Mentre la Brexit scatena la paura dei mercati e incrina il sogno (o meglio l’incubo) dell’integrazione europea, è lecito chiedersi se la semplice uscita di uno o più Stati dall’ormai fallimentare progetto di unificazione europea sia conveniente o se occorra trovare altre soluzioni meno drastiche.

Le difficoltà incontrate dal Regno Unito nell’uscire dall’Unione Europea, come potrebbero essere affrontate in caso di uscita da parte di altri Paesi, come ad esempio il nostro? Ricordiamo che il Regno Unito, oltre ad avere moneta propria, non ha nemmeno sottoscritto tutti gli accordi UE ed europei in generale (tra cui l’accordo di Schengen) ed è forte dei rapporti mantenuti con gli Stati un tempo facenti parte dell’Impero Britannico.

Quindi, se Londra arranca nel processo di uscita (anche se le conseguenze le conosceremo solo quando l’abbandono sarà compiuto), per l’Italia potrebbe rivelarsi ancora più drammatica. La situazione economica italiana ed il terrorismo psicologico esercitato dall’europeismo renderebbe senza dubbio l’esito di un ipotetico referendum molto diverso da quello ottenuto oltre Manica, ma è altrettanto vero che il fronte anti-europeista sta crescendo nel nostro Paese così come altrove, anche se chi lo cavalca non è detto lo sappia sfruttare e concretizzare.

È necessario quindi trovare soluzioni razionali per salvare sia l’economia che l’identità nazionale e sociale del nostro e di tutti gli Stati membri, senza che arrivi qualche burocrate a far pagare il conto. Come fare?

Un esempio, anche se in un contesto diverso, ci viene da ciò che accadde nel 1991. L’8 dicembre di quell’anno, i rappresentanti delle repubbliche sovietiche di Russia, Bielorussia e Ucraina siglarono a Belaveža il famoso accordo che sancì la fine dell’URSS e la creazione della Comunità di Stati Indipendenti (CSI); formalmente, l’Unione Sovietica cessava di esistere il 26 dicembre successivo, con le dimissioni del presidente Gorbaciov e, nel gennaio del ’92, tutte le istituzioni sovietiche cessarono di operare. 

Fatto salvo per le repubbliche baltiche, che non aderirono sin dall’inizio, della Georgia (uscita nel 2009) e dell’Ucraina (uscita nel 2018), i rapporti tra le ex-repubbliche sovietiche si sono mantenuti. Così deve accadere con i Paesi attualmente membri dell’Unione Europea: un’uscita collettiva e armoniosa, mantenendo comunque vivo quello spirito comunitario continentale, è l’unica soluzione percorribile per non gravare ulteriormente su una situazione già di per sé incerta.

La nuova comunità di Stati che si verrà a creare sarà la tanto agognata Europa delle Nazioni, una grande alleanza economica e militare tra Paesi sovrani e liberi. E nessuno vieta di creare comunque normative comunitarie, recepite dai singoli parlamenti, nessuno vieta di viaggiare, previo un controllo completo delle frontiere, nessuno vieta di conoscere e studiare le Nazioni sorelle. Se vogliamo un’Europa forte, dobbiamo quindi uscirne tutti e ricreare qualcosa di nuovo, insieme. 

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