Eppur qualcosa si muove. Non di certo in Italia, dove l’ennesimo accrocchio di governicchio euroinomane, messo su alla bell’e meglio dal Quirinale, ha nei propri massimi orizzonti tassare la plastica e l’utilizzo del contante – mirabili ricette di rilancio – né, bisogna dirlo, presso nessuna capitale europea.

Ormai d’altra parte nessuna capitale europea, quale più quale meno, esercita un effettivo ruolo politico. Ceduta la sovranità agli organi dell’aeropago di tecnici ed “esperti” di Bruxelles e Francoforte, l’unico incarico residuo assegnato ai governi e ai parlamenti nazionali del continente europeo sembra essere l’offrire, di tanto in tanto, tramite lo spettacolo della baruffa politica e dei giochi elettorali, l’illusione della sovranità popolare tramite suffragio universale.

Le leve del potere effettivo restano altrove e, d’altra parte, sono sempre più sfacciate nel ritrarsi dall’ombra in cui un tempo esercitavano la propria influenza.

Significativo il caso dell’uscita di carica di Mario Draghi.

L’un tempo anonima e ignota figura del banchiere centrale è passata agli onori della ribalta, con interminabili osanna e intonazioni di lodi per l’uomo del “whatever it takes”, del “salvataggio dell’euro”, che “ha saputo preservare l’indipendenza della BCE e la stabilità dell’Eurozona”, etc…

Di tutto ciò ci rimane l’impressione che, all’interno dell’Unione Europea, se proprio vi si debba ricercare una figura di riferimento non sarà il Presidente della Commissione o del Parlamento Europeo, né tanto meno quella di alcun capo di stato o di governo nazionale, quanto quella del Presidente della BCE. Banchiere centrale, in Europa come e di più che nel resto del mondo, del tutto indipendente verso l’autorità politica.

Piaccia o non piaccia, si voglia credere o non si voglia credere che l’indipendenza della banca centrale sia effettivamente necessaria per la possibilità di attuare politiche monetarie equilibrate, resta un fatto che, per le attuali democrazie liberali, la sovranità del popolo non si esercita circa le questioni monetarie, ovvero per almeno un buon 50% di quelle che possono essere le politiche economiche attuate da una nazione.

L’argomento che ha spinto, con tanto di legislazioni ad hoc e riforma degli statuti delle banche centrali, tutte le nazioni occidentali a tale rigida separazione è noto: il rischio d’inflazione, temutissimo dopo la grande inflazione degli anni ’70, ha portato alla segregazione assoluta e al trionfo dell’ortodossia ordo-liberista.

Solo la crisi del 2008 ha gettato i semi per dei possibili mutamenti di sistema.

A dieci anni dall’avvio di quella crisi, le Banche Centrali hanno messo in campo tutti gli strumenti convenzionali e non convenzionali che avevano a disposizione: espansione monetaria, quantitative easing, riduzione dei tassi di riferimento fino a valori negativi, etc…

Ora, laddove più che nelle vuote capitali, si detengono le leve del potere finanziario globale, come presso BlackRock (il primo asset manager del mondo), ci si interroga sull’efficacia di tali politiche e cosa di più si possa fare in caso di una nuova grande contrazione dell’economia mondiale.

Il megafondo americano non avrà di certo badato a spese quando, per definire tali orizzonti ha arruolato niente meno che Philipp Hildebrand, ex governatore della Banca Nazionale Svizzera, e Stanley Fischer, ex governatore della FED del Texas.

Interessante notare come in un recente studio a firma di tali illustri banchieri si mettano nero su bianco tesi che, fino a pochi anni (se non mesi) fa, avrebbero fatto gridare allo scandalo.

I redattori, in sintesi, definendo il bilancio di tutte le politiche monetarie espansive messe in atto dalle varie banche centrali, osservano come in questi anni l’economia mondiale non abbia conosciuto nessun significativo incremento dell’inflazione; e che anzi, in certi contesti come la zona euro, l’inflazione registrata sia largamente inferiore all’obiettivo ufficiale del 2%.

Ciò significa che la riduzione dei tassi, la concessione di prestiti a lungo termine al sistema bancario e il QE in acquisto di titoli di debito pubblico con creazione di base monetaria, non sono sufficienti da soli a far crescere l’output della produzione reale.

Certo, sono tutte misure che hanno reso più sostenibile e meno oneroso lo stock di debito pubblico e privato, ma che non sono state capaci di creare effettive opportunità di crescita per l’economia, né tanto meno creare una crescita del benessere dei ceti che non detengono significative risorse finanziarie (che invece hanno aumentato le proprie consistenze patrimoniali, grazie alle rivalutazioni sui propri portafogli titoli implicate da tali misure).

