Capitolo V: Storia di una dominazione: aghlabiti[1], fatimiti[2], kalbiti[3]

V.1 Da Ibrahim a Yusuf

È giunto il momento di fare riferimento alla storia interna di quella che gli Arabi chiamano Siqilliya.

Sarà importante, a questo proposito, valutare il grado di stabilità politica che la dominazione musulmana fu eventualmente in grado di apportare, soprattutto prendendo in considerazione le condizioni di vita, il grado di sicurezza e la relativa percezione di questi due elementi, dal punto di vista della popolazione autoctona.

Tutta la storia della Sicilia musulmana è caratterizzata da durissimi scontri e guerre civili dovute alle stesse modalità di conquista e alla struttura della società che via via si venne a costituire.

“Le ragioni di questa grande instabilità sono molteplici. In primo piano sono da porre le differenti componenti etnico-geografiche presenti nel campo musulmano. Era quindi obiettivamente difficile gestire la conquista, la spartizione del bottino, l’assegnazione di terre e di iqta. Ne derivarono lotte fra africani e spagnoli, fra arabi e berberi, fra ‘siciliani’ e più recenti immigrati dall’Africa, fra gruppi e famiglie dominanti in città diverse. In più, occorre considerare anche i tentativi volti ad allentare i vincoli di dipendenza dall’Africa da parte soprattutto dei maggiorenti palermitani. Tutto ciò si intrecciò per decenni con le varie fasi della guerra contro i bizantini”[4].

Abbiamo già visto come la presenza araba dei primi anni sia quella di un esercito occupante che dipende dagli emiri di Qayrawan, la nuova provincia dell’Ifriqiya era dunque territorio di guerra.

Contrariamente a quanto sostenuto dall’Amari, che insiste sull’autonomia dell’isola persino in questa prima fase, lo storico tunisino M. Talbi tende, invece, a svalutare la portata delle istanze autonomistiche nella nuova provincia[5].

In questo quadro, già all’indomani della conquista di Palermo, scoppiarono contrasti fra le milizie spagnole, sottoposte al califfo omayyade, e quelle africane aghlabite per la spartizione di bottini e terre.

La forte instabilità interna, anche volendo, non avrebbe lasciato alcuno spazio per una qualsiasi forma di autonomia; lo stesso Amari riteneva che questo genere di contrasti si fossero inaspriti, anziché diminuire, proprio in corrispondenza con la trasformazione della conquista in stabile dominio[6].

Solo il jihad e le possibilità di nuovi bottini riuscivano a sedare le rivalità intestine, esplose nuovamente fra l’886 e l’887, per circa dieci anni, quasi contemporaneamente alla rivolta di Palermo contro Ibrahim II che vide la contrapposizione fra berberi “agrigentini” e un corpo di spedizione africano.

Dopo la morte dell’ultimo emiro aghlabita (909), come già detto, si affermò in Africa la dinastia fatimita e si aprì in Sicilia una nuova fase di guerre civili, aggravata dalla contrapposizione degli scismatici sciiti, sedicenti discendenti dalla figlia di Maometto, al califfato “ortodosso” di Baghdad.

Dopo alcuni rivolgimenti, e un lungo assedio durato sei mesi, Palermo tornò sotto il controllo dei fatimiti, ma le discordie esplosero nuovamente intorno al 937, sempre sulla falsariga delle rivalità etniche fra arabi e berberi, fra Palermo e Agrigento; fu in questa occasione, quando la rivolta interessò direttamente anche Palermo, che fu edificata la Kalsa.

“Assedi, battaglie, sollevazioni di popolo, fame e carestia travagliarono per anni la Sicilia in un tumultuoso succedersi di eventi”[7].

Fu solo dopo questi avvenimenti che, in corrispondenza con l’insediamento in Sicilia dell’antica dinastia kalbita (948), ebbe inizio quello che comunemente viene definito il periodo di maggiore ricchezza economica e fioritura culturale.

