Pacta sunt servanda

Questa sembrava essere, fino a poche settimane fa, l’imperativo assoluto, incontestabile, da sbattere in faccia ai quei pazzi di Borghi e Bagnai, di Paolo Savona, e insomma a tutta quella pericolosa accolita di euroscettici e cialtroni populisti.

I patti europei si rispettano e non si discutono, gli impegni si onorano.

Che pretendete di fare? Modificare i trattati europei? Non sapete che furono scritti sul Sinai direttamente da Jacques Delors e dagli altri “padri fondatori”? Veramente pensate che con politiche fiscali espansive si possa far espandere l’economia?

L’equilibrio dei conti pubblici? Le coperture? Il deficit che crea il debito che cadrà sulle spalle dei nostri figli? Nessuna paura, contrordine compagni, ora le cadreghe le abbiamo noi.

Chiedere più deficit non significa più scassare la finanza pubblica, ma significa avere più flessibilità per far ripartire l’economia e, come dottamente ha ricordato il Presidente Mattarella all’augusto ritrovo della Confindustria a Cernobbio, è infine arrivato anche il tempo di una revisione dei trattati europei.

Troppo stretti i vincoli, troppo ciechi gli impegni.

Ohibò, chi l’avrebbe mai detto?

Guarda caso tutto ciò si scopre solo da quando alla poltrona dell’economia siede il Compagno Gualtieri e alla Commissione UE per gli Affari Economici il Compagno-Conte Gentiloni Silveri.

Da parte nostra, non vogliamo certamente essere troppo malpensanti, ritenendo che tale mirabile mutamento di sinfonia sia dettato solo dalle vicende di piccola bottega parlamentare all’italiana e relativa dose di ribaltoni estivi e trasformismo a piene mani.

No, vogliamo essere più generosi, vogliamo pensare più in grande, con un respiro europeo se è concesso anche a noi incolti sovranisti.

Ricapitoliamo perciò brevemente come ci può apparire la situazione macroeconomica dell’area euro.

La Germania, nonostante il surplus di bilancio pubblico e i miliardi di surplus commerciale, è vicina alla recessione.

Sorpresi?

Noi non così tanto. Come un deficit pubblico fa espandere l’economia, poiché se è maggiore la spesa dello Stato rispetto alle tasse incassate allora si ha un maggiore trasferimento di risorse dallo Stato al sistema economico di quante non ne vengano assorbite, così il surplus tedesco non può che significare che lo Stato tedesco ha una funzione depressiva sia sull’economia tedesca che sull’economia europea in genere, vista la stazza dell’economia tedesca.

Le condizioni per mantenere la crescita in assenza di spesa pubblica sono quindi solo due: o si cresce perché cresce la spesa privata, ovvero i privati aumentano i propri investimenti / indebitamento, oppure si cresce perché si ha un export che supera l’import, e allora si cresce grazie al traino dei mercati esteri.

La Germania, e con essa gli altri paesi “virtuosi” del nord, ha tenacemente fatto propria la seconda soluzione, avvantaggiata com’è dalla svalutazione artificiale di cui beneficia grazie all’euro (giusto per chiosa, battezzato, seppur nella sua forma preambolare del Sistema Monetario Europeo, dal Conte Ministro delle Finanze Otto Lambsdorff “un meccanismo di sovvenzione all’industria tedesca”).

Ora, però, c’è un intoppo.

Se le nazioni del nord sono virtuose perché non spendono e non si indebitano, mentre le nazioni del sud sono soggette ai più svariati richiami e manovre di austerità e di contenimento della spesa perché troppo indebitate, ciò significa che non solo la Germania ma tutto il blocco della zona euro per crescere non può che far affidamento sul commercio internazionale e sulla valvola di sfogo delle esportazioni.

D’altra parte la “cura” Monti, che notoriamente quest’ultimo confessò alla CNN, lontano delle emittenti patrie, era più che altro rivolta non a far diminuire il debito (cresciuto sia in termini assoluti che relativi sul PIL) né tanto meno a far crescere l’economia interna, quanto a “distruggere la domanda interna”, indurre la recessione per abbassare la propensione e la capacità di spesa degli italiani, in modo di ridurgli la capacità di comparare beni importati e tornare ad avere surplus nelle partite correnti.

In un certo senso, oggi che l’Italia è affannosamente tornata ad avere un surplus commerciale di quasi 50 miliardi, si può dire che forse l’operazione è riuscita.

A che prezzo? Al prezzo di qualche milionata di disoccupati, 200 miliardi di crediti che famiglie e imprese non riescono a ripagare, migliaia di aziende scomparse, uno stock di esodati, insomma, quisquilie.

In ogni caso, la sintesi è che le politiche europee, limitando la capacità di spesa e di investimento fanno quasi obbligatoriamente del mercato interno dell’Europa una zona economicamente depressa – guarda caso il tasso di disoccupazione dell’area euro è di circa l’8% ovvero praticamente il doppio di quello delle altre economie avanzate non euro (USA e UK sono sotto al 4%, Svizzera e Giappone sotto al 3%) – che per reggersi deve avere per forza dei continui surplus commerciali verso il resto del mondo.

L’impostazione mercantilista dell’area euro è ancora più evidente se si guarda alla relativa incapacità delle politiche monetarie espansive messe in campo dalla BCE per far ripartire l’economia e sostenere una dinamica dei consumi che faccia avvicinare l’inflazione all’obiettivo del 2%.

