Stiamo vivendo, senza rendercene conto, il peggior colonialismo possibile, quello voluto dal capitalismo iperliberista che dalla ricerca del massimo tornaconto finanziario è ormai sconfinato nella pretesa di modellare il mondo a proprio miglior agio, sostenuto da truppe di antirazzisti, antixenofobi e antiomofobi, figli degli ormai logori e frusti anticolonialisti marxisti, libertari e anticattolici devoti del «Che».

Questi loro papà, tra il 1960 e il 1975, si stracciavano le vesti per la liberazione dell’Algeria e della Rhodesia (cadute entrambe dalla padella alla brace), mentre i figli adesso si stracciano le vesti per gli immigrati che, in salsa diversa, sono le stesse truppe di colonizzatori che sbarcavano nei paesi da colonizzare.

  • Quali sono i paesi colonizzati o in fase di colonizzazione? Tutti quelli altamente produttivi, in cui il mercato del lavoro è una preda da spolpare riducendo i lavoratori in sostanziale schiavitù, con retribuzioni degne del più rapace capitalismo.
  • Chi muove queste truppe? I centri di potere defilati, grandi entità commerciali e finanziarie simbolicamente rappresentate in maniera efficace da personaggi tipo Soros.
  • Chi sono i coloni? Le ONG e quel terziario faccendiere che trae profitto dallo sfruttamento del mercato del lavoro.

Le truppe di quest’esercito colonizzatore, accolte da emissari che da sempre hanno osannato l’invasore (cito a simbolo la Fonseca Pimentel),  sbarcano dai gommoni, invadono il mercato del lavoro, lo rivoltano come un calzino abolendo ogni conquista sociale e scalzano i lavoratori italiani, troppo «pretenziosi» sia sul piano dei diritti che su quello dei salari.

Ottimo lavoro vecchie carampane in visibilio permanente per quel falso storico costituito dal film La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, complimenti per essere riusciti a sostituire Jan Smith con quel ribaldo di Mugabe… e ora complimenti ai loro rivoluzionari figli sessantottardi: anni di miglioramenti sociali (che hanno avuto avvio sotto il fascismo e, purtroppo, conclusisi con gli eccessi della cosiddetta «Prima repubblica»), cancellati al grido di accogliamoli tutti, perché chi non li accoglie è razzista, xenofobo e fascista.

Chiariamo un attimo: il colonialismo del XIX e XX secolo era abietto per l’errata carica di marca positivista (darwiniana e anticattolica), che spingeva francesi, inglesi e tedeschi  a conquistare, opprimere e sfuttare popolazioni ritenute «inferiori» a causa di un basso grado di evoluzione (identificato con l’assenza di industria: era ed è il modo di pensare del materialismo, ove la sfera afferente a tradizioni e spiritualità è considerata meno di nulla); che differenza con le colonie romane e quelle più recenti dell’Italia fascista, maggiormente propense al rispetto delle popolazioni indigene e alla creazione di un dominio equilibrato orientato più alla civilizzazione che al rapace sfruttamento («… moretta che sei schiava tra le schiave … un tricolore sventola per te … faccetta nera sarai romana…»).

Dicevo dell’abiezione del colonialismo positivista del XIX e XX secolo, ma quello del XXI – che ormai ci ha investito in tutta la sua perversione culturale e che sta passando camuffato da nuovo umanesimo – è  rivoltante per la sua carica di menzogne e ipocrisia, ed è disarmante per la dabbenaggine  dei suoi  epigoni, incapaci di uno sguardo critico sul fenomeno che liquidano in maniera intellettualmente disonesta con slogan idioti inneggianti all’antirazzismo, all’antixenofobia e, soprattutto, alla vigilanza antifascista permanente.

Non so dire se «ci sono o ci fanno»; personalmente ritengo che effettivamente ci siano e ci facciano perché:

  • non è possibile che non si rendano conto che quel mondo in cui, giustamente, prevalevano i diritti dei lavoratori sia stato sostanzialmente invertito e nei fatti, con le loro mene, contribuiscano largamente ad invertirlo;
  • è evidente che mentono a se stessi in ossequio ad un condizionamento modaiolo che li vuole perennemente preoccupati per i crescenti razzismo, xenofobia, omofobia e soprattutto fascismo. Quadrinomio a cui ora tocca aggiungere anche la fregola ecologista, ultimo grido della moda imposta dal pensiero globalista.

Ne vedranno delle belle quei pochi nostri nipoti che avranno saputo resistere alle sirene del politicamente corretto, linguaggio del moderno neo-colonialismo.