Capitolo IV: Il reale contributo arabo all’economia e alla cultura

IV.1 Attività produttive, proprietà terriera, innovazioni agricole

L’argomento oggetto del presente paragrafo è considerato tradizionalmente, sempre a causa della pesante eredità trasmessa dall’Amari, come uno degli intoccabili capisaldi di una vera e propria vulgata che dipinge, ancora oggi, la Sicilia araba quale magnifica eccezione di civiltà e progresso.

Ma su cosa si fondano le asserzioni dello storico palermitano che sembra considerare Romani e Bizantini dei veri e propri incompetenti nel settore dell’agricoltura?

Tutti, fin dai banchi di scuola, abbiamo sentito parlare, con dovizia di particolari, di una Sicilia “granaio di Roma”. Che fine aveva fatto quest’enorme produzione durante il periodo bizantino?

Cercando di confutare la tesi che descriveva gli Arabi come selvaggi disboscatori dell’isola, allo scopo di ottenere legname, ricavato da alberi di alto fusto, per la costruzione di navi, di cui certamente mancavano nelle regioni del nord Africa, Amari afferma di non credere – con chiaro riferimento ai Romani, ma senza citare documentazione alcuna – che la distruzione di boschi e foreste non fosse “incominciata per man degli Arabi, poiché il sapiente agricoltore rispetta i boschi; e lo sciocco e affamato li taglia”[1].

I Romani, quindi, sarebbero stati sciocchi e affamati tagliatori di boschi, mentre gli Arabi avrebbero portato in Sicilia quella che Watson esaltò, nel 1974, come una autentica “rivoluzione agricola”.

Certamente furono introdotte colture caratteristiche, ma, con altrettanta certezza, altre, tradizionali, scomparvero. Fra queste quella della vite, a causa dei noti divieti coranici sulla coltivazione dei vigneti e l’uso di bevande alcoliche, che diminuì progressivamente fino alla scomparsa definitiva.

Va inoltre precisato, riguardo all’introduzione degli agrumi agli Arabi attribuita, “… che l’esistenza degli agrumi nel Mediterraneo occidentale risale, sia pure come rarità, all’epoca romana”, inoltre, come attesta il già citato Ibn Hawqal, erano presenti nell’isola coltivazioni di “cocomeri, papiro, canna ‘persiana’, cotone, canapa, ortaggi, viti, […] lino di ottima qualità”[2],ma nessun cenno viene fatto sulla coltura di agrumi. 

Gli unici riferimenti a tale coltura restano quindi quelli di Ibn Makki (m. 1107) e quelli del poeta Ibn Hamdìs (m. 1133)[3].

Riguardo alle presunte innovative tecniche di coltivazione e irrigazione sembrano decisive alcune pagine degli Annals of the Association of American Geographers, nelle quali, con riferimento alle tecniche utilizzate dagli Arabi nella Spagna orientale (sette i casi studiati, dalla regione di Valencia alla Spagna dell’est), se ne dimostra, al contrario di quanto generalmente ritenuto, l’origine romana e la persistenza dei metodi dagli stessi romani introdotti anche in epoca araba.

Ci furono sì degli ampliamenti strutturali, ma non si può parlare in alcun modo di introduzione araba né delle strutture né dei metodi, né delle tecniche, tutte risalenti all’epoca e alla civiltà dei Romani[4].

Anche in Sicilia dunque, gli Arabi avrebbero introdotto metodologie e tecniche da essi apprese in Spagna e non di loro invenzione.

Anche la presenza, testimoniata a Palermo, sempre da Ibn Hawqal, dell’ampia rete sotterranea dei cosiddetti qanàt (strette gallerie sotterranee scavate in parte artificialmente e collegate alla superficie da numerosi pozzi), la cui denominazione per altro non è ricorrente in Sicilia, non è attestata come certamente attribuibile agli Arabi da alcun documento[5].

Riguardo all’allevamento, i divieti coranici a cui abbiamo già fatto riferimento portarono alla scomparsa dei maiali e di altri animali considerati “impuri”, fu invece introdotto l’allevamento delle capre, insieme alla pastorizia in genere.

