Si leggono oggi varie affermazioni su una prossima crisi del modello liberale e, in questo contesto, le nuove tecnologie potrebbero realmente creare delle grosse difficoltà a un sistema che da un lato pretende la competizione globale, dall’altro si troverebbe a chiedere quella stessa competizione, endemica al modello, in presenza di un’infinità di nuovi disoccupati. Le nuove biotecnologie, la gestione delle masse dati, la moneta virtuale e la robotizzazione genereranno centinaia di milioni di disoccupati e il modello liberale sembra proprio il meno adatto per affrontare un cambiamento così epocale.

In realtà il modello liberale ha già prodotto danni enormi in precedenza, poiché la sua attuazione ha distrutto lo Stato etico in varie regioni del mondo e si appresta a distruggerlo in quelle rimanenti. Quindi la prossima crisi sulla disoccupazione si innesterà in nazioni dove già si è perso il senso etico dello Stato a causa del modello liberale, peggiorando le possibilità di una risoluzione dei problemi.

La crisi dello Stato etico è direttamente collegata alla prossima crisi sulla disoccupazione da tecnologia, perché è impensabile una risoluzione equa e poco dolorosa senza il ripristino di un minimo di etica dello Stato. Per tentare un ripristino dello Stato etico, si deve capire come e perché è stato distrutto.

Per capire in quali passaggi si è distrutto lo Stato etico e quali sarebbero le iniziative per cercarne il ripristino, si deve per forza partire da lontano, precisamente dalle rivoluzioni liberali. Ma, prima ancora, si vedano le conseguenze strane di quelle rivoluzioni.

Come spunto, si cominci dall’osservazione e dalla valutazione delle competenze del Presidente della Repubblica italiana in alcune delle sue funzioni. Ad esempio, ci si domandi che atto compie il presidente quando nomina i senatori a vita. Egli sceglie autocraticamente alcuni personaggi della società italiana e li nomina senatori. Già il termine autocratico dovrebbe sollevare dei dubbi immediati, perché si tratta del tipico atto di un monarca assoluto, ovvero, svolgendo quella funzione il presidente si comporta come un re, seppure in una parodia della monarchia, poiché l’Italia è una Repubblica di cui questi ne è il Presidente eletto.

Perché in una costituzione repubblicana è stato inserito e conferito un tale diritto al Presidente: è stata una svista? No, non è stata una svista, ma invece quella condizione ha un riferimento e uno scopo ben precisi.

Per capirlo si devono valutare i vari poteri in capo alle monarchie prima delle rivoluzioni liberali. Questi erano il potere legislativo, il potere giudiziario, il potere esecutivo e il potere premiante.  Ben noti i primi tre poteri, è importante commentare il potere premiante che permetteva al re di assegnare titoli nobiliari e possedimenti alle persone meritevoli. Il re, infatti, presso il suo popolo, era considerato un rappresentante di Dio – un Dio di Giustizia, capace quindi di punire ma anche di premiare, appunto. Come è facile notare, sotto la forma repubblicana-liberale sono passati solo i primi tre poteri, mentre il quarto, il potere premiante, è passato solo come forma di parodia della monarchia.

Perché si è resa necessaria questa parodia? Perché c’era una memoria collettiva da raggirare, un sentimento popolare che, da sempre, aveva visto premiati gli eroi di guerra, gli inventori più valenti, i medici più bravi o gli artisti più creativi.

Insomma, il diritto premiante doveva ancora figurare nella vita degli individui, anche se diluito nel suo peso.

Così oggi si nominano 5 senatori a vita, 600 e 350.000 tra commendatori e cavalieri con un titolo puramente onorifico. Cosa dovrebbero significare queste onorificenze? Che il merito per comportamenti particolari deve essere riconosciuto senza la necessità di doversi fare eleggere in parlamento o senza dover dimostrare la capacità di monetizzare il valore dimostrato.

Sì, perché dalle rivoluzioni liberali in poi, il merito della persona viene riconosciuto solo se si è stati capaci di farsi eleggere o se si è stati capaci di trasformarlo in business. Non esiste altro riconoscimento concreto!

Allora, ricapitolando, per le rivoluzioni liberali il vero merito si riconosce nell’accumulo di voti o nell’accumulo di denaro e, per gli altruisti, rimane una pacca sulle spalle con un fiocchetto da commendatore. Quindi nella realtà cosa è successo? È successo che il modello liberale è riuscito a escludere dal potere un’intera categoria di persone: gli altruisti.

L’hanno fatto apposta o è successo per caso? Per rispondere basta domandarsi quanto il tipico politico liberale o lo speculatore della finanza siano inclini all’altruismo e ognuno può trarre le sue personali conclusioni.