Non bisogna dimenticare, però, che anche questa ultima fase, per altro eccessivamente celebrata, fondò la sua concordia interna su una ripresa del jihad anticristiano che, come già detto, fu segnato dall’occupazione e dagli stermini di Taormina (962) e Rometta (965).

Qualche anno dopo, in perfetta continuità con quanto già accaduto nei decenni precedenti, varie furono le scorrerie in Italia meridionale e gli scontri con i cristiani registrarono anche una sconfitta dell’imperatore Ottone II a Capo Colonne, nei pressi di Rossano, “con grande strage di signori feudali”[8].

La maggiore autonomia di cui via via godettero gli emiri siciliani corrisponde al trasferimento dei fatimiti in Egitto e al conseguente disinteresse che i califfi manifestarono verso ciò che accadeva nel Mediterraneo occidentale.

Le influenze sulla Sicilia continuavano, così, a giungere più direttamente dall’Ifriqiya, dove la tribù berbera degli ziriti sostituì al potere i fatimiti locali.

Numerose spedizioni contro l’Italia meridionale, molto frequenti anche dopo l’anno 1000, caratterizzarono il periodo successivo, segnato per circa un decennio da quello che viene disegnato come l’illuminato governo dell’emiro Abu ‘l-Futuh Yusuf (989-998).

Lo stesso Yusuf, del resto – come racconta Luigi Natoli (a cui qui ricorriamo perché fornisce una sintesi succinta, ma completa, degli avvenimenti, utilizzando le fonti classiche a cui tutti gli storici fanno ricorso: dall’Amari al Fazello, dal Di Marzo al Di Blasi) – “riprese le scorrerie nelle Calabrie, dove dominavano i Bizantini, e per più anni mandò capitani a devastare quelle contrade, spingendoli fino a Bari. Fra queste scorrerie frammezzate da combattimenti, compaiono per la prima volta, nel 1016, i Normanni, dei quali si narra che quaranta cavalieri, reduci da Terra Santa, chiamati in aiuto dal principe di Salerno contro i Musulmani, li sbaragliarono; ma non vollero fermarsi, per quante offerte si facessero loro. Iusuf, dopo otto anni di regno fu colpito da accidente, lasciando il potere al figlio Già-far (998), col quale la indipendenza degli emiri di Sicilia fu completa, avendo egli eletto uffici, dove non eran consentiti emiri di provincia, e preso titolo di Malek, che vuol dire re. Ma fu principe neghittoso e crudele e amante di piaceri, e fu sconfitto a Bari e a Reggio.

Per usurpargli il trono, Alì suo fratello, indettatosi coi Berberi, si ribellò; ma sconfitto e preso, fu da Già-far mandato a morte con gli schiavi ribelli; i Berberi furono scacciati in Africa (1015). Ma avendo Già-far mutato il sistema dei tributi, e imposto la tassa del dieci per cento, assai gravosa, i cittadini di Palermo si sollevarono, e avrebbero ucciso l’emiro, se non li avesse trattenuto la riverenza per Iusuf paralitico. Questi, piangendo e facendosi mallevadore pel figlio scongiurava i ribelli. Già-far però dovette andarsene, i suoi consiglieri furono uccisi; e al trono ascese Ahmed soprannominato Akhal, altro figlio di Iusuf”[9].

Giunti a questo punto, la pur breve ricostruzione degli avvenimenti principali induce ad una considerazione: la tanto decantata epoca di splendore e progresso si ridurrebbe ai soli cinquant’anni di pacificazione interna, compresi tra il 948 e il 998; è il periodo in cui visse Ibn Hawqal che, come abbiamo visto, non ne fu particolarmente entusiasta.

