Non serve affatto che sia io in questa sede a spiegare perché il sinodo sull’Amazzonia sia un guazzabuglio di apparenti buone intenzioni, di blasfemie nemmeno ben celate e di fesserie terzomondiste.

Non serve che sia io perché ogni cristiano, per quanto peccatore, incoerente, claudicante e pigro come me, ha ben compreso cosa significhi affermare che la foresta amazzonica è locus theologicus, che il dialogo con gli spiriti è accettabile, che esiste un’altra via di salvezza oltre alla Via: Cristo!

Si appalesa però nel sinodo anche un altro male, una malattia antica, un virus mai eradicato che di quando in quando riemerge nelle situazioni più improbabili: è il mito del buon selvaggio.

I buoni popoli amazzonici, così superiori a noi, da meritare che persino la Chiesa di Roma si inchini ai loro riti, al loro pensiero (poco elaborato e per nulla raffinato… a dir la verità!); popoli così meravigliosamente ecologisti da convincere la Chiesa di Cristo che Cristo non è gerarchicamente superiore (o che addirittura le è subordinato) alla Madre Terra. La creatura prima del creatore, l’uomo e l’animale non così distanti, se è vero che il sinodo promuove se stesso con la foto di un’indigena che con una mammella allatta il figlio e con l’altra un piccolo di non so quale animale.

Eppure, basterebbe aver letto qualche semplice testo di antropologia culturale per aver chiaro che i popoli indigeni tutt’altro sono che popoli nei quali brilla la luce di una rivelazione naturale, come si dice nel sinodo, che ha potuto far a meno di quella di Cristo.

Certo che la scintilla del divino è accesa in ogni uomo, certo che anche nel rito dello sciamano che mai ha sentito il profumo di Cristo c’è il desiderio insopprimibile di un contatto col Cielo, certo che la preghiera della madre indigena, suo malgrado pagana, per il figlio malato è ascoltata da Cristo… certo, ma altrettanto vero è che le religioni senza Cristo sono delle ricerche al buio e, senza luce, sovente, si fanno pessimi incontri!

Non lo sa chi certe letture non ha avuto tempo di farle, che gli stupendi popoli selvaggi, con la “ricchezza” dei loro riti sciamanici, in Papua Nuova Guinea ancora oggi praticano la schiavitù ed il cannibalismo (anche di bambini): la malattia vista come una maledizione lanciata da qualcuno, un khakhua, un cattivo (strana assonanza col kakos greco!) che viene mangiato partendo dal cervello (de gustibus…) ed evitando il pene.

Pagani cannibali sono ancora presenti in India, in Congo ed in Africa.

Popoli come i Koryak concedono i favori della moglie all’ospite; i Giliaki dell’isola di Sachalin chiamano padre tutti gli zii per il semplice fatto che potrebbero esserlo, visti i loro costumi sessuali; tra i Waimiri Atroari l’omosessualità è accettata; tra gli Inuit era moralmente non condannabile chi uccideva la primogenita (meglio che il primo figlio fosse un maschio, cioè un cacciatore capace di sostituire il prima possibile il padre) o un anziano, ormai inadatto a qualsiasi attività utile alla famiglia.

Sempre presso gli Inuit da poco è scomparsa l’usanza dello scambio delle mogli (o dei mariti… se vogliamo vederla dal punto di vista femminile!) e non era raro l’omicidio, in caso di lunghi periodi di carestia, delle bambine per ridurre il numero delle bocche da sfamare e quello delle future madri.

Aborto, eutanasia, omosessualità, scambismo, crudeltà, schiavitù… questo è l’uomo senza Cristo e questo siamo noi quando lo ripudiamo. Ma se non ce lo ricorda la Chiesa, chi mai lo farà? 

Tra la fittissima vegetazione amazzonica continua a penetrare pochissima luce.