In un momento in cui la nazione vive una situazione politica, economica e sociale incerta, con la minaccia di nuove imposte, i costanti problemi delle infrastrutture, la corruzione e la mancanza di futuro, qualcuno ha ben pensato di rispolverare l’antica polemica sul Crocifisso nelle aule scolastiche

I motivi che portano i sostenitori della necessità di rimuovere questo simbolo dalle aulee sono sempre i soliti: rispetto per le altre culture (che si affianca persino al caso dei tortellini!), rispetto per chi non crede, difesa della laicità sancita dalla costituzione. Solite scuse che ci fanno sbadigliare ma anche riflettere su chi siano i veri analfabeti funzionali, che confondono cultura con religione, ateismo con laicità, identità cristiana con nostalgia del fascismo (sì, abbiamo sentito anche questa!).

Ma cosa vuol dire laicità? Uno Stato laico è quello Stato che non ammette alcuna religione ufficiale e garantisce libertà di culto senza preferenze. Tutti i Paesi occidentali – tranne forse il Regno Unito, ma più a livello tecnico che sostanziale – ricadono con varie sfumature in questa definizione. Il Crocifisso nelle aule non è certo un’imposizione della fede cristiana, né la riduzione dello Stato a dominio della Chiesa (e viste le uscite recenti del clero, diciamo anche fortunatamente…).

Per chi crede è un simbolo di fede, per chi non crede è un pezzo di legno appeso, per tutti è un simbolo della storia italiana, che non mancò nemmeno nel periodo di forti contrasti tra Stato italiano e Chiesa, che terminarono solo nel 1929. Per questo la polemica ci sembra il solito strumento mediocre della politica per aizzare il popolo su questioni irrisorie, in modo da distrarlo da esigenze ben più importanti. E ancora peggio, tutto ciò si inserisce in un contesto di annichilimento culturale del nostro Paese e dell’Europa intera, che vede le sue radici via via strappate per far posto ad una cultura comune amorfa, anglofona e ultraliberista. 

Qui immigrati e atei diventano utili pedine per realizzare questo progetto, che non è la fantasia dei soliti complottisti, ma una triste realtà che possiamo constatare quotidianamente. Chissà però se coloro che ora brindano a questa ipotesi sono disposti a rinunciare anche alle festività religiose e agli introiti economici che l’arte religiosa porta al Paese. E se sono disposti a contestare anche le attuali ingerenze, stavolta progressiste, della Chiesa nella vita politica italiana.