In un precedente contributo abbiamo già detto di come l’isteria circa i “cambiamenti climatici” e l’annessa questione climatica non si possano confondere con la più generale e vasta questione ambientale.

Senza tornare su questa distinzione, quella tra clima e ambiente, ci proporremmo in ogni caso di sviluppare almeno una riflessione di quale dovrebbe essere l’approccio di una destra, che si vuole radicale e alternativa, rispetto a tale tematica.

A questo riguardo è già stato chiarissimo, come spesso gli accade, Jean-Marie Le Pen, che scrisse, a seguito dei risultati elettorali delle ultime elezioni europee: “I Verdi al 13% dei voti sono portati in trionfo dai media. Tuttavia, l’ecologismo di sinistra è una truffa. In effetti l’ecologia è un valore conservatore degli equilibri naturali. È quindi un valore di destra.”

Le Pen, come al solito, coglie nel segno e individua nell’ecologismo di sinistra una grande truffa che ha azzoppato alla destra un suo cavallo di battaglia.

D’altra parte, rimontando indietro nel corso della storia, non si farà fatica ad identificare come Victor Hugo, scrittore fare del progressismo francese e quindi europeo, a suo tempo magnificasse il dipanarsi su tutta la Francia dello “chemin de fer”, irridendo e bollando al solito come reazionari i deputati monarchici che, espressione generalmente dei distretti rurali, temevano che la ferrovia e l’eccessiva industrializzazione potessero rompere l’armonia della dolce campagna francese. 

Col Novecento e l’affermazione di sistemi totalitari di diverso colore non venne meno, anzi si approfondì, la divaricazione ideologica sul tema.

Nella Germania degli anni ’30, il ministro dell’agricoltura nazionalsocialista Darrè, trincerato dietro il motto Blut und Boden – sangue e suolo – fece in pratica del suo ministero un centro di diffusione di tesi ruraliste per il ritorno alla terra e ad una società, quasi miticamente sana, di tipo pre-industriale.

La necessità di conservare puro il sangue andava di pari passo con la necessità di conservare puro il suolo natio.

In Unione Sovietica, viceversa, come in tutti i paesi del socialismo reale, la costruzione del paradiso dei lavoratori si faceva senza tema a colpi di colate di cemento, desertificazione di laghi e diffusione di centrali atomiche solo maldestramente messe in sicurezza.

Naturale d’altra parte che il pensiero dell’ortodossia marxista, magnificando la classe operaia e il progresso industriale, predicando un internazionalismo sradicante l’uomo dal rapporto col suo suolo e un utilitarismo materialista che, salvo le soluzioni tecniche di gestione dei fattori di produzione, nulla ha da invidiare all’utilitarismo materialista degli economisti del liberalismo classico, si volgesse a concepire la natura solo come l’ennesimo fattore di produzione da sfruttare fino al soffocamento e all’abbruttimento.

Strascichi evidenti dell’impostazione marxista del problema sono sotto gli occhi di tutti nell’assenza di qualunque sensibilità ambientale espressa dal Partito Comunista Cinese, che ad oggi rende la Cina la principale causa di inquinamento del pianeta.

In Occidente, dove il marxismo si è dovuto, gramscianamente, accontentare non del potere effettivo ma di esercitare una forte influenza sulla cultura e sul mondo intellettuale, abbiamo visto nelle nostre città il prodotto di generazioni di urbanisti e architetti formati alle scuole del modernismo artistico e del materialismo dialettico.

Per dirla con le parole del critico d’arte Vittorio Sgarbi: “PCI, DC e altra merda, sono riusciti negli anni ‘60 e ‘70 a regalarci le peggiori architetture degli ultimi 3000 anni”.

A questo punto se, come evidenzia Le Pen, nella vulgata corrente, l’ecologismo resta un valore di sinistra, ne va ricercata la causa, il momento dal quale si è affermata tale usurpazione.

Il momento sembra essere stato, con tutta chiarezza, il ’68 e il suo sorgere di movimenti protestatari, autoidentificati come di estrema sinistra ed eppure smarcati rispetto alle gerarchie tradizionali dell’ortodossia comunista.

In Francia è il momento di Daniel Cohn Bendit, il semi-apologeta del diritto all’amore pedofilo, figura guida dell’infausto maggio francese, teorizzatore di uno scavalcamento delle vecchie strutture del Partito Comunista Francese (fu, non a caso, autore del celebre “L’estremismo come rimedio alla malattia senile del comunismo”), iniziatore della parabola politica dei partiti verdi, oggi, passato mezzo secolo dalle barricate, comodamente adagiato e pontificante sugli scranni del Parlamento Europeo.

Dal ’68 in poi è gettato il seme dei movimenti verdi e dell’ideologismo ambientalista.

Oggi, con il progressivo stringersi dei paradigmi del mondialismo e il collasso del mondo marxista, i partiti verdi o, se non i partiti, l’ideologia verde, è diffusa in tutta Europa, come si è ben visto nelle ultime tornate elettorali.

Il voto verde non è solo un voto verde, è un voto per la società aperta, voto in ogni caso di sinistra, sebbene non più, sicuramente, voto operaio.

Come il ’68 fu infatti più movimento degli studenti e della gioventù piccolo borghese insoddisfatta e molto meno movimento di lavoratori e operai, così i movimenti, come quello verde, che si fanno alfieri della “società aperta”, sono essenzialmente movimenti dei vincenti della globalizzazione.

Hanno orrore ad ammetterlo ma sono la quintessenza della borghesia capitalista.