Di fatto, dopo la Prima Guerra mondiale, gli Stati liberali tentarono di escludere gli eroi di guerra dalle cariche dello Stato. Una medaglia o una croce di ferro dovevano essere sufficienti come ricompensa per essere usciti vivi da quella immane carneficina. Un atteggiamento ben stigmatizzato dalle parole di Ernst Junger: Quel che non perdono al mio tempo, non è quello di essere vile, ma di dover costruire ogni giorno l’alibi della propria viltà, diffamando gli eroi“.

Si sa come andò a finire: in Gran Bretagna e in Francia i reduci accettarono la condizione, anche perché debitamente lisciati dalla vulgata governativa e conditi con qualche complimento; in Italia e in Germania invece accadde diversamente, anche perché i reduci furono esposti all’insulto verbale e fisico degli epigoni dei soviet.

La ribellione dei reduci causò un cambio nei governi e, successivamente, generò una massiccia immissione degli stessi nella macchina statale. Questa immissione generò indirettamente un forte superamento della meritocrazia liberale, poiché la posizione nella pubblica amministrazione poteva essere coperta anche solo per i meriti di guerra. L’aver rischiato la vita per il proprio Paese diventava un valore concreto e l’eroismo entrava di diritto nelle categorie di merito. Il fascismo non aveva operato un cambiamento solo al vertice, ma nell’intera totalità della struttura statale e delle sue funzioni: da questo deriva il termine totalitarismo, usato dagli avversari più attenti per definire il nuovo regime italiano. Il fatto stesso che oggi questo termine venga sistematicamente stravolto e utilizzato in senso puramente negativo rende l’idea di quanto poco si voglia capire di quella rivoluzione.

Magicamente, l’apparato dello Stato iniziò a funzionare con efficacia. Oggi si ride dei “treni che arrivavano in orario”, ma in realtà in Italia tutto funzionava, non solo i treni. Dopo un terremoto le città venivano ricostruite in tre mesi. Il superamento della meritocrazia liberale aveva edificato il nuovo Stato etico.

La pesante sconfitta militare di Italia e Germania non generò un’analoga ribellione dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Anche per la dura repressione fisica e ideologica operata dai vincitori e dai loro alleati locali, con decine di migliaia di assassinii politici in Italia e con almeno un milione di morti tra i soldati tedeschi deportati dalla Germania.

Oggi resta che, non limitandosi all’esclusione degli eroi, la meritocrazia liberale ha esteso tale esclusione anche a tutte le altre forme di altruismo, secondo un suo coerente schema logico di esaltazione dell’egoismo.

Non può esistere un modello liberale senza ridurre ogni merito ai meccanismi della meritocrazia liberale, come, d’altra parte, non può esistere un superamento del modello liberale senza il superamento della meritocrazia liberale. Diversamente sarebbe solo una farsa.

E allora, come operare questo superamento anche senza poter attingere a un serbatoio di reduci e di eroi di guerra?

Ci si domandi innanzitutto se sia stato giusto passare i poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo dalla forma monarchica a quella repubblicana, e la risposta per un repubblicano non può che essere un . Allora, se si sceglie il criterio repubblicano, perché non si dovrebbe trasferire anche il potere premiante sotto forma repubblicana? Certamente la domanda è retorica, perché, come si è visto, non è un caso che i liberali, pur favorevoli al criterio repubblicano, abbiano appositamente impedito la trasformazione del potere premiante in forma repubblicana. Quindi i liberali hanno agito così, ben consci dei loro obiettivi, ovvero l’esclusione degli altruisti, tra i quali gli eroi, dai vertici meritocratici.

Ma, se si esclude la retorica dalla domanda, allora si deve rispondere che è indispensabile trasformare il potere premiante in un potere repubblicano, perché senza questa trasformazione non è possibile superare la meritocrazia liberale, oltre a non riuscire a costruire uno Stato etico.

Entrando nello specifico e nel concreto, ci si deve domandare come trasformare la forte sensazione che la nomina dei senatori a vita oggi rappresenti un vantaggio politico solo per la fazione politica del Presidente della Repubblica e come eliminare questo pesante sospetto anche dalla nomina di un commendatore. Si è mai visto un commendatore, fresco di nomina, che potesse essere tranquillamente ascritto tra i simpatizzanti dell’opposizione politica al presidente? La reale sensazione è che fossero solo gli amici degli amici, salvo qualche sporadico cambio di casacca nei tempi successivi alla nomina.

C’è anche una seconda istanza necessaria al diritto premiante, ovvero quella di assegnare un premio. Ovvero quello di trasformare un titolo vuoto di significati, come quello di Commendatore della Repubblica, oggi utile solo per pavoneggiarsi al country club, in un titolo dal reale contenuto esecutivo per dirigere la nazione. I marchesi e i baroni non ci sono più e oggi quasi sempre è una fortuna, ma a commendatori e cavalieri bisogna pur assegnare una “marca” o una “baronia” di tipo repubblicano perché quei titoli abbiano un senso.

