In un periodo in cui la caccia al “fascista” è stata ripresa con maggior vigore, dopo il periodo di relativa quiete iniziato al termine degli Anni di Piombo e con l’avvento del centrismo, ora l’Europa della finanza e dei gessetti colorati intraprende la sua battaglia contro il comunismo ed i suoi simboli. 

Prima di iniziare la nostra analisi sul dibattito appena concluso a Bruxelles e a Strasburgo, è opportuno precisare che qui non si vuole difendere l’ideologia marxista, né tantomeno negare o giustificare i crimini compiuti in nome di essa. La falce e il martello hanno segnato in maniera negativa la storia mondiale ed ancora oggi molte nazioni (dalla Cina a Cuba, ma anche la maggior parte dei Paesi ex-sovietici) pagano ancora il salatissimo prezzo della rivoluzione proletaria e materialista.

Detto ciò, passiamo a commentare la decisione degli eurocrati. Tra i primi commi del testo, si nota subito il richiamo alla dichiarazione ONU del 1948: ebbene, a quanto pare pochi ricordano che l’ONU annovera tra i membri fondatori proprio l’Unione Sovietica e la Cina (che sarebbe diventata Repubblica Popolare nel 1949).

Va anche ricordato che l’attuale costruzione europea deve la sua esistenza anche alla tragica avanzata sovietica verso occidente, che oltre a sconfiggere le potenze dell’Asse, causò in seguito la demonizzazione di ogni sentimento nazionale a favore del cosmopolitismo comunitario. Così come i vari movimenti di resistenza, che l’Europa pone come basi del suo essere, furono composti in maniera importante anche da esponenti dell’ideologia comunista. Basterebbe questo per far capire l’assurdità di tale testo, in cui si sputa nel piatto dove si è mangiato. Ma andiamo oltre. 

La discussione arriva in un momento storico particolare, in cui il capitalismo si è evoluto nella sua forma (forse) finale, ossia quello finanziario. Scomparsa la classe media e la piccola imprenditoria, la società si divide ora nel nuovo proletariato e nella grande borghesia di banche e multinazionali. Quest’ultima detiene le redini anche politiche dell’Europa unita, ma vende l’abbassamento delle condizioni lavorative e sociali come una dinamica necessaria per la sopravvivenza dei mercati. Un vero e proprio ricatto sociale, cosa che i comunisti, almeno sulla carta, hanno sempre combattuto.

Ci chiediamo quindi se la scelta di criminalizzare il rosso sia dovuta non tanto alla dittatura di Stalin, quanto alla messa al bando di ogni rivendicazione dei lavoratori. Stalin fu una parentesi del comunismo, una parte importante ma pur sempre una parentesi. E demonizzare un’intera ideologia solo per i crimini di un solo esponente, senza criticare a fondo i principi e gli obiettivi della stessa, è superficiale e “da paraculi”.

Curiosamente però, non vediamo invece il processo a Tito ed ai suoi difensori, anche attuali. Forse si ha paura di un revanscismo italiano? Ed arriviamo quindi all’apoteosi dell’incoerenza: come mai ancora non vengono messi alla berlina quei regimi capitalisti che hanno causato morte, guerre e povertà in nome del dio denaro, o la stessa rivoluzione francese, che impose la democrazia con la ghigliottina? Lotta ai diritti sociali e paura dell’influenza russa nel vecchio mondo sembrano essere i veri motivi di tale risoluzione.

Ma in fin dei conti, sarà solo uno specchietto per le allodole, un contentino dato ai liberali, dato che il comunismo oggi ha il peso politico che potrebbe avere il vecchio Partito dell’Uomo Qualunque. La falce e il martello hanno avuto la loro occasione di conquistare le masse. Non sono riusciti, ma l’avventura del comunismo, per quanto orribile sia stata, rimane parte della storia e la sua piccola eredità va combattuta con la forza delle idee, non con quella repressione che fu propria in primis del regime sovietico. Anche perché i comunisti distrussero due ideologie: il nazismo ed il comunismo!