Pochi mesi prima delle elezioni presidenziali americane, nel 2016, in piena campagna elettorale Clinton vs Trump, il rapporto di sudditanza che le istituzioni italiane hanno sempre avuto nei confronti degli Usa subisce un’enigmatica e complessa evoluzione.

Tutto inizia con il Russiagate americano, mega inchiesta contro Trump terminata, infine, con un clamoroso nulla di fatto e lo stesso procuratore Mueller costretto ad ammetterlo.

È a questo punto che arriva la svolta: l’amministrazione Trump decide di dare vita ad una controinchiesta, che ipotizza una collusione tra l’amministrazione Obama, la campagna elettorale di Hillary Clinton, alcune agenzie Usa e apparati stranieri allo scopo di screditare Donald Trump, confezionando falsi indizi sulle sue relazioni con la Russia. Trump vuole capire se l’ Fbi e altre agenzie Usa abbiano agito mosse da ostilità contro di lui e se ciò sia avvenuto anche con la collaborazione di Paesi stranieri: l’Italia in particolare.

ItalyGate

Il gruppo Clinton – la cui potente fondazione aveva tra l’altro progettato la più grande operazione di business immigratorio di tutti i tempi in Lucania, col consenso entusiasta dei Pittella (il governatore Marcello e l’allora deputato europeo Gianni): “We are the world” si chiamava e prevedeva l’“integrazione” di 250mila immigrati nella bella e povera regione italiana – è la mente e la centrale operativa della cospirazione tesa a screditare Trump servendosi di diversi punti d’appoggio, diversi link si potrebbe dire, proprio in Italia.

Tutto questo è stato ulteriormente comprovato dalle visite e dagli incontri riservati che l’US Attorney Durham (Ministro della Giustizia Usa) e il Procuratore Generale Barr hanno fatto nel corso della loro doppia trasferta romana e dal carattere penale che quest’ultimo ha attribuito all’inchiesta che in Italia fa tremare Renzi e Gentiloni, probabilmente coperti da Conte, molto attento a tenere per sé la delega ai servizi, che nell’audizione al Copasir affrontata in questi giorni ha negato che in Italia si conoscesse l’uomo al centro della vicenda: Joseph Mifsud.

Il 9 ottobre, inoltre, arriva in Italia anche il direttore della CIA, Gina Haspel e, last but not least, poco più di una settimana dopo Mattarella incontra Trump alla Casa Bianca, dopo che il segretario di Stato Mike Pompeo aveva fatto visita, quest’ultima a dire il vero programmata, alle autorità italiane. In Italia, la Clinton Foundation viene affiancata da uomini dei servizi e magistrati rampanti.

Ma procediamo con ordine: è proprio nelle aule romane della università privata Link, a cui facevo prima allusione, dell’ex Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti che il misterioso professor Joseph Mifsud (israelo-maltese), al centro della vicenda e scomparso dal novembre 2017, con cui Gianni Pittella vantava di avere una grande amicizia, incontra per la prima volta George Papadopoulos, membro dello staff di Donald Trump – e, sia detto per inciso, marito di una ex stretta collaboratrice di Pittella e dello stesso professore maltese – millantando poi relazioni con importanti politici russi e la possibilità di fornire all’uomo di Trump migliaia di messaggi di posta elettronica molto compromettenti sul conto di Hillary Clinton.

Due parole a parte la Link Campus University le merita. Viene descritto come “ateneo emblema del nuovo M5S”. È, infatti, il teatro prestigioso in cui, il 6 febbraio 2018, Luigi Di Maio presenta il programma in politica estera dei 5 Stelle e sempre dalla Link viene l’ex Ministro della Difesa Elisabetta Trenta, docente nel master di Cooperazione internazionale e sui Fondi Strutturali, nonché responsabile dei progetti speciali.

Ma l’università di via del Casale di San Pio è luogo familiare anche per il PD: tra gli altri, l’ateneo romano, fondato nel 1999 come filiazione dell’Università di Malta, ha avuto come finanziatore l’ex Ministro dell’Interno, già titolare della delega ai servizi segreti, Marco Minniti, che alla Link inaugurò proprio il master in Intelligence. C’è poi il già citato Gianni Pittella, che insieme Joseph Mifsud partecipa a numerose conferenze e seminari anche, ma non solo, nelle sedi della Link University. Tengono poi prolusioni e seminari alla Link tutti i massimi vertici dei servizi segreti italiani.