Tutti sanno che la presenza massiva di capre ha un effetto ecologicamente devastante, esse infatti estirpano sin dalla radice tutto ciò che trovano, mangiando ogni cosa che spunta sui terreni, compresi i più piccoli germogli; ciò impedì, nelle zone in cui furono introdotte, la crescita della vegetazione e, insieme alla mancanza di vigneti, grandi stabilizzatori dei terreni, provocò la desertificazione di parecchie zone dell’interno della Sicilia.

Ancora Ibn Hawqal affermava (ricordiamo che il viaggiatore iracheno scrive nel X secolo) che: “La maggior parte del terreno agricolo della Sicilia era occupato da seminativi. D’altra parte, gli interventi di valorizzazione agricola e di irrigazione certamente promossi in età musulmana, dovettero trovare un limite oggettivo nella naturale diversità pedologica. La superficie agraria siciliana oppone alle fasce costiere, generalmente calcaree e permeabili, vaste zone collinari dell’interno caratterizzate da suoli argillosi poco permeabili, esposti al dilavamento e all’azione della siccità. […] Il cronista della conquista normanna Goffredo Malaterra racconta delle difficoltà incontrate dal gran conte Ruggero nelle campagne estive contro i musulmani di Sicilia, proprio a causa della gran calura e della penuria d’acqua che opprimeva uomini e cavalcature. […] È verosimile ipotizzare che anche nella Sicilia musulmana le colture specializzate e ad alto reddito si concentrassero principalmente lungo le coste e nei pressi dei centri abitati principali”[6].

Nel migliore dei casi, si può ipotizzare, per molte zone della Sicilia, un paesaggio, per così dire, a macchia di leopardo. Gli esaltati entusiasmi per le innovazioni islamiche apportate al territorio siciliano vanno quindi, quantomeno, ridimensionati.

Un altro cavallo di battaglia dei fautori “del conquisto musulmano che scosse e rinnovò” la Sicilia, riguarda lo spezzettamento del latifondo. Le fonti storiche sono per la verità poco esplicite, Amari lo ipotizzò per analogia con le condizioni generali degli altri Paesi musulmani, sostenendo che la conquista aveva guarito “la piaga del latifondo, la quale aveva consumato la Sicilia al secol IX, e ricomparve con la dominazione cristiana nel duodecimo”[7].

“In effetti la prassi legale della distribuzione del bottino conquistato con azioni violente (ghanima) prevedeva che esso venisse attribuito per un quinto al potere centrale, nelle cui casse sarebbe confluito per essere destinato a sostenere varie categorie di bisognosi; i residui quattro quinti venivano invece ripartiti tra i combattenti dell’esercito. Le ricchezze e le terre acquisite in seguito a trattati, cessioni, accordi pacifici venivano chiamate col nome di fay’ ed erano invece a disposizione del capo della comunità che ne regolava l’impiego e la distribuzione in base all’interesse dell’intera collettività”[8].

Quanto appena affermato è attestato dall’unico testo giuridico che tratti dei problemi fondiari dell’isola, il Kitàb al-amwàl (Libro dei beni) di al-Dawudi (m. 1011).

Certamente le varie forme di concessione trattate in quest’ultimo testo confermano le profonde differenze rispetto alla caratteristica formazione di grandi assetti latifondistici, derivata dal sistema feudale tipico dell’Occidente europeo, ma anche se al-Dawudi, il cui testo non è sempre di facile interpretazione, fa spesso riferimento a finalità indirizzate alla valorizzazione dei terreni, esse appaiono derivare prioritariamente da una caratteristica del diritto islamico che vuole le successioni assegnate in parti uguali a tutti i figli.

 “Il testo […] è specchio delle enormi difficoltà giuridiche che sorgevano per la suddivisione della proprietà in una terra di gihad lentamente conquistata e colonizzata con il concorso di forze di diversa origine etnica. Nei fatti, molto dovette venire lasciato al caso, al diritto del primo occupante ed alla grande discrezionalità del ‘potere centrale’ nel dirimere situazioni incerte”[9].

