Sollecitato ad esprimere un’analisi su quanto sta accadendo in Libia, proverò a cimentarmi nel tentativo di spiegare la complicata evoluzione dello scenario geo-politico e militare di quella martoriata terra.

La sensazione è che col passare del tempo la situazione libica diventi sempre più complicata, sino a quando qualcuno non romperà gli indugi e darà fuoco alle micce di un conflitto destinato a svolgersi in un territorio “italianizzato” ed a poche miglia dalle nostre coste.

Per ora i dati oggettivi rilevabili sono:

  • da un lato, quello di Tripoli, c’è un fratellino musulmano[1], che risponde al nome di Al Sarraj, il quale ora se la intende con un altro fratellino che gli fa da padrino e mentore, il turco Erdogan, i cui intendimenti sono chiari, ossia rinverdire i fasti della “sublime porta” di Istambul, riprendendosi non solo la Libia (che gli italiani tempo fa gli tolsero), ma anche quelli che erano i possedimenti maghrebini di quella porta che arrivavano fino all’algerina Tlemcen. In tale contesto, noi non possiamo non mettere in conto che, in Libia, Ankara svilupperà una politica pesantemente anti-italiana tesa come minimo a screditarci, ma non vorrei essere falso profeta dicendo che, come massimo, potrebbe anche arrivare a ispirare qualche azione jihadista contro di noi nella stessa Libia e magari anche in Italia;
  • dall’altro, quello di Bengasi, c’è un Generale che di nome fa Aftar, già infedele a Ghaddafi e uomo degli USA, ora amico dell’egiziano Al Sisi e di Putin (proprio per questo forse il più affidabile dei due), e sostenuto da quei paesi arabo-islamici del golfo che, almeno a chiacchiere, hanno preso le distanze dall’Islam wahhabita e dalla fratellanza musulmana;
  • in mezzo, il Golfo di Sirte, uno specchio di mare abbastanza ampio dove adesso come non mai, incrociano navi da guerra turche[2].

In quello scenario, cerca di muoversi alla chetichella la francese Total mentre più a Sud, dal Sahelo-Sahara, la Francia stessa cerca di risalire il più possibile verso l’interno del territorio libico al fine di assicurarsi un’area di libero transito tra Niger, Tunisia, Algeria, Mali. In tale scenario, dicevo, emerge per assenza l’Italia, spiazzata dalle prevedibili più recenti mosse della Turchia. Questo, l’incontrovertibile e concreto panorama libico attuale.

Siccome, a meno che non si sia della partita, è difficile e pericoloso orientarsi in un simile caos, penso sia opportuno restare sul concreto e valutare quali potrebbero essere gli effetti di questa situazione capaci di ripercuotersi in Italia, soprattutto sul piano della sicurezza.

A parte l’attuale aleatorietà riguardante l’attività dell’ENI, dovuta a una insipiente politica estera italiana, l’altro aspetto determinante attiene alla sicurezza della nostra Nazione. In precedenti articoli ho evidenziato che l’ISIS, già nel 2011, aveva inviato emissari nel Sahelo-Sahara al fine di stabilire alleanze parentali con i capi delle tribù e più tardi, aveva iniziato a sbaraccare dallo Sham[3] installandosi nel Sahelo–Sahara dove se ne è stato buono buono in attesa di tempi migliori. Tempi migliori che, forse, ora sono maturati e noi ci ritroviamo con forze jihadiste sperimentate a poche miglia dalle nostre permeabilissime coste.

La “teogonia” del jihad nell’area Sahelo Sahariana è piuttosto complicata e ancora nebulosa, di sicuro vede nella Libia la sua base avanzata per arrivare da noi.