Così Papadopoulos in un’intervista a La Verità: “ … mentre ero a Londra Mifsud mi contattò proponendomi di incontrare la nipote di Vladimir Putin. Pensai subito che fosse una cosa impossibile, e mi rivolsi a Nagi Idris (direttore del London Centre of International Law Practice, dove anche Mifsud lavorava, ndr), il quale si mostrò felice di questo incontro e mi spinse a incontrare la donna. Sul perché Idris mentì e organizzò con Mifsud un falso incontro con questa persona, questo è attualmente oggetto di un’indagine”.

Mifsud voleva far credere a Papadopoulos che il governo russo avesse le email della candidata Hillary Clinton. Tale presunto coinvolgimento mirava a far muovere il trumpiano in questa direzione di ricerca, così che l’FBI potesse aprire un’ indagine su una reale ipotesi di reato, come è poi di fatto avvenuto, e, a questo scopo, lo si attirava nella trappola anche per mezzo della falsa nipote di Putin.

Ed è qui che il tutto si incrocia con un altro caso italiano, chiamato EyePyramid (gennaio 2017) e che ha coinvolto i fratelli Giulio e Francesca Maria Occhionero. Tutti gli investigatori e i magistrati che si occupano del caso Occhionero sono legati alla Link Campus University ed al Professor Joseph Mifsud.

Ad hackerare i computer degli Occhionero, che avrebbero informato della scoperta anche il Dipartimento di Giustizia americano, oltre che la magistratura competente con vari esposti, sono due americani i cui reati non vengono perseguiti dal famigerato Pm antifa, protagonista dell’aberrante carcerazione di Castellino, e anche lui collaboratore della Link, Eugenio Albamonte. Il quale si spingeva fino a tenere conferenze nelle quali proiettava slide comprovanti, a suo dire, la manipolazione russa delle elezioni presidenziali americane del 2016, ed il tutto avveniva un mese prima della nomina del Procuratore Speciale Robert Mueller, incaricato di trovare le prove del Russiagate contro Trump.

Non solo,  parrebbe evidente che Albamonte partecipasse egli stesso alla manipolazione informatica dei computer di Occhionero – accusato di essere lui, insieme alla sorella, a mandare email false compromettenti per russi e trumpiani – con la necessaria collaborazione della Polizia Postale, di quella giudiziaria e del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (CNAIPIC). Il Pm accusa gli Occhionero di un accesso abusivo fatto il 26/1/2016, ma produce prove in giudizio che risultano essere state masterizzate il 21/1/2016, cioè 5 giorni prima del reato ai due contestato.

Albamonte è accusato oggi dai magistrati perugini competenti di una serie di reati per cui potrebbe essere rinviato a giudizio entro poche settimane.

«La storia dello spygate italiano costerà la carriera politica a Matteo Renzi»

Renzi ha querelato Papadopoulos per questa ed altre affermazioni, ma se, come ormai pare quasi certo, della sua querela non resterà ricordo, l’effetto deflagrante che potrebbe scaturire a breve da questa vicenda avrà dimensioni epocali e spazzerà via un’intera classe politica ed una grossa fetta del nostro vecchio deep State. I reati in ballo sono gravissimi, e non solo per le particolari sensibilità americane su questi temi: cospirazione, alto tradimento (con l’intenzione di rovesciare l’autorità di un Paese straniero), falso, omissione di atti d’ufficio, violazione dello spazio cibernetico straniero, atti ostili verso due Stati esteri, adescamenti di natura sessuale ed economica.

Ma potrebbe esserci anche dell’altro: Mifsud, principale architetto dell’intera faccenda, sempre definitosi progressista e clintoniano, ma spacciato come spia russa, a un certo punto si spaventa, chiede aiuto e scompare nel nulla. Questa scomparsa potrebbe anche lecitamente fare ipotizzare che qualcuno abbia deciso di farlo tacere per sempre. E questo, come se non bastasse, aggiungerebbe altra dinamite alla già esplosiva vicenda.