Boris Johnson, arrivato alla testa dei Conservatori sulla propulsione dell’ala destra del partito e in avversione all’arrendevole accordo della May, stravince le elezioni.

Stravince dopo aver compiuto, quando il Parlamento si rifiutò di concedergli il via libera al nuovo deal di uscita dalla UE, un gesto inusuale per la politica britannica, ovvero l’espulsione dal partito dei 21 deputati filo-europeisti, tra cui 9 ex ministri e Philip Hammond, già ministro degli Esteri e del Tesoro, oltre che uomo di riferimento della NATO e degli apparati più smaccatamente globalisti del partito.

Con dodici punti di distaccato dal Labour e un’ottantina di seggi di maggioranza, guadagnati in particolare nelle ex zone rosse dell’Inghilterra del nord, seggi che non avevano mai votato conservatore da cento anni a questa parte, Johnson vince la sua scommessa di puntare tutto sulla voglia di Brexit del popolo britannico.

Rammarico per tutti i soloni di Repubblica-L’Espresso, del Sole 24 Ore, del Corriere della Sera, insomma tutti coloro che ci hanno spiegato in serie che: un referendum era impossibile da chiamare, che chiamato era impossibile da vincere, che vinto avrebbe creato un armageddon economico e lo sgretolarsi dell’economia britannica (se si tratta del ridursi della disoccupazione sotto la barra del 4%, mentre in zona euro viaggiamo vicini al 10%, ben vengano questi armageddon), che l’Unione Europea non avrebbe mai rinegoziato il deal della May e, infine, che ci spiegavano ora che, dopo tre anni, gli inglesi avevano ormai capito – poverini – che la Brexit era un errore, che non andava più fatta, che ormai la gente la voleva revocare.

La Brexit si farà e, una volta fatta, molto probabilmente il Regno Unito negozierà, da nazione sovrana e fuori dall’unione doganale europea, un accordo di libero scambio con l’UE. Da ciò si vede chiaramente che, nel mondo anglosassone – rispetto al quale non solo attestiamo, ma anzi rivendichiamo profonde differenze – si conserva ancora un concetto incompatibile con i disegni delle élite globaliste, ovvero quello di accountability, il concetto di “responsabilità”.

In un mondo globale, senza nazioni, senza comunità, senza identificazione in un gruppo di appartenenza, senza un legame di popolo, non esistono strumenti efficaci di rappresentanza. La voce del singolo, nel mare aperto del globalismo, risulta nulla, vuota eco delle linee direttive che i centri sovranazionali del potere, sempre più irresponsabili e autoreferenziali, vogliono diffondere.

Se c’è un motivo per il quale la Brexit resta immensamente popolare al di là della Manica è la viscerale avversione che si prova verso le cessioni di sovranità fatte nel corso degli anni a Bruxelles, agli aeropaghi di tecnici anonimi e insindacabili, al babelico parlamento di Strasburgo che, volendo rappresentare tutti, non rappresenta nessuno.

Gli inglesi hanno rigettato, di nuovo, il progetto di Jacques Delors, padre della Commissione Europea, che parlava a suo tempo della necessità di instaurare un “dispotismo dolce e illuminato”.

Hanno rifiutato quell’idea di democrazia pagliaccesca che oggi vige in Europa continentale, in cui si vota, si elegge, ma non si può fare niente perché c’è sempre un vincolo da rispettare, un codicillo di trattato da rivedere, una clausola da tenere in conto, un commissario a cui abbassare il capo.

Similmente, uno dei messaggi di maggior successo di Trump fu quello dell’America First, quel suo “mi candido ad essere il presidente degli Stati Uniti d’America, non del mondo”.

Non a caso, commentando il risultato delle elezioni, Mario Monti, preoccupato, metteva in guardia da un possibile rafforzamento del legame Trump-Johnson, dal momento che: “gli USA con Trump hanno cessato di supportare l’integrazione europea”, rivelando anche quale fosse invece il tradizionale approccio dell’establishment politico americano al riguardo.

Noi, d’altra parte, non siamo mai stati sacerdoti del culto democratico. Abbiamo sempre ritenuto il metodo democratico non un dogma, ma appunto solo un metodo, una possibile prassi per la gestione della cosa pubblica, tra le tante. Attestiamo però come non possano esistere reali democrazie, forme di potere del popolo, se il popolo non esiste più, se il popolo viene liquidato e confuso con altri concetti: “i consumatori britannici”, “i giovani europei”, “i giovani per Greta”, “la generazione X,Y e i millennials”, “il banco di sardine”.

D’altra parte, Charles De Gaulle, altro campione della sovranità nazionale – che pure resta, come i conservatori anglosassoni, di una tradizione ben diversa dalla nostra – asseriva, con singolare preveggenza, che: “ci dicono: voi volete fare l’Europa delle Patrie, noi vogliamo fare l’Europa sovranazionale – come se bastasse una formula per confondere insieme queste entità potentemente stabilite che si chiamano i Popoli e gli Stati […] Eppure chiunque sa che l’Inghilterra, in quanto grande Stato e grande Nazione fedele a sé stessa, non consentirà mai a dissolversi in qualche utopica costruzione. […] Di certo non è il caso che io rinneghi la mia [Patria], proprio il contrario, io le sono più attaccato che mai e inoltre non credo che l’Europa possa avere alcuna realtà vivente se non comporterà la Francia con i suoi francesi, la Germania con i suoi tedeschi, l’Italia con i suoi italiani, etc… Dante, Gothe, Chateaubriand, appartengono a tutta l’Europa nella stessa misura per la quale erano rispettivamente ed eminentemente italiano, tedesco, francese etc… non avrebbero servito molto l’Europa se fossero stati degli apolidi e se avessero pensato e scritto in qualche esperanto o volapuk integrato. Allora è vero che la Patria è un elemento umano, sentimentale, ed è su degli elementi d’azione, d’autorità, di responsabilità che si può costruire l’Europa”

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