Infine:

“Il fatto che agli ahl adh-dhimma fosse riconosciuta la facoltà di possedere anche beni immobili non deve far dimenticare un dato di fatto fondamentale: la conquista musulmana della Sicilia comportò un immenso trasferimento di ricchezza, ed in primo luogo di proprietà fondiaria, dagli indigeni agli invasori”[10].

La guarigione dell’isola dalla “piaga del latifondo” fu, in ogni caso, pagata a caro prezzo dai legittimi proprietari; va inoltre notato, seppure di passaggio, che anche il tanto deprecato latifondo feudale – ricomparso con quella che Amari spregiativamente definisce “dominazione cristiana”, rivelando, come in altri numerosi passaggi, la propria ostilità preconcetta verso il Cristianesimo – mai aveva destinato tutta la terra coltivabile alla monocultura cerealicola.

Anche relativamente al commercio è stata di gran lunga ridimensionata l’entità dei traffici fra l’Oriente e le città italiane, anche la Sicilia araba dunque non dovrebbe fare eccezione[11].

In definitiva, su questo ed altri temi, pare dominare l’idea che vorrebbe assegnare al “conquisto” islamico il merito di numerose, positive rivoluzioni, quasi come se la precedente storia di tutti i territori conquistati, e quindi anche della Sicilia, fosse stata caratterizzata dalla presenza di culture autoctone tribali, cosa che, per la verità, può semmai essere attribuita proprio a quella penisola arabica da cui Maometto ricavò l’iniziale espansione armata.

IV.2 L’apporto culturale

Anche nel settore della cultura, si è molto insistito sul positivo influsso, non solo materiale, esercitato nell’isola nel corso dei due secoli e mezzo di dominazione islamica.

Una premessa doverosa non può esimersi dal precisare che la cultura arabo-islamica di Sicilia “fu di stampo maghrebino […] e in tale ambito fortemente dipendente da quella dell’Ifriqìya e della Spagna musulmana, rispetto alla quale tuttavia (anche per la diversa durata cronologica della presenza arabo-islamica) la cultura siciliana fu indubbiamente più modesta”[12].

A questo proposito, va quindi brevemente indagata la reale consistenza della cultura araba nelle terre da cui venne importata in Sicilia.

Questo genere di indagine non può prescindere dal considerare la notevole, ingombrante presenza di un pregiudizio anti medioevale, indirizzato nel suo complesso all’intera feudalità europea, e quindi alla res publica christiana, a cui certamente non sono estranei né Michele Amari né i suoi numerosi epigoni

Caposaldo dei presunti primati culturali attribuiti agli Arabi è costituito dalla diffusione del pensiero di Aristotele, da essi importato nei territori europei.

La nota ricercatrice francese Régine Pernoud, rifacendosi all’importante lavoro di Jacques Fontaine su Isidoro di Siviglia (560-636) e la cultura classica nella Spagna visigotica, fa opportunamente notare, con particolare riferimento all’opera Etimologie, il fatto che il grande santo e Dottore della Chiesa “citi innumerevoli autori antichi [e ciò] implica che avesse sotto mano le loro opere; il che dà un’idea dell’immenso sapere di cui fu centro Siviglia nell’Alto Medioevo.

Tutti particolari, questi, che spesso si dimenticano quando si arriva alla questione delle traduzioni di Aristotele successivamente fatte dai filosofi arabi in Spagna: questi ultimi non avrebbero mai potuto intraprendere un compito simile a Siviglia, come del resto in Siria e in altre regioni del Vicino Oriente, se non avessero trovato sul posto le biblioteche che custodivano le opere di Aristotele, e ciò molto prima dell’invasione araba: vale a dire, per la Spagna, prima dell’VIII secolo. La scienza e il pensiero arabi non han fatto che attingere a fonti preesistenti, ai manoscritti che hanno permesso loro questa conoscenza di Aristotele e di altri scrittori antichi. Sarebbe una vera assurdità supporre il contrario, come non s’è tuttavia mancato di fare; colpa che attribuiremo ai nostri testi di scuola, che menzionano Avicenna o Averroé, ma passano del tutto sotto silenzio il nome di Isidoro di Siviglia. Jacques Fontaine ha anzi fatto notare che, in architettura, l’arco a ferro di cavallo, o arco moresco, generalmente attribuito agli arabi, esiste già da oltre cent’anni prima della loro irruzione in questa Spagna ‘visigotica’ che egli ha così a fondo studiata”[13].   