A ciò si aggiunga che anche l’illuminato Yusuf non mise fine alle caratteristiche azioni piratesche che continuarono a flagellare l’Italia meridionale, con il loro doloroso corollario di stragi e riduzioni in schiavitù; queste ultime non saranno certamente estranee ad un sentimento di insofferenza sempre crescente in campo cristiano, probabilmente si attendeva l’occasione propizia per liberarsi da quelle che Papa Giovanni VIII aveva definito “locuste” musulmane.

V.2 La Sicilia prima dei Normanni

I crescenti dissidi interni portarono al-Akhal ad utilizzare, ai fini di una pacificazione fra etnie contrapposte, l’ormai consueto metodo della guerra contro i Bizantini di Puglia e Calabria.

Temendo un loro contrattacco, egli si rivolse agli ziriti, nuovi signori di Ifriqiya, ma la flotta da essi inviata fu quasi del tutto distrutta da una tempesta (1026).

Nonostante ciò, comunque, Akhal sconfisse i Bizantini qualche anno dopo e, nel 1035, minacciò i territori imperiali di Illiria, Grecia e Tracia. Oltre ad alcune isole del mar Egeo.

“Durante le sue spedizioni guerresche al-Akhal affidava il governo dell’isola al figlio, di nome Giafar come il deposto zio. Le fonti arabe esprimono su questo personaggio un unanime giudizio sfavorevole. Sembra in particolare che Giafar, certamente inesperto ed immaturo […], si alienasse il consenso delle più antiche famiglie, discendenti dai primi conquistatori della Sicilia. I suoi favori andarono invece ai più recenti immigrati dall’Africa. La contrapposizione si radicalizzò e divenne ben presto scontro armato”[10].

Akhal fu costretto ad accordarsi con i Bizantini e ne chiese l’aiuto per fronteggiare la ribellione interna, fu così da essi inviato un corpo di spedizione nel 1037, anche i ribelli, però, ottennero l’invio di un forte contingente militare, sotto il comando del figlio dell’emiro zirita, al-Muizz, Abd Allah.

I Bizantini abbandonarono, però, il loro alleato e lasciarono così via libera ai ribelli ziriti che “ebbero il vantaggio di assalire Akhal nella Kâlesa (Kalsa, ndr), lo uccisero, ne portarono la testa ad Abd Allah […], il quale rimase signore dell’isola (1038)”[11].

Il dominio musulmano in Sicilia aveva dunque mostrato evidenti segni di cedimento e i Bizantini, che per la verità non avevano mai del tutto rinunciato ad una riconquista, si organizzarono per un ennesimo tentativo.

L’imperatore Michele IV incaricò dell’impresa lo stratigòs avtokràtor Giorgio Maniace, dotato quindi di ampi poteri, consegnandogli il comando di un numeroso esercito, composto però da mercenari delle più svariate provenienze, molti gli Scandinavi, i Normanni e anche i Longobardi.

“Giorgio passò lo stretto, e sconfitta un’avanguardia di Musulmani, prese Messina; indi ruppe il grosso dei Musulmani a Rometta, ma senza poterne espugnare i castelli. Né riuscì a impadronirsi di Siracusa. Le cronache narrano gesta di valore compiute dal condottiero dei Normanni, Guglielmo d’Hauteville, soprannominato Braccio di Ferro. Era costui il primo della numerosa figliolanza di un Tancredi di Hauteville, in Normandia. Udite da quei primi Normanni, che avevano soccorso i Greci e il principe di Salerno, le meraviglie dell’Italia, la feracità del suolo, la ricchezza delle città, la possibilità di far fortuna […], era venuto in Italia ed entrato al servizio del principe di Salerno.

[…] Maniace non riuscendo a espugnare Siracusa, si ritirò presso Traina (Troina, ndr) dove, assaliti i Musulmani, ne fece strage (1040); ma l’ingiusta spartizione del bottino sdegnò il capitano dei Longobardi, Ardoino, che se ne querelò con Maniace il quale, adontatosi, lo fece prendere e frustare.