Proverò ad essere il più chiaro possibile:

  • il G.I.A. Algerino degli anni 1994-97 aveva filiato un più ampio gruppo denominato GSPC il quale, costretto dall’offensiva dell’esercito algerino sulle montagne, si era disperso nell’area desertica e aveva fatto comunella con gruppi di contrabbando/preda che circolano in quella regione disseminandola di “uova del drago”;
  • quando, nel 2011, dallo Sham l’ISIS aveva inviato emissari nel Sahelo Sahara questi si erano saldati (in posizione di preminenza) con i vari gruppi che si rifacevano al GSPC e avevano dato vita all’Islamic State in Greater Sahara (ISGS), una riedizione dell’ISIS; ovviamente, gli altri gruppi minori, come l’Ansar tunisino (contiguo al più vecchio Ansar al Islam – anch’esso originariamente algerino – e balzato all’onore delle cronache nel 2012 dopo l’assalto dell’Ambasciata statunitense a Tunisi) si sono coagulati intorno a quella nuova idra che era ed è l’ISGS;
  • un satellite orbita intorno all’ISGS, Al Qaida nel Maghreb Islamico (AQMI), il quale è in attesa delle determinazioni di Al Zawahiri;
  • appartiene a quel sistema anche il Boko Haram il quale, in posizione di relativa autonomia assicura la proiezione del jihad in direzione del Golfo di Guinea (cosa che, in questo contesto, ci interessa ben poco).

È evidente che tale nuova realtà in via di formazione, per proiettarsi in Europa non può che partire dalla Libia e atterrare in Italia.

La situazione, militarmente parlando, è ancora confusa. Sicuramente le forze di Haftar sono molto meglio organizzate ed equipaggiate (anche se le colonne di carri che abbiamo visto muovere sono costituite da vetusti T-55 sovietici), tuttavia, per ora, oltre a una operazione di trasferimento truppe da Est e da Sud in direzione di Tripoli, non si è registrata nessuna battaglia suscettibile di rovesciare il fronte.

Da parte sua Al Sarraj, ha mobilitato le variegate forze di cui dispone e ha inviato le milizie di Misurata a “frenare” l’avanzata della NLA che, effettivamente ha subito frenato fermandosi prima di giungere a lambire la periferia di Tripoli.

Tale situazione di “sospensione” cesserà quando una delle due forze in campo, grazie agli aiuti (in termini di armi, equipaggiamento e mentoring) romperà l’equilibrio attaccando l’altra.

Fino alla discesa in campo di Ankara era evidente che i sostenitori di Aftar tenevano a freno le sue truppe concedendogli con il contagocce il necessario operativo per giungere solo a circondare Tripoli; adesso è tutto da giocare: la discesa in campo della Turchia potrebbe indurre lo schieramento che sostiene Aftar a dargli il via libera. 

C’è un altro fattore che rischia di passare inosservato ma che, invece, riveste una certa importanza, ossia le variegate truppe straniere che ufficialmente o ufficiosamente sono presenti in Libia, elenchiamole:

  • gli immancabili Marines statunitensi (inquadrati nella missione Africom) i quali, in attesa degli eventi, hanno preso il largo ed incrociano davanti alle coste libiche;
  • le forze francesi, che teoricamente dovrebbero appoggiare Haftar, sono presenti nel Sud del paese (da dove è partita una colonna della NLA dopo che, appunto con l’appoggio francese, aveva occupato il Sud libico);
  • gli italiani, presenti a Misurata con circa 300 uomini, lì schierati per contrastare l’ISIS e i flussi migratori clandestini;
  • probabilmente qualche distaccamento operativo del SAS inglese;
  • i russi con dei contractors schierati in Cirenaica;
  • gli emiratini, presenti nella regione orientale. 

La situazione è in una fase di stallo e, come in tutte quelle situazioni, a breve sortirà un cambiamento: o l’equipaggio che ha portato il velivolo in quella condizione di stallo, saprà (o vorrà) ritrovare l’equilibrio, oppure precipiterà … I bravi piloti sanno, tuttavia, uscire dalla fase di precipitazione in cui il velivolo è entrato dopo uno stallo portato alle estreme conseguenze … Staremo a vedere cosa accadrà.

