Come non essere sedotti da questo vento di libertà che regna sulla Francia e sull’Occidente? Come non approvare tutte le sue leggi che sanzionano il pensiero e la parola, dato che si è ben più liberi pensando bene e mettendo a tacere i pensieri malvagi […] Il progressismo è una rivoluzione, d’altra parte ricordatevi il libro di campagna del nostro caro presidente, si chiamava ‘Rivoluzione’. Una rivoluzione non sopporta alcun ostacolo, alcun ritardo, alcuno stato d’animo: Robespierre ci ha insegnato che bisogna uccidere i cattivi. Lenin e Stalin hanno aggiunto che bisognava uccidere anche i gentili. La società progressista in nome della libertà è una società liberticida. Nessuna libertà ai nemici della libertà.

Il grido di Saint-Just ha sempre il suo programma: dai tempi dell’Illuminismo, della Rivoluzione Francese, dalla Rivoluzione del’17, fino anche alla Terza Repubblica con i suoi radicali frammassoni, fino ad oggi, è sempre lo stesso progressismo: la libertà è per loro, non per gli altri. La libertà, solo loro la possono usare e apprezzare, solo loro sono degni della libertà. Credevamo di essere usciti da questo ingranaggio funesto, mentre invece ci siamo rientrati. La nostra dittatura ha preso dei colori inusitati e i nostri padroni hanno avuto l’abilità di conservare le forme della democrazia per meglio svuotarle dall’interno. Per servire questo potere tirannico e imporci questa ideologia diversitaria, si è messo in essere un apparato di propaganda che riunisce la televisione, la radio, il cinema, la pubblicità, senza dimenticare i cani da guardia di internet.

La sua efficacia fa passare Goebbels per un modesto artigiano e Josip Stalin per un timido debuttante. Il progressismo è l’onnipresenza della parola sedicente libera, servita da una tecnologia di una potenza e di una diffusione mai vista nella storia, ma allo stesso tempo, come ama dire, di un apparato repressivo sempre più sofisticato per la canalizzazione e la censura […]. Dobbiamo abolire le leggi liberticide che in nome della non discriminazione ci rendono stranieri nel nostro stesso paese.

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