Ardoino finse rassegnarsi alla ignominia del castigo, ma domandò licenza d’andarsene, e ottenutala, tornò in Calabria; narrò ogni cosa ai condottieri normanni, e sollevò le popolazioni contro i Bizantini. Maniace intanto si impadroniva di Siracusa, vi ristorava il culto cristiano, e vi erigeva il Castello, che ancor porta il suo nome”[12].

La spedizione greca, pur essendo giunta quasi a restituire a Costantinopoli l’isola perduta, era destinata ad un inglorioso fallimento.

La brutalità di Maniace, lo stesso ammiraglio della flotta greca fu da lui fatto bastonare a causa di presunte negligenze, e i sospetti sollevati contro di lui a corte, fecero sì che fosse destituito e trasferito in catene a Bisanzio.

La rivolta di Arduino in Puglia, dallo stesso Maniace innescata, frammentò l’esercito, i nuovi comandanti furono inadeguati e i Musulmani passarono al contrattacco, già nel 1042 rimaneva in mano bizantina la sola Messina.

Anche la scarcerazione di Maniace e il suo momentaneo ritorno in Italia non ottennero risultati significativi, infine il condottiero, entrato in urto col nuovo imperatore, Costantino Monomaco, trovò la morte a Costantinopoli.

“Le fonti storiche sull’ultimo ventennio della dominazione islamica sulla Sicilia sono purtroppo assai scarne. I tumulti e le ribellioni che seguirono alla sconfitta di Troina costrinsero lo zirita Abd Allah a reimbarcarsi per l’Africa.

A Palermo venne acclamato emiro al-Hasan, un altro figlio del rimpianto Yusuf.  […] La Sicilia musulmana andò così incontro ad un processo di frantumazione politica paragonabile a quello che in Spagna portò alla formazione dei ‘reinos de taifa’, i potentati regionali sorti sulle rovine del califfato. Tre ‘caudillos’ si spartirono di fatto gran parte dell’isola […]. A complicare ulteriormente il quadro politico, comparve d’improvviso sulla scena un quarto ‘caid’, Ibn Ath-Thumna […] che, non si sa bene come e quando, era diventato signore di Siracusa”[13].

Molte sono le analogie, a questo punto della vicenda, con l’antica storia di Eufemio, all’origine dell’invasione musulmana della Sicilia, compresi i contrasti riguardanti le donne.

Thumna fu infine sconfitto da Ibn al-Hawwas, signore di Castrogiovanni, di cui aveva maltrattato la sorella, già moglie del signore arabo di Catania, e si rivolse fuori dalla Sicilia a quegli Hauteville che avevano nel frattempo consolidato la propria presenza nell’Italia meridionale.

“Ed essi, già investiti da papa Nicolò II (1059-1061) e forse precedentemente da Leone IX (1049-1054) di tutte le terre che avessero potuto conquistare in Sicilia, non si lasciarono sfuggire l’occasione favorevole”[14].

Ma chi erano i Normanni?

Troppo spesso si è parlato della Sicilia normanna come di una “terra senza crociati”[15], ma questa interpretazione, pur fondandosi su alcune basi, sembra essere piuttosto semplicistica; i poco numerosi cavalieri normanni, provenienti oltre che dalla Normandia dalla Bretagna e da altre regioni della Francia, anticiparono in Italia meridionale la crociata del 1095.

Essi infatti: “Si vogliono e si sentono un popolo eletto di pellegrini e di combattenti ‘fedeli di Dio e cavalieri di Cristo’, venuti per sottomettere i Greci orgogliosi e infidi e scacciare i Saraceni infedeli, riprendere l’isola e vendicare l’offesa fatta alla cristianità”[16].