Predicano il ritorno alla Terra, la salvaguardia della natura e raccolgono il massimo dei propri consensi nelle città (di più nelle città ricche), tra ceti urbani che con la terra hanno perso ormai ogni contatto reale.

Deprecano, nella loro delicata sensibilità, l’ars venandi come barbara e crudele, mentre ignorano che il cacciatore, accompagnato dal suo cane, che attraversa in cerca della preda il bosco e la foresta, conosce e giocoforza tutela (se non altro per interesse), quel bosco e quella foresta che loro vedono solo sulle copertine fasulle dei loro cibi bio, che acquistano in supermercati e negozi ad hoc.

Acquistano coscienziosamente prodotti “a chilometro zero”, votano per i trattati di libero scambio col Nord America e i relativi prodotti ricolmi di steroidi e pesticidi, hanno orrore che un pomodoro non sia coltivato in maniera eco-bio, trovano ragionevole che sia raccolto da un essere umano sottopagato e sradicato dal proprio ambiente lontano migliaia di chilometri.

L’ecologismo figlio del ’68 non è vero ecologismo, come ogni frutto del ’68 è distorsione e truffa ideologica.

Probabilmente il suo peccato originale è l’aver rimosso, coerentemente col proprio delirio, ogni forma di gerarchia dal proprio universo mentale.

La gerarchia esiste in natura e ovunque la natura la manifesta per apportare ordine e armonia. Cos’è un alveare senza la sua ape regina? Cos’è il cielo senza la sua sua stella polare?

Nell’ordine naturale, l’uomo è chiamato a rivestire un alto luogo in tale gerarchia: “domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” Genesi 1:26.

L’uomo, essendo nel creato l’unico ente di ragione, non può che essere collocato in cima alla gerarchia dell’armonia naturale.

L’ecologismo verde, cancellata l’autorità, cancellata la gerarchia del Padre – del padre padrone come del Padreterno – cancellato il soffio divino della creazione, ha sicuramente cancellato anche il soffio divino dell’uomo e così la sua eccezionalità.

L’uomo divino animale tra gli animali.

Si teorizzano i diritti degli animali come “diritti degli animali non umani”. Non si coglie la differenza ontologica tra uomo e bestia. Il cane sviluppa l’olfatto, la tigre gli artigli, l’uomo il cervello. L’intelligenza umana, lungi dal suggerire, come accadeva un tempo, che l’uomo possa essere dotato di un’anima a differenza dei bruti, è parificata ad una diversa facoltà organica, di cui sarebbe stato privilegiato quasi per caso.

Ecco quindi che la possibilità di un ecologismo tradizionale, di destra, si divarica dall’ecologismo snaturante della sinistra.

L’ecologismo di destra intende la natura come costrutto gerarchico, di cui l’uomo è custode e non ente creatore, gerarchico ma per quest’ultimo motivo lungi quindi da ogni approccio produttivista, sia marxista che capitalista. In quest’ottica, a dispetto del moralismo verde sempre più opprimente, non esistono obblighi propriamente morali dell’uomo verso l’ambiente o verso gli animali.

L’uomo ha doveri morali solo verso altri enti morali, ovvero verso altri enti capaci di avere un’intelligenza capace di regolare la propria condotta, verso quindi Dio, sé stesso e gli altri uomini.

L’animale o la Terra in quanto tale, non possono completare la categoria.

Un poeta come Dante descriveva nel suo Inferno il cerchio dei violenti suddiviso in tre sottocategorie: violenti contro gli altri, violenti contro sé e violenti contro Dio, non si aggiungevano ulteriori categorie, perché in un mondo come quello dell’Alighieri, l’oscuro Medioevo, si supponeva appunto che l’obbligo morale esistesse solo verso tipi di soggetti che avessero i caratteri della personalità.

Riconoscere obbligazioni etiche verso enti del mero mondo fisico avrebbe rilevato dell’idolatria e del paganesimo.

L’ecologismo di destra colloca il proprio oggetto al corretto grado, ovvero al di fuori e al di sotto dell’ordine morale e dell’ordine dello spirito.

L’ecologismo dovrebbe quindi rilevare più che altro della sfera dell’economia, intensa in senso lato come “legge del possesso”, ovvero come prudente attività di gestione delle risorse e delle bellezze naturali che ci sono state comunicate.

In questo senso si comprende da dove sorgano le empie e inumane considerazioni che si vedono comparire sui social in cui si raffronta l’incendio di Notre Dame con l’incendio della foresta Amazzonica e si depreca il genere umano per essersi commosso più a causa del primo che del secondo.

Il raffronto è disumano poiché non si coglie che Notre Dame, essendo un’opera dello spirito umano, è incommensurabilmente di valore superiore alla ricchezza naturale, magnifica e da conservare, dell’Amazzonia che è un’opera materiale della Terra.

Il raffronto è poi per di più empio, poiché Notre Dame non è solo l’opera di un qualunque spirito umano, come potrebbe esserlo il Partenone di Atene o una piramide egizia, ma è pure l’opera dello spirito umano informato dal cristianesimo, ovvero dalla rivelazione e della trasmissione dello spirito divino all’uomo.

Dobbiamo augurarci che prima o poi l’implicita disumanità delle tesi dei nostri avversari si mostrino come tali, che prima o poi si capisca che il genere umano non è un intruso per il pianeta Terra, ma che il pianeta Terra è stato fatto per l’appunto per l’uomo in quanto tale e solo per lui.

Che torni insomma un po’ di senso dell’ordine.

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