Per brevissimo inciso, in ambienti finanziari (gli analisti di BlackRock in primis) si mormora che, per raggiungere il target d’inflazione, il nuovo inquilino di Francoforte, Christine Lagarde, starebbe valutando la soluzione di “helicopter money”, ovvero stampare moneta e distribuirla gratuitamente ai cittadini per sostenerne la capacità di spesa

Bravi, quindi si possono stampare i soldi dal nulla, così, giusto per sostenere l’economia reale, senza neanche l’emissione di un titolo di debito e di intermediazione bancaria? E chi l’avrebbe mai detto?

Chiuso l’inciso; a che serve abbassare i tassi offerti alle banche se queste, anche una volta finanziatesi allo 0% presso la Banca Centrale, del denaro non sanno che farsene perché in un contesto economico stagnante non trovano impieghi remunerativi?

La BCE da un lato invita le banche italiane, tramite le operazioni di politica monetaria espansive, ad aumentare il volume di prestiti all’economia reale, dall’altro lato, visto che l’economia reale è stagnante, la stessa BCE tramite il SSM (il Single Supervisory Mechanism, la vigilanza unica sul sistema bancario europeo), induce le banche a ridurre i prestiti concessi perché è troppo alto il rischio che si trasformino in crediti deteriorati…

Se la politica monetaria non è accompagnata da un’adeguata politica di stimoli fiscali, si ritorna alla leva dell’export come unica possibile valvola di sfogo. Verso chi però si potrà esportare?

La Germania, abusando oscenamente della manipolazione del cambio grazie al passaggio dal marco all’euro, ha saturato i mercati europei delle proprie produzioni, tanto però, che, come si è detto, il resto dell’Europa si è dovuto auto-infliggere pesanti cure dimagranti e auto-vessatorie per poter ridurre le proprie importazioni, riducendo però così anche parte del surplus tedesco.

I mercati di sfogo si devono trovare fuori dall’eurozona. L’America con i suoi 600 miliardi e passa di deficit nella bilancia commerciale è stata da 50 anni a questa parte la principale spugna assorbente di tutti i surplus commerciali del resto del mondo, laddove la capacità di rifinanziamento, apparentemente smisurata, del debito di cui gli USA hanno sempre goduto è garantita dal ruolo che il dollaro svolge come moneta di riserva internazionale.

Gli USA, in poche parole, possono spendere più delle altre nazioni perché l’offerta di titoli di debito denominati in dollari, emessi per finanziare quella spesa, troverà sempre una speculare domanda in qualche parte del mondo (tipicamente in Cina e in Asia).

Il resto del mondo paga agli Stati Uniti una forma di sudditanza monetaria in cambio del servile privilegio di poter trovare negli Stati Uniti un vasto mercato per il proprio export.

Piaccia o non piaccia Trump, denunciando come insostenibile a lungo termine questo sistema e la misura del deficit commerciale americano, come fa dal 2016, attaccando i manipolatori di valute, come ha frequentemente definito la Cina e meno frequentemente (ma non meno significativamente) anche la Germania, sta di fatto cercando di portare con tutti i mezzi, dai dazi alle pressioni sulla FED, gli Stati Uniti ad una condizione di normalità ed equilibrio commerciale.

Così facendo apre allo stesso tempo uno spiraglio alla fine dell’abusiva supremazia imperiale americana e al suo complicato legame col resto del globo, in coerenza con le promesse fatte in campagna elettorale e alle parole pronunciate nel suo discorso di insediamento relative al non voler “imporre il nostro sistema di vita a nessuno, ma, piuttosto, lo faremo risplendere al punto da farne un esempio che chiunque possa seguire”, di costruire cioè, tramite la politica dell’America First, un’America evidentemente forte e prospera ma al di fuori di una dialettica servo-padrone (con tutti i pericoli di ribaltamento di quest’ultima) col resto del mondo.

Ancora da vedersi se il tentativo di Trump, che per ora è ancora un abbozzo, riuscirà veramente.

In tutto questo, per ritornare alle cose più nostrane, l’Unione Europea, quell’Unione Europea che pateticamente viene venduta dai suoi banditori come potenza alternativa alla superpotenza americana, quando invece l’ostilità che i dignitari europei riversano su Trump è proprio dovuta al rischio che si attenui per causa sua il legame di sudditanza dell’Europa versa l’America (come un cane che abbaia al padrone perché se ne sente abbandonato), rischia, in buona sostanza, di perdere quel treno dell’export come via di fuga alla propria stagnazione interna.

Se poi ci si mette pure di mezzo la Brexit, l’alleggerimento della sterlina e perciò la minor propensione dei britannici a comprare prodotti della zona euro, tanto peggio.

Rimettendo insieme i pezzi di un gioco ancora in via di definizione potrebbe quindi sembrare che siano queste le difficoltà che fanno gridare, oggi e solo oggi, i nostri piccoli burattini alla riforma dei trattati e ad una crescita della spesa interna della UE, superando quell’impasse che si chiama patto di stabilità.

Non mancheranno occasione (qui ci sarà di sicuro lo zampino di Macron che inviterà la signora Merkel a fare quel passo in più) di cercare di centralizzare tale aumento di spesa a Bruxelles – non sia mai che siano i singoli governi nazionali a gestirsi il denaro dei propri popoli – tramite strumenti che siano preambolari ad un vero e proprio bilancio unico con annessa unificazione fiscale della UE.

Ci auguriamo che in qualche modo, vuoi per la tortuosità e del processo decisionale, vuoi per l’aumentare delle pressioni di Trump in caso di rielezione, vuoi per la sacrosanta ostinazione di qualche capitale europea non disposta, quale che sia il motivo (compreso il becero, nel merito economico, “non vogliamo pagare i debiti degli italiani”, ma legittimo, nello spirito di autodeterminazione politica), a cedere anche i propri ultimi residui di sovranità al Moloch internazionalista; ci auguriamo insomma che il tentativo gli sfugga di mano.