Vale la pena riportare a questo proposito alcuni brani dell’impegno sottoscritto nel 1059 da Roberto il Guiscardo nei confronti del pontefice Nicolò II:

“Io Roberto, sarò da ora in poi fedele alla Chiesa Romana ed a te papa Nicolò mio signore […]. Ti darò tutto l’appoggio che potrà essere necessario affinché tu occupi, con tutto onore e sicurezza il trono pontificio in Roma […]. Pagherò coscienziosamente ogni anno alla Chiesa Romana l’affitto stipulato per i territori di San Pietro che ora possiedo e possiederò in futuro […]. Ti restituirò tutte le chiese che sono ora nelle mie mani, con tutti i loro possedimenti e le manterrò nell’obbedienza della Santa Romana Chiesa […]. Io giuro su Dio e i suoi Vangeli”[17].

Anche il fratello Ruggero I userà “così abilmente greci contro arabi e viceversa, che nessuna delle due parti ebbe mai il sopravvento. Così soggiogò i greci di Calabria e liberò – come dice Ruggero stesso tante volte nelle arenghe dei suoi privilegi – i greci della Sicilia dal giogo degli ‘infedeli’”[18].

È pur vero che, come ammesso anche dal cronista normanno Goffredo Malaterra, gli stessi Arabi disponibili venivano usati anche contro ribelli normanni e longobardi, ma ciò avveniva spesso previa conversione al Cristianesimo.

È del resto più che documentato il fatto che il battesimo fosse l’unico requisito richiesto, e non solo dai cristiani normanni, per un paritario trattamento nei confronti di qualunque popolazione che si convertiva alla fede cattolica.

Ciò avvenne, ad esempio, per l’emiro di Enna o per il giovane arabo Ahmet, di cui lo stesso Ruggero I fu padrino e che venne battezzato con il nome del suo protettore[19], ed era già avvenuto in passato con il capo sassone Widukind ad opera di Carlo Magno.

“Un fatto dovrà sempre essere tenuto presente. Nel 1061 l’isola è una terra in buona parte profondamente islamizzata e arabizzata. Nel 1250 la Sicilia musulmana sarà già soltanto un ricordo. In meno di due secoli verrà realizzata una nuova, radicale, mutazione culturale. Gli Arabi non erano riusciti a far tanto e probabilmente non lo avevano neanche tentato.

La distruzione radicale della superstite comunità saracena sotto Federico II non può allora essere considerata come un capriccio della storia, un incidente di percorso. L’evento, al contrario, deve essere interpretato come ultima necessaria conseguenza della grande trasformazione avviata dall’arrivo in Sicilia, nel 1061, dei normanni Altavilla. […] Non può essere considerato un cambiamento superficiale quello che in meno di duecento anni mutò completamente la religione, la lingua, la classe dirigente, la stessa composizione etnica della popolazione e buona parte della sua cultura”[20].

Conclusioni

Non è intenzione del presente lavoro affermare che nessuna influenza sia stata lasciata dagli Arabi nella provincia siciliana, né, pur in mancanza di dati certi, sminuire il numero delle conversioni all’Islam, molte delle quali, comunque, come già detto, dovute a motivi di interesse. L’urbanistica, la toponomastica, l’influenza linguistica[21], la poesia, alcune scienze, specie queste ultime non sempre in modo del tutto originale, l’importazione di alcuni prodotti agricoli e il loro uso nella gastronomia anche attuale, al di là delle attività peculiarmente islamiche (studi e recitazione coranici, calligrafia, grammatica …), hanno certamente trasmesso un’influenza che sopravvive anche al di là delle testimonianze materiali.

Riduttivo sarebbe, però, relegare le residue presenze cristiane alla sola Val Demone.

Inoltre, risulterebbe in tal senso alquanto contraddittoria la chiave di lettura che vuole le terre dell’Islam tollerare le altre fedi monoteiste.

La presenza nella Palermo liberata dai Normanni di un solo vescovo, l’arcivescovo Nicodemo, per altro nascosto nella piccola chiesa di San Ciriaco alla rocca di Monreale, più che testimonianza finale di coerente tolleranza appare, piuttosto, costituire l’indizio di una residuale presenza cristiana dopo più di due secoli di forzata e graduale islamizzazione non del tutto riuscita.

