Rucci nasce ad Alcorta (Santa Fé) il 15 marzo del 1924. Sin da giovanissimo si forma nei quadri sindacali della Confederación General del Trabajo (CGT), in particolar modo nell’ala nazionalsindacalista, e nel 1955 si schiera con la resistenza peronista contro l’autoproclamata dittatura militare della Revolución Libertadora, commissionata dal capitalismo internazionale.

Nel 1970 è nominato segretario generale della CGT e da questo momento diviene uno dei protagonisti del ritorno di Juan Domingo Perón in Argentina, in collaborazione con Rogelio Coria, che al tempo presiedeva le “62 organizzazioni” sindacali peroniste. Rucci è quindi in linea con “la destra sociale e nazionale peronista”, cosa che lo porta a farsi molti nemici tra i marxisti dell’ERP e nell’ala sinistra peronista (che poi tanto peronista non lo è più) dei Montoneros.

In particolar modo i Montoneros sono un movimento che si ispira al “Peronismo Rivoluzionario”. In origine, poteva vantare una notevole purezza ideologica, composto da studenti cattolici e cristiano-evangelici, sindacalisti, lavoratori, giovani delle università, venendo a rappresentare quella fascia popolare che più si riconosceva nel fenomeno del peronismo e che contribuiva alla sua legittima mitizzazione. Con il passare degli anni, però, i Montoneros vengono sistematicamente infiltrati da marxisti e trotzkisti – infiltrazione che nell’ambito della “Guerra Sporca” fomenta le attività di guerriglia e terrorismo.

La vera rottura tra peronisti ortodossi (tra i quali i vecchi dirigenti dei sindacati, e tra questi la potentissima CGT, la Confederación General del Trabajo) e di sinistra (Montoneros principalmente) avviene ad Ezeiza, il 20 giugno 1973, quando le due parti si scontrano violentemente in attesa del ritorno in patria di Juan Domingo Perón.

Lo scontro avviene perché colonne armate dei Montoneros – e probabilmente anche di altri gruppi di sinistra, come l’ERP (Ejército Revolucionario del Pueblo) trozkista – tentano di occupare militarmente il palco da dove Perón deve parlare alla folla – un milione e mezzo di persone! L’attacco delle sinistre viene respinto dai peronisti di destra: sindacalisti, in particolare della Unión Obrera Metalúrgica (UOM), militanti della Gioventù Sindacale Peronista e 2.000 paramilitari del Comando de Organizaciòn, appoggiati dalle auto dotate di radio del Automobil Club Argentino. Lo scontro dura per ore – si contano almeno 13 morti e 365 feriti delle diverse fazioni, ma non si conoscono i numeri precisi – e segna la sconfitta delle sinistre, respinte sul terreno del confronto armato che loro stesse avevano voluto.  

Tra i peronisti ortodossi ovviamente figura anche Rucci, un uomo che realmente credeva nel Giustizialismo come forma evoluta di socialismo nazionale contrapposto al socialismo marxista e alle confuse tesi cattoterzomondiste dei Montoneros, che avrebbero modificato completamente il DNA dell’ideologia peronista.  

L’influenza sindacale e popolare di Rucci, la sua intransigenza ideologica – “Ni yanquis ni marxistas, peronistas!” come proclamava – e non ultima, la sua vicinanza a Peron, inducono i Montoneros a pianificarne l’eliminazione. Proprio nel periodo in cui il “sindacalista di Peron”, come è soprannominato Rucci, riesce ad aumentare a dismisura le adesioni al sindacato e alla causa “justicialista clasica“, alle 12:11 del 25 settembre del 1973, viene crivellato di colpi vicino casa nei presi di Avellaneda 2953, nel quartiere di Flores.  

L’assassinio scuote l’opinione pubblica, le sigle sindacali e tutti quei giovani che ancora credono in una visione giustizialista non deviata dalle violenze marxiste e trotzkiste. Ma chi accusa il colpo più di tutti è lo stesso Perón, che alla notizia dell’omicidio esclama: “Mi hanno ucciso un figlio, come se mi avessero tagliato le gambe”.  Sembra che dalla morte di Rucci la salute del Generale Perón vada peggiorando rapidamente come conseguenza del dolore per la perdita del fedelissimo.

L’assassinio convince definitivamente Perón ad abbandonare l’idea di ricucire le profonde fratture createsi all’interno del Peronismo, allontanando definitivamente dal movimento i quadri marxisti/trotzkisti e montoneri in un intervento pubblico, avvenuto il 1° maggio 1974 a Plaza de Mayo, davanti alla Casa Rosada.

La piazza, per l’occasione, è gremita di popolo e sono presenti tutte le sigle peroniste di ogni ramo ideologico, e tra queste anche i Montoneros. Quando Perón si affaccia sulla piazza, dal proprio balcone, comincia a ricordare alla folla oceanica l’importanza delle sigle sindacali e di uomini come Rucci, ed è proprio a quel punto che viene fischiato, insultato e deriso dalle forze della sovversione che tengono una parte della piazza. La provocazione dei sovversivi manda su tutte le furie Perón che conclude il discorso con una vera e propria scomunica politica: “Stupidi, sbarbati che pensano di avere più meriti di chi ha tenuto duro per vent’anni e che ha visto cadere assassinati i propri dirigenti, senza che ancora abbia tuonato la punizione. I giorni a venire saranno quelli della ricostruzione nazionale e della liberazione della Nazione e del popolo argentino. Liberazione non solo dal colonialismo, che colpisce la Repubblica da tanto tempo, ma anche da questi infiltrati che lavorano all’interno e che, con metodi vili, sono più pericolosi di quelli che lavorano all’esterno. Senza contare che la maggioranza di loro sono mercenari al servizio del danaro straniero”.

A queste parole i Montoneros, le associazioni a loro collegate e tutte le fazioni della “Izquierda” ripiegano i cartelli, le bandiere, gli striscioni e abbandonano lentamente la piazza, radunandosi a qualche chilometro di distanza. La rottura oramai è evidente e il frazionamento politico-ideologico peronista andrà ad aumentare negli anni a venire, un’eredità problematica che dura ancora oggi.

Rucci rappresenta l’anima più limpida del Peronismo, quella realmente sindacale, sociale, popolare, nazionale e giustizialista che incarna a pieno il sogno albiceleste dei Perón e del Peronismo, tradito dalle deviazioni di sinistra. La sua morte, al contrario di quello che pensano molti commentatori ufficiali, fu la principale causa della crisi personale e politica di Perón, oramai consapevole che la sua Argentina si era avviata verso il baratro e difficilmente ne sarebbe uscita fuori.