Nel 1992 venne emanato il Trattato di Maastricht, con il quale l’UE ha imposto agli Stati una serie di criteri per limitare la possibilità di produrre debito pubblico, mantenere stabili i prezzi e rendere la finanza pubblica sostenibile.

Tuttavia, nonostante le premesse “positive”, le regole economiche del Trattato si sono rivelate di difficile applicazione a livello internazionale, con diverse difficoltà anche per le nazioni europee più “potenti” sul piano economico-finanziario, come Francia e Germania.

Nel 2009 avviene la trasformazione istituzionale da Comunità Economica Europea a Unione Europea, con la previsione di un meccanismo di sorveglianza multilaterale: gli Stati Membri trasmettono alla Commissione le informazioni riguardanti la loro politica economica. Se le politiche economiche di uno Stato non sono in linea con i criteri stabiliti dalla UE, si procede attraverso un avvertimento, e successivamente una sanzione. La Commissione controlla anche il rapporto fra il debito pubblico e il PIL. Il Consiglio Europeo può infine richiedere che lo Stato membro emani informazioni supplementari, prima dell’emissione di obbligazioni o altri titoli di debito pubblico, e può invitare la BCE a riconsiderare la sua politica di prestiti e soprattutto infliggere ammende e sanzioni di natura economica.

Un controllo, quello imposto dalla struttura istituzionale dell’Unione, che non è stato del tutto estraneo al crollo dei titoli di debito pubblico italiani (con il conseguente aumento dello spread) avvenuto nella seconda fase di una crisi economica che tuttora perdura nel nostro paese e in tutta Europa

L’Italia, in qualità di Stato membro dell’UE, eroga servizi e svolge funzioni pubbliche ed è teoricamente l’entità giuridica massima nella realtà nazionale che gestisce “la cosa pubblica”. All’interno dell’Unione Europea, tuttavia, è oggi centrale non il tema della risoluzione di una crisi ormai decennale, ma quello del controllo degli squilibri in ambito di finanza pubblica, funzione a cui devono primariamente badare gli Stati membri. Al 2018 il debito pubblico italiano ha riportato una crescita del 1,5%, arrivando al 132,1% del PIL, in base all’ultimo bollettino di finanza pubblica di Bankitalia. Questo il tema prioritario da trattare per le élite europee, a scapito della vera crisi che oggi colpisce l’economia reale.

La soluzione principale alla crisi economica che sta sempre più rapidamente crescendo nel nostro paese non è altro che la gestione più naturale della “res pubblica”, regolata non dall’Economia, ma strumentalmente e materialmente dalla Politica. Infatti, a partire dal 2014, si sono susseguiti due governi appartenenti alla medesima area politica, gli esecutivi Renzi e Gentiloni, esponenti della Sinistra politica Italiana, o meglio, se così può essere definita in maniera più chiara e limpida, la Sinistra politica “delle banche europee”.

L’appartenenza del nostro stato all’Unione Europea impone all’Italia il rispetto di una serie di vincoli sovranazionali definiti su basi normative non solamente costituzionali, ma anche attraverso le fonti europee, che nell’ambito delle fonti del diritto si collocano fra le fonti “superprimarie”.

Tali vincoli se non rispettati portano ad una serie di problematiche per via delle banche sovrannazionali che realizzano i loro interessi, manipolando a loro piacere l’Economia Nazionale, politicamente incentrata su un Europeismo corrotto e buonista. Il sovranismo, ovvero la reale realizzazione del potere politico da parte del popolo nel nostro stato, è visto con antipatia da tali esponenti filo europeisti appartenenti non alla Sinistra politica italiana, ma alla Sinistra finanziaria eterodiretta dalla UE.

Il sovranismo può essere condiviso non necessariamente dalla Destra o dalla Sinistra ma anche da entrambe le parti, purché siano politiche e soprattutto possano condurre un adeguata politica economica da realizzare in Italia per fare gli interessi dell’unico vero sovrano, il popolo e non l’Unione Europea.

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