Ad ulteriore conferma di quanto fin qui sostenuto, si consideri il numero delle moschee, per alcuni trecento per altri cinquecento, presenti a Palermo, molte delle quali chiese trasformate allo scopo.

Una delle prime preoccupazioni dei Normanni cristiani fu proprio quella di restituirle al culto e di costruirne di nuove.

Nel 1072, mentre Ruggero entrava con la flotta nel porto di Palermo, Roberto il Guiscardo violò le mura della Kalsa, grazie a una porta che servitori cristiani si premurarono di aprire dall’interno della fortezza[22].

Scrive Nino Muccioli, poeta, saggista e studioso delle tradizioni popolari siciliane, a proposito di Palermo, certamente la città più islamizzata dell’intera isola:

“La latinità aveva scavato il fondo sulla cultura e la genesi della popolazione e il cristianesimo aveva creato l’humus spirituale che consentì ai palermitani di distinguere sempre il loro modo di vita da quello islamico. […] V’è un antico canto popolare siciliano che vale la pena qui trascrivere, perché meglio di quanto s’è scritto può essere indicativo del sentimento popolare dei palermitani:

“Di ‘na finestra s’affaccia la luna

e ‘nta lu mezzu la stidda Diana.

‘Su tanti li spledura ca mi’ duna,

lampu mi parsi di la tramontana.

C’è lu Gaitu (Kaìd) e gran pena mi duna

voli arrinunzi a la fidi cristiana

nun vi pigghiati dubbi patruna

l’amanti ca v’amau, v’assisti e v’ama”[23].

Suonano, infine, significativi gli esiti di un episodio di molto successivo alle vicende di cui ci siamo occupati: quello relativo alla cosiddetta presa di Mahdia, in Tunisia, voluta dagli spagnoli nel XVI secolo.

Dopo la vittoria contro i pirati islamici, comandati da un rinnegato greco, il Dragut, “il viceré Vega […] volle lasciare il ricordo della presa di Africa, facendo intestare una porta urbica a Palermo, posta tra il bastione del Tuono e l’omonimo baluardo, all’estremità nord orientale della cortina muraria (si tratta dei bastioni della vecchia fortezza musulmana della Kalsa, ndr); collocandovi, a futura memoria, le grade in ferro della cittadella espugnata. […] In una seduta del Consiglio civico del 23 agosto 1864, all’indomani dell’Unità d’Italia, il sindaco barone Rudinì, decise di smantellare le storiche ‘imposte ferrate’ di Porta dei Greci o Vega che erano state tolte, nel 1550, a Mahdia.

La porta in ferro, ridotta in pezzi, fu venduta per la modica cifra di lit. 63.75, quasi una sorta di ‘damnatio memoriae’ per tutto ciò che riguardava la storia della città capitale; poiché si riteneva che fossero oggetto di ‘niun interesse’, come viene dichiarato nella relazione di Giovanni Moscuzza, un oscuro tecnico municipale preposto al ‘risanamento’ del mandamento Kalsa”[24].

Queste ultime vicende appaiono particolarmente significative almeno per due motivi: la persistenza di attacchi pirateschi provenienti dalla Tunisia ancora nel XVI secolo, e per giunta guidati da un rinnegato greco convertito all’Islam, e la precisa volontà del Viceré di celebrare l’avvenuta vittoria attraverso la collocazione delle “imposte ferrate” proprio in una delle porte di quella che era stata la Halisah, a testimonianza del triste ricordo che i cristiani mantenevano della dominazione musulmana dall’Eletta simboleggiata e della legittima volontà di riscatto.