Superfluo, a questo punto, considerare che sia la divulgazione del pensiero aristotelico e classico, che le presunte innovazioni architettoniche siano state introdotte dagli Arabi, anche in Sicilia, per così dire, di seconda mano.

Ci si chiede inoltre che fine abbiano fatto i monumenti della Sicilia islamica, se siano stati distrutti dai Normanni e, soprattutto, da Federico II o se a causa dei materiali utilizzati si siano disgregati nel tempo.

“Esistono in tal senso alcuni indizi: ad esempio, ancora a fine del XVI secolo le mura di Mazara del Vallo erano in fango seccato; lo stesso materiale è documentato per le vecchie mura di Palermo, ricostruite all’inizio del XIV secolo”[14].

Pare ragionevole ritenere che tutti e due i fattori considerati abbiano contribuito all’assenza di prove architettoniche dell’epoca araba, la seconda ipotesi, comunque, al di là di interessi quasi folkloristici, testimonia l’indubbia inferiorità materiale di questo genere di costruzioni.

Gli edifici generalmente attribuiti agli Arabi, che si possono ammirare ancora in varie città siciliane e soprattutto a Palermo, come è noto, furono in realtà fatti costruire dai Normanni e da questi ultimi commissionati ad architetti e maestranze in parte arabe.

Si parla qui dello splendido stile siculo-normanno (il palazzo della Zisa, ad esempio, fu costruito a partire dal 1165, la Cuba fu iniziata nel 1180. Monumenti “arabi”, dunque, ma voluti da Normanni), è necessario quindi riconoscere che l’epoca saracena in Sicilia, per quanto concerne qui il campo della storia dell’arte, fu in definitiva un’epoca di grande decadenza, così come l’ormai più volte citato Ibn Hawqal ebbe a notare nel corso del suo viaggio del 973.

Tuttavia, anche molto di recente, è significativo l’interesse arabo per la Sicilia che si è riacceso proprio in relazione ad un patrimonio architettonico di fatto irrintracciabile.

Il ministero della cultura dell’Arabia Saudita, infatti, intenderebbe finanziare  con ben 30 milioni di euro “un grande progetto per il rilancio della presenza islamica in Sicilia dopo l’invasione normanna di 900 anni fa”[15]. Il progetto prevede la ristrutturazione di edifici che dovrebbero testimoniare la presenza araba nell’isola e in più la creazione di un campus universitario, di un albergo di lusso e di una grande moschea a Valguarnera (Enna), “che sarebbe la seconda più grande d’Italia dopo quella di Roma”[16]. Il protocollo d’intesa tra i sauditi e i Comuni interessati (Valguarnera, Aidone e Piazza Armerina) è già stato firmato, ma attualmente non si prosegue con gli accordi in seguito all’enorme indignazione di cui si sono fatti portavoce vari comitati cittadini, la stampa locale e alcuni movimenti politici, che hanno indotto i sindaci firmatari a fare un passo indietro.

Inoltre, e più in generale: niente di tipicamente “siciliano” si può rintracciare nella Sicilia araba, d’altra parte essendo diventata nel tempo parte integrante del dar al-Islam, non poteva che acquisirne l’uniforme inquadramento culturale.

“I campi di studio e ricerca furono quelli consueti. Scienze religiose in primo luogo: esegesi e recitazione del Corano, raccolta del hadith – i detti non canonici attribuiti a Maometto –, mistica. Veniva quindi lo studio del diritto (fiqh), inscindibilmente connesso all’esegesi religiosa. Le moschee erano quindi molto spesso il centro di questa attività intellettuale. Anche gli studi grammaticali e filologici nascono al servizio della religione, anche se poi assumono una loro autonomia nel culto della lingua e della produzione poetica e letteraria”[17].