Di primo acchito – visto che non è invischiato con l’islamismo militante e jihadista riconducibile ai Fratelli Musulmani – viene da schierarsi con il Gen. Aftar, ma occorre capire le dinamiche delle varie fazioni libiche. Ritengo che la nostra intelligence estera sia ampiamente competente in materia (non esistono esperti di Libia, a livello internazionale, migliori dei nostri[4]) e abbia già dato le giuste dritte ai nostri decisori politici[5], ma dobbiamo avere soprattutto contezza di dove vogliano andare a parare Francia, Inghilterra e, indirettamente, Stati Uniti; inoltre sarà necessario valutare  quale peso Putin – l’unico che abbia la volontà di opporsi allo strabordamento degli interessi francesi, inglesi e americani – vorrà esercitare … e questo non compete ai militari o agli agenti dei servizi segreti ma alla nostra politica estera.

Hai voglia a conoscere alla perfezione il complicato scenario libico!

Hai voglia ad avere ottimi contatti con le fazioni!

Hai voglia ad avere le informazioni più aggiornate in tempo reale!

Quando hai tutto questo ma non hai gli attributi per porre un limite ai giochetti sporchi di Francia e Gran Bretagna, e non osi sbilanciarti a favore di un Putin che sulla questione arabo-islamica, dal Mashrek al Maghreb,  ha le idee più chiare di tutti e i suoi interessi concidono con i nostri più di quanto non coincidano quelli di Francia e GB, puoi solo andare al traino di quel binomio che, fino ad oggi, ha fatto di tutto per sgambettarci (oltre che in Libia, anche in Egitto, si veda il caso Regeni).

I nostri agenti e i nostri soldati faranno comunque un’ottima figura e la faranno fare anche all’Italia ma, stando così le cose, sempre al traino saremo.


[1] I fratelli musulmani costituiscono una delle più importanti organizzazioni a livello internazionale dell’Islam politico militante che si prefigge l’applicazione della shari’a. 

[2] Erdogan sta ultimando (con successo) il suo piano militare mirato a: 

  • conseguire un’autosufficienza nella produzione di armamento e tecnologia bellica;
  • posizionarsi nei territori considerati di interesse strategico (in Libia, assieme al Qatar, ha praticamente imposto il Fratellino Musulmano Al Sarraj); 
  • consolidarsi come braccio armato dei paesi del golfo, che temono una offensiva iraniana (in Qatar dovrebbe sorgere la piu’ importante base militare forte di oltre 3000 uomini). 

Nel contesto attuale – in cui in seno al mondo arabo-islamico sembra profilarsi un «redde rationem» tra sciiti e sunniti, baathismo repubblicano e monarchie islamiste radicali, che vede coinvolte le monarchie del golfo, lo Yemen, l’Iraq, l’Iran, il Libano e la Siria – i paesi del mondo arabo-islamico affiliati alla fratellanza musulmana hanno concesso il «licet» a Erdogan, che diventa così il loro protettore.  La consistenza della marina turca testimonia di tale volontà di espansione:

  • 40 navi da battaglia tra incrociatori, cacciatorpediniere, fregate e corvette;
  • 13 sottomarini;
  • 1 portaelicotteri da assalto anfibio (in costruzione).      

[3] Storica regione mediorientale comprendente parte della Siria e dell’Irak ove recentemente si era installato lo Stato Islamico o ISIS o DAIISH (Dawliya Arabiya Islamiy fi Iraq wa Sham).

[4] Nelle sue espressioni operative (l’AISE) e industriali (Eni), l’Italia conosce la Libia meglio di chiunque altro e più di chiunque altro gode di una rete di contatti consolidati che la incardina nel territorio; incardinamento che affonda le sue radici nel colonialismo fascista italiano identificato nell’indimenticato governatore Italo Balbo. Prova ne è che, anche nei momenti di maggior tensione, il rifornimento di petrolio e gas mai è venuto a cessare.

[5] Dubito tuttavia che siano in grado di recepire una realtà così complessa e siano in grado di adottare adeguati provvedimenti.

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