Infine, ultima solo in ordine di tempo, la distruzione delle dette imposte ad opera del sindaco di Palermo del neonato Regno d’Italia, come a voler cancellare un simbolo della vittoria cristiana sui pirati musulmani, quasi alla stregua di una prima pagina non scritta della Storia dei Musulmani di Sicilia di un altro “patriota risorgimentale”, l’ormai arcinoto Michele Amari, che sulla scorta dell’”arabica impostura” del Vella aveva colto l’”occasione a buoni studi”.

Stupisce, infine, che, nonostante le profonde differenze religiose, culturali ed etniche persistenti nell’isola durante il brutale “conquisto” e la conseguente dominazione,  “storici italiani si compiacciano oggigiorno […] del periodo arabo in Sicilia”[25]. Questi storici si chiedono stupiti come mai “con tanti aspetti positivi la Sicilia abbia rinunciato ad essere araba e sia tornata verso la Christianitas chiamando nelle sue terre altri invasori, i Normanni, che la ricondussero irrevocabilmente in Occidente”[26]; si tratta di un quesito che non ci riguarda, perché i soli invasori furono gli islamici e non i Normanni cristiani, autentici liberatori della Sicilia.


[1] Dinastia musulmana che, durante tutto il III/IV secolo regge la Tunisia per conto degli Abbasidi (E.I., Tome I,A, op. cit., p. 255 e seg.)

[2] Dinastia che regna in Africa del Nord, poi in Egitto, dal 297 al 567/909-1171 (E.I., Tome II,B, p. 870 e seg.)

[3] Famiglia discendente dalla tribù di Kalb Wabara. Con i fatimiti, con cui la famiglia condivide l’azione politica e religiosa, trovano rapidamente in Tunisia i mezzi favorevoli che permettono loro di affermarsi fino a diventare, nella metà del IV/X secolo, la casta dirigente della Sicilia musulmana. (E.I., Tome IV,A, op. cit., p. 517 e seg.)

[4] F. MAURICI, op. cit., p. 93

[5] Cfr. F. MAURICI, op. cit., p. 94

[6] Cfr. Ibidem, p. 95

[7] Ibidem, p. 98

[8] L. NATOLI, Storia di Sicilia, II edizione a cura di M. GANCI, Palermo, 1982, p. 101

[9] Ibidem, pp. 101-102

[10] F. MAURICI, op. cit., p. 100

[11] L. NATOLI, op. cit., p. 102

[12] Ibidem, op. cit., pp. 102-103

[13] F. MAURICI, op. cit., pp. 102-103

[14] Ibidem, p. 104

[15] Definizione attribuita alla Sicilia normanna dallo storico U. RIZZITANO come titolo dell’opera omonima

[16] F. BENIGNO – G. GIARRIZZO, op. cit., p. 48

[17]Il contratto di investitura in versione integrale è riportato in:  Le Liber censuum de l’Église Romaine, vol. I, Parigi, 1910

[18] R. PIRRI, Sicilia Sacra, Palermo, 1733 in V. von FALKENHAUSEN, I gruppi etnici del regno di Ruggero II e la loro partecipazione al potere in Società, potere e popolo nell’età di Ruggero II, Atti delle terze giornate normanno-sveve, Bari, 1979, p. 139

[19] V. von FALKENHAUSEN, op. cit., p. 140

[20] F. MAURICI, op. cit., pp. 105-106

[21] Un esempio significativo in questo senso è costituito da alcuni termini tecnici del linguaggio utilizzato dagli Arabi in agricoltura. Alcuni di questi termini sopravvivono ancora oggi nel dialetto siciliano: gebbia (“cisterna”), senia (“macchina per sollevare l’acqua”, diventato oggi un cognome molto diffuso in provincia di Trapani) e zàgara (“fiore d’arancio o di limone”)

[22] Cfr. N MUCCIOLI, op. cit., p. 19

[23] Ibidem, pp. 15-16

[24] A. PALAZZOLO, La presa di Mahdia, Palermo, 2012, p. 22

[25] F. GREGOROVIUS, op. cit.

[26] L. GATTO, La parentesi siciliana in op. cit., p.22