurre la deterrenza! Tradotto in termini molto semplici: il delinquente deve farsela sotto all’arrivo della polizia e deve essere disperato al pensiero di finire in galera, e quando si rende conto che nella casa che si appresta a svaligiare c’è il capo famiglia, dovrebbe letteralmente farsela addosso e scappare.

Si realizzi una situazione in cui il delinquente sia costretto a muoversi in un ambiente che non solo non gli è favorevole, ma che gli sia particolarmente ostile: 

  • che la polizia possa essere misuratamente dura con il delinquente;
  • che il carcere sia veramente una pena e non un ozio in attesa della scadenza dei termini di detenzione;
  • ma soprattutto che il delinquente sappia che il capo famiglia svegliato di soprassalto da due delinquenti che vogliono rapinarlo alle due di notte non ha legacci che gli impediscono di difendersi «usque ad mortem».

Le armi sono l’unico strumento in grado di realizzare la deterrenza, è vero che sono sicuramente pericolose, se usate in assenza di addestramento e condizionamento psicologico, ma lo sono come lo è un’auto nelle mani di un ragazzo privo della patente di guida.

Pertanto, non si lesini nella loro vendita e nel rilascio del relativo porto come mai si è lesinato nella vendita di automobili e nel rilascio della relativa patente di guida, ma si sia severi nel pretendere il necessario addestramento/condizionamento all’uso e alla detenzione di esse.

Per esperienza so che chi conosce l’arma ed è opportunamente addestrato al suo impiego, di solito reagisce in maniera equilibrata ed è praticamente esente dal procurare incidenti.

Un’arma in casa nelle mani di un padre di famiglia cosciente, supportato da una legge che lo tutela a priori nella difesa dei suoi cari, è il deterrente migliore.