La situazione della BCE è emblematica: gran parte della extra liquidità offerta in questi anni non è stata trasmessa sotto forma di nuovi prestiti del sistema bancario verso famiglie e imprese per sostenere spese in consumi o investimenti, semplicemente la liquidità in eccesso è stata ridepositata dalle banche presso la BCE, a costo di sopportare un aumento dei costi derivanti dal pagare alla BCE un tasso negativo su tali depositi.

Il tiering sui depositi, ovvero la parziale cancellazione dell’obbligo di pagare tassi negativi sulla liquidità in eccesso, contenuto nell’ultimo pacchetto di misure approvato da Draghi, di fatto altro non è che un regalo alle banche tedesche che dispongono dei maggiori stock di liquidità in eccesso e così una decisa marcia indietro rispetto a tutta l’impostazione di politica monetaria fino ad ora attuata.

Se, d’altra parte, le banche sono restie a trasmettere all’economia reale tali risorse finanziarie, il motivo è presto detto: la debolezza della domanda sul mercato dei beni reali non fa vedere margini per significative opportunità d’impiego; inoltre, gli alti livelli di indebitamento di privati e enti sovrani (o presunti tali) fa sì che tali agenti cerchino di ingaggiare un processo di riduzione del debito, spesso di difficile sostenibilità anche in un ambiente di bassi tassi d’interesse, piuttosto che di cercare di contrarre nuovi obblighi finanziari.

In tale contesto, gli ex banchieri centrali osservano che tali strumenti – mentre attualmente la situazione è stagnante e su un equilibrio precario, ma pur sempre un equilibrio, fatto vacillare ma non scalzato dalla crescita dei vari movimenti populisti e sovranisti – potrebbero non essere sufficienti per far fronte ad una nuova crisi internazionale.

Leggendo il dossier redatto da BlackRock sembra trasparire la preoccupazione che il sistema capitalistico possa seriamente vacillare in caso di nuova crisi. Meglio quindi premunirsi e anticipare, a costo di rivedere quei capisaldi, come l’indipendenza della Banca Centrale, che fino a ieri sembravano dogmi intoccabili.

Mutare per sopravvivere, a costo di fare proprio soluzioni che un tempo si irridevano e si denunciavano come assurde, folli, pericolose.

Qualche anno fa, tali prospettive erano già state difese dall’ex governatore della FED Bernanke, ma erano state prese più come possibilità di scuola, ipotesi accademiche.

Nel 2015, un’altra prestigiosa figura, Lord Adair Turner, ex presidente della Financial Services Authority britannica, aveva difeso l’ipotesi di finanziamento diretto senza emissione di debito, con un lavoro dal significativo titolo: “Between Debt and the Devil: Money, Credit, and Fixing Global Finance”, dove il riferimento al Diavolo era uno spunto polemico verso l’intransigente Weidmann, governatore della Bundesbank, il quale aveva definito l’ipotesi di finanziamento senza emissione di debito, ma solo tramite emissione di moneta, come “un errore tecnico, una tentazione mefistofelica”.

In sintesi, la proposta è quella di azionare meccanismi di finanziamento, tramite creazione di moneta e aumenti di spesa effettuati sia dal settore privato che da quello pubblico.

In breve, l’introduzione del finanziamento di parte del bilancio pubblico e della spesa degli investimenti dei privati, tramite l’accredito diretto di moneta da parte della Banca Centrale.

Per rendere poi efficaci tali politiche, che avrebbero per forza grandi implicazioni fiscali, sono suggeriti vari profili, a seconda della banca centrale di riferimento, tramite il quale i vari board delle Banche Centrali si dovrebbero coordinare con le rispettive autorità fiscali per massimizzare l’efficacia dell’operazione.

Eresie secondo i dogmi dell’indipendenza e della separazione.

Eresie che per noi, che da anni predichiamo la sovranità monetaria popolare, sono concetti comuni, evidenze correnti, banalità.

Se effettivamente un giorno, per rispondere a una nuova crisi e salvare la navigazione della barca del capitalismo liberale, se ne tapperanno i buchi con strumenti che facevano parte del nostro e non del loro patrimonio, ebbene allora dovremo ricordarcene bene, perché nessuno ce ne renderà merito. Quanto meno potremo dire un’altra volta: “Ve lo avevamo detto”.