Il potere premiante è un diritto legislativo, tanto quanto un diritto civile o un diritto penale. Anzi il diritto premiante lo si può proprio definire speculare rispetto al diritto penale. O, per semplicità, il codice penale è speculare rispetto al codice premiante.

Come esempio si possono citare i processi di assegnazione delle medaglie in ambito militare e i processi di beatificazione in ambito religioso. Sono entrambe procedure di diritti premianti. Come nel processo penale, dove l’ente preposto dà notizia di un reato rilevante, anche in ambito premiante ci sarebbe chi deve dare notizia di un comportamento valoroso. Un tempo detto ente ne dava notizia al re, oggi ne dovrà dare notizia a un tribunale repubblicano. Già oggi viene istruita una pratica intestata al singolo individuo per attribuire i titoli di cavaliere o di commendatore.

Come ci sono vari livelli di reato nel penale, ci saranno vari livelli di valore nel premiante. Anche le medaglie possono essere di bronzo, d’argento o d’oro.

Un capitolo a sé meritano le attenuanti o le aggravanti anche per un processo premiante. Si esamini subito la condizione limite, ovvero si ponga la domanda se può essere attribuito un premio a chi ha avuto comportamenti spregevoli in altro ambito. Con un esempio più chiaro: può essere riconosciuto un atto eroico a un assassino? Come risposta si può considerare che, già oggi, un atto eroico risulterebbe come una circostanza attenuante per un assassino. Quindi l’atto eroico verrebbe riconosciuto, ma la pena per l’omicidio sovrasterebbe il diritto al premio. Anche queste condizioni già vigono nei processi di assegnazione delle medaglie o di beatificazione.

In particolare, nei processi di beatificazione si tendeva a dilatare i tempi anche di secoli prima dell’emissione di una sentenza, poiché è noto che spesso i santi vivono un periodo chiamato buio dell’anima, ad esempio si diceva che Madre Teresa di Calcutta fosse stata esorcizzata otto mesi prima della sua morte. Quindi i tribunali ecclesiastici osservano (o osservavano) un periodo di prudenza prima di emettere il giudizio.

Fatti salvi i criteri di prudenza per ogni tipo di tribunale, compresi quelli civili, nei tribunali premianti verrebbe assegnato un premio reale al premiato, annullabile in caso di notizie contrarie successive, e quindi si potrebbe agire con gli stessi criteri di un tribunale penale.

Il premiato non riceverebbe un semplice titolo onorifico come succede nel modello liberale, riceverebbe un diritto tangibile e concreto, ma, in questo caso, contrariamente a quanto previsto dal codice penale, resterebbe intatto il diritto del premiato di rinunciare al premio – anche perché tra gli eroi non sono sporadici i comportamenti alla Cincinnato.

Ora è importante illustrare quali sono i tipi di premio che deve contenere un codice premiante. Come si è già visto, sarebbero di vario livello in relazione al valore espresso dal premiato.

Per gli atti più degni e quindi meritevoli di premi più alti, come nel processo penale e specularmente per i casi più gravi, verrebbe richiesta una giuria popolare e, eventualmente, più di un grado di giudizio. Quindi col diritto di opposizione alla sentenza.

Per il capitolo premi, si è detto della necessità di vari livelli di assegnazione. Un esempio di assegnazione è l’ampliamento a una quota più consistente di parlamentari scelti col diritto premiante, finalmente superando la logica delle amicizie politiche, e un altro esempio lo si trova nell’assegnazione di posizioni lavorative nella pubblica amministrazione e nelle aziende partecipate dallo Stato, dai semplici impiegati e operai ai consigli di amministrazione. E così magari anche oggi i treni riprenderebbero a viaggiare in orario e le città distrutte dai terremoti verrebbero ricostruite con migliore efficienza.

Per concludere, si può affermare come sicuramente anche un processo premiante potrebbe subire gli stessi condizionamenti psicologici di un processo penale: già la commedia di Demostene si dice che abbia influenzato il verdetto dei 500 giudici di Socrate. Ma la repubblica crede che un giudizio popolare sia sempre meno erroneo del giudizio di un monarca. Sempre che non si tratti di un così detto “tribunale del popolo”, dove i membri sono solo i militanti di un singolo partito prepotente. E, in proposito, anche in un diritto premiante una costituzione deve riuscire a tutelare i diritti delle minoranze.

Con le rivoluzioni liberali, si è partiti da un diritto, spesso poco o per niente scritto, poiché appartenente all’autocrazia di un monarca, per arrivare alla cancellazione totale di quel diritto se non in forme di parodia. Si tratta quindi di un diritto da scrivere partendo quasi da una tabula rasa, con un grande sforzo giuridico, ma non esiste un metodo più concreto e innovativo per attribuire del valore aggiunto al concetto di Stato etico.