A quest’ultimo proposito, sono molte le opere perdute. Sono giunti fino a noi solo due canzonieri poetici: quello di al-Billanùbi (morto all’inizio del XII secolo) e quello di Ibn Hamdìs[18]. Tuttavia, non si può certo parlare di una poesia araba di Sicilia originale, nessuna scuola poetica siciliana ante litteram dunque ed, a questo proposito, lo stesso Gabrieli definisce la Sicilia “letteralmente tributaria dell’Andalus”[19].

Infine, la severissima iconoclastia testimoniata da numerosissimi hadith, con il definitivo allontanamento del mondo islamico da qualunque forma di antropomorfismo legato alla rappresentazione del divino, e la documentata edificazione di moschee, dove prima sorgevano monasteri, chiese e cattedrali (uno tra i tanti esempi è costituito dall’antica cattedrale di Palermo in cui si celebrava ogni venerdì il trionfo di Allah su Cristo), oltre ai previsti divieti di esporre croci e altri simboli, lascia supporre con ogni probabilità la definitiva scomparsa di vasti tesori artistici e letterari risalenti all’antichità e al Medioevo cristiano.

Su questo enorme vuoto quasi certamente generato dal “conquisto” non si è mai indagato a sufficienza.

A riprova di quanto affermato, sarà utile fare riferimento a quanto disposto dal nono califfo omayyade Yazid II[20] (720-724) nel famoso editto del 722-723 in cui impone ai territori cristiani sotto il suo controllo che vengano “sistematicamente distrutte le immagini cristiane e le croci nei luoghi pubblici, nelle chiese e persino nelle case private”[21].

In conclusione, non ci pare azzardato parlare di una mera introduzione in Sicilia della particolare cultura degli invasori, spesso da essi stessi mutuata da quella europea, senza grandi rielaborazioni originali; se si escludono, forse, alcuni esiti nel campo della matematica, della geografia e, secondo alcuni, come già detto, della toponomastica.


[1] M. AMARI, op. cit., vol. II, cap. XIII in http://zweilawyer.com/2015/12/01/lepoca-doro-della-sicilia-musulmana-un-falso-storico-3/ (22/08/2016)

[2] F. BENIGNO – G. GIARRIZZO, op. cit., p. 39

[3] Cfr. Ibidem, pp. 39-40

[4] Cfr. K.W. BUTZER, J.F. MATEU e altri, Irrigation agrosystem in eastern Spain: Roman or Islamic Origins? In Annals of the Association of American Geographers , vol. 75, n. 4, Dec. 1985, pp. 479-509

[5] Cfr. F. BENIGNO – G. GIARRIZZO, op. cit., p. 41 e F. MAURICI, op. cit., p. 70

[6] F. MAURICI, op. cit., pp. 72-73

[7] M. AMARI in F. MAURICI, op. cit., p. 69

[8] F. BENIGNO – G. GIARRIZZO, op. cit., p. 38

[9] F. MAURICI, op. cit., p. 68

[10] Ibidem, p. 65

[11] Cfr. R.S. LOPEZ, L’importanza del mondo islamico nella vita economica europea in L’Occidente e l’Islam nell’alto Medioevo, Spoleto, 1965, vol. I

[12] F. BENIGNO – G. GIARRIZZO, op. cit., p. 42

[13] R. PERNOUD, Medioevo, Un secolare pregiudizio, Milano, 1999, cap. III,  pp. 52-53

[14] F. MAURICI, op. cit., p. 87

[15]http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2111678&codiciTestate=1 (01/09/2016)

[16] Ibidem

[17] F. MAURICI, op. cit., p. 90

[18] Cfr., F. BENIGNO – G. GIARRIZZO, op. cit., p. 45

[19] In F. MAURICI, op. cit., p. 92

[20] Nono califfo omayyade (E.I., Tome XI, VAN-ZUTT, p. 338)

[21] A. A. VASILIEV, The Iconoclastic Edict of the Caliph Yazid II, a.D. 721, in Dumbarton Oaks Paper 9-10, 1956, 28-30 cit. in T. ABU QURRAH, La difesa delle icone, trad. Italiana a cura di P. PIZZO, Milano, 1995, pp. 26-27