Si continua a dire che il flusso migratorio sia un «problema strutturale», parole di una esponente politica in un programma tv sull’argomento.

Io insisto: No! Non è così.

Nel 2001 ero in quel di Zouara (in Libia, a ridosso del confine con la Tunisia), già allora base di partenza dei migranti clandestini verso l’Italia, dove si riunivano quelli provenienti dall’Africa sub-sahariana e quelli provenienti dal Maghreb.

Ebbene, quel “censimento” parlava chiaro allora come parla chiaro oggi:

  • gli aspiranti clandestini provenienti dall’Africa sub-sahariana appartenevano, e appartengono, ad una classe che, in casa propria, campava la giornata senza particolari difficoltà, non fuggivano da nessuna persecuzione e perseguivano (e perseguono) soltanto l’obiettivo di campare meglio. Li si vuole a tutti i costi definire migranti economici? Io li definirei persone che, pur di guadagnare (forse) di più, non esitano a delinquere (infatti si associano con trafficanti di uomini);
  • gli aspiranti clandestini provenienti dal Maghreb, invece, tutti, dico tutti, erano dediti allo spaccio e volevano raggiungere l’Italia per spacciare meglio, guadagnare di più e rischiare meno.

Entrambe le etnie, nella stragrande maggioranza dei casi, erano (e sono) spinte solo dalla fregola di scucire più di quel che hanno, non dalla disperazione.

Per cui: calma e gesso. Andiamoci piano con frasi roboanti che servono solo ad confondere le carte e a non far capire dove sta il vero e il falso.

Nella sua stragrande maggioranza, il flusso migratorio in atto è un problema artatamente innescato da furbetti africani, con scarsa voglia di lavorare per il proprio paese (ma tanta voglia di fare soldi facilmente, anche in barba alla legge, in paesi dove si illudono che tutto sia più comodo) e sfruttato da furbetti europei per scucire quello che «manco il traffico di droga frutta così tanto» (“mafia capitale” docet).

In assenza di emergenze umanitarie è bene che gli africani se ne rimangano in Africa a far progredire col lavoro i loro paesi, ma soprattutto è bene che coloro i quali sono spinti solo dalla fregola di scucire di più, non vengano ad aggiungersi alla nostra criminalità.

E gli accoglienti de noantri, disposti ad assistere tutti i personaggi – che è di moda culturale assistere (tranne il nonno incontinente, che è meglio metterlo in un ricovero e in attesa di eliminarlo con l’eutanasia, dal momento che è un costo sociale), è bene che la smettano con il falso ideologico.

Colui il quale dice che in Libia gli aspiranti clandestini sono trattenuti in carceri dove vengono torturati ha il dovere di spiegare alcuni particolari di non poco conto che suscitano seri sospetti:

  • perché, sapendo che vanno a finire in mano a torturatori, gli aspiranti clandestini vi ci si recano lo stesso?
  • come fanno ad evadere da prigioni sorvegliate da aguzzini?
  • com’è che quegli aguzzini lasciano loro in mano il telefonino, spesso anche qualche soldo e la catenina d’oro?

In assenza di spiegazioni da chi le dovrebbe fornire, credo si possa spiegare così: coloro i quali permangono nei disagevoli (uso un eufemismo) campi di raccolta libici sono quelli, prevalentemente sub-sahariani, che non avendo la totalità del conquibus pattuito con i trafficanti di uomini (ossia quelli che hanno cercato di turlupinare il trafficante), vengono da questi consegnati alle autorità libiche le quali, in questo momento, hanno tutt’altro da fare che pensare al benessere dei detenuti (e qualche secondino sicuramente ci marcia quanto a violenza e soprusi).

L’aspirante clandestino conosce perfettamente questa realtà e quando decide di partire sa che, se non salda il conto con il trafficante del quale si fa complice, finisce nelle patrie galere libiche. Eppure accetta il rischio. Per quale ragione? Sicuramente perché si tratta di etnie più propense di noi a sopportare i disagi, più propense a rischiare, con una diversa percezione del tempo, sicuramente condizionate da immagini tv che descrivono l’Italia e l’Europa come l’eldorado, etc.

Si continua a dire che non li si può lasciare affogare… certo, ma meno ancora si può aspettare in permanenza al largo delle coste libiche un barcone che immancabilmente arriverà e altrettanto immancabilmente farà naufragio, perché è quello che si procurano i clandestini: l’auto-naufragio, ben sapendo di non rischiare nulla, perché lì ci sarà una nave ONG ad aspettarli.

Sapete cosa vi capita se la Guardia Costiera vi notifica il reato di procurato naufragio? Dal dispositivo dell’art. 428 del codice penale: «Chiunque cagiona il naufragio o la sommersione di una nave (c. nav. 136)… di altrui proprietà, è punito con la reclusione da cinque a dodici anni. La pena è della reclusione da cinque a quindici anni, se il fatto è commesso distruggendo, rimuovendo o facendo mancare le lanterne o altri segnali, ovvero adoperando falsi segnali o altri mezzi fraudolenti (1) [c. nav. 1122]. Le disposizioni di questo articolo si applicano anche a chi cagiona il naufragio o la sommersione di una nave di sua proprietà, se dal fatto deriva pericolo per la incolumità pubblica.»

No, dico: siccome siamo obbligati ad essere tolleranti, se non vogliamo notificare loro il procurato naufragio, almeno un procurato allarme e un “pericolo per l’incolumità pubblica”, vogliamo appiopparglielo!?

Quel che stiamo subendo è il peggiore dei ricatti: piantona notte e dì il mare davanti alla costa libica, perché vengo a naufragare e tu mi devi salvare… e mi devi portare dove non sono autorizzato ad andare.

No! Questo ricatto va respinto. E se una nave ONG li ripesca, non li deve portare in Italia per un motivo molto semplice: sono delinquenti.

Gli africani onesti entrano in Italia con il passaporto vistato, quelli disonesti vi entrano di soppiatto, in complicità con i trafficanti di uomini. E che i clandestini siano disonesti per principio, lo prova la caterva di reati che commettono dopo aver commesso quello originale che li qualifica: la connivenza con i trafficanti di carne umana.