Il Diritto Penale è l’oggetto di studio della Scienza Giuridica Penale, la quale si basa su principi e aspetti che lo rendono configurato in un sistema organico e ben definito.

Esso nasce come “Diritto Repressivo”, per poter punire i comportamenti, le condotte dei soggetti che trasgredivano la legge ed i principi posti dallo Stato. Infatti, fino al XVIII secolo, le fonti del Diritto Penale erano caratterizzate soprattutto dalla filosofia e da teorie che avevano la funzione di comprendere come fosse condizionato l’agente (il soggetto) a commettere quegli atti che trasgredivano la legge statale.

Fino al XVI secolo fu determinante il pensiero posto da Thomas Hobbes, autore del trattato di Filosofia Politica Il Leviatano, nel quale veniva trattata la questione dello Stato come essere divino, garante del potere assoluto nei confronti di tutta la comunità che faceva parte internamente della realtà nazionale.

Infatti, gli uomini nello Stato Hobbesiano (Assoluto) non erano riconosciuti nello status di “cittadino”, ma di “suddito”, e non vi era alcuna possibilità che essi fossero protetti dagli arbitri dello Stato stesso, ove la volontà del sovrano, che rappresentava l’astrazione metafisica dello Stato, corrispondeva con la legge, alla quale nessuno poteva contestare. Il Diritto Penale infatti in quel periodo storico era definito come “Diritto Repressivo” e attraverso le sanzioni venivano punite le condotte che non solo erano di “offesa” alla legge, ma allo Stato stesso.

Storicamente, il volto della Scienza Giuridica Penale mutò con l’Illuminismo. La prima fonte scritta di matrice filosofica per il Diritto Penale moderno fu l’opera di Cesare Beccaria (Dei Delitti e delle Pene, pubblicata nel 1764). Con la sua opera e l’emanazione delle prime costituzioni liberali nascono i primi “diritti” per i trasgressori; ove lo Stato cominciava a conferire alcune libertà “fondamentali” ai cittadini, non vi era più un arbitrio assoluto.

Un orientamento giuridico minoritario sostiene il criterio che Beccaria può essere interpretato come fautore della teoria retributiva, anche se non è chiaro “se lo Stato dovesse essere retribuito attraverso la pena nei confronti del soggetto trasgressore”.

In ogni caso, durante il periodo di emanazione delle Costituzioni Liberali, lo Stato viene messo “a freno” da ogni tipo di arbitrio, quindi è difficile configurare Beccaria come “retributista”. La teoria retributiva nell’ambito giuridico fu, al contrario, definita anche dai due massimi pensatori tedeschi fra XVIII e XIX secolo, cioè Kant ed Hegel.

Kant in questo senso mantenne una base nettamente “morale”, per il quale reato era ciò che infrangeva un principio etico, il quale veniva sintetizzato nelle leggi; Hegel invece elimina ogni riferimento di matrice etica e sostiene l’idea che il male attuato nei riguardi del trasgressore della norma deve essere attuato per compensare il male subito dal soggetto che ha visto infranti i propri diritti. Kant mantiene un impianto rivolto alla società, mentre Hegel si concentra sull’individuo.

Agli inizi del XIX secolo in Italia, si formò la scuola classica di Diritto Penale di Francesco Carrara, che fu il primo ad introdurre il concetto di “soggetto incapace di intendere e di volere”, attraverso la teoria del libero arbitrio.

Secondo Carrara, tutti gli uomini possono scegliere fra bene e male, poiché dotati di coscienza e volontà. Coloro che sono esclusi da questa scelta (quindi, anche dalla condizione di imputabilità) sono i “folli”, coloro che adesso apparterebbero alle categorie di vizio totale di mente o vizio parziale di mente (Articoli 88 e 89 del Codice Penale).

Il pensiero di Carrara è quello che si avvicina di più alle codificazioni penalistiche, che definiscono l’impianto giuridico attuale del Diritto Penale del nostro ordinamento, nonostante a tale scuola si contrappose nel 1870 un altro movimento, la Scuola Positiva.

Se la Scuola Classica manteneva politicamente un’idea più rigida e conservatrice, la seconda (Scuola Positiva) fu influenzata dal progressismo positivista, non era considerata l’idea del libero arbitrio ma il principio secondo il quale i comportamenti criminali fossero influenzati da fattori socio-ambientali, psicologici, esterni completamente all’uomo.

Uno degli esponenti di tale scuola di pensiero fu Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale e sostenitore che fossero i tratti fisici ad essere indice di predisposizione nel commettere atti di natura criminale. Tale teoria fu completamente considerata a-scientifica nel secolo successivo.

Fra ‘700 e ‘800 furono vari gli indirizzi di pensiero relativi alla Scienza Penale, varie fonti di matrice filosofiche ma mai un impianto rigido sul piano normativo per rendere necessario il distacco dalla Filosofia. La situazione cambia con l’emanazione del Codice Rocco (1930), il codice penale che è lo “scheletro” del Diritto Penale del nostro ordinamento giuridico. Rocco fu un giurista politicamente schierato con il Fascismo, oltre ad essere “forte” nell’idea che il Diritto Penale debba avere solamente una base normativa. Introdusse vari principi fondanti, che sussistono ancora oggi nella Scienza Penale Moderna.

Il Principio di Legalità (articolo 1 del Codice Penale) è alla base dell’idea che nessun soggetto può essere punito se non commette un atto che non è contrario alla legge. Funzionale per punire le condotte socialmente pericolose e per difendere i beni giuridici protetti dallo Stato, esso fu introdotto con il Codice Zanardelli (1899), che però manteneva un’ideologia politica relativa al “vecchio” Liberalismo, totalmente differente rispetto al Fascismo giuridico introdotto da Rocco.

Il Principio di Materialità è garante dell’idea dell’elemento oggettivo. L’atto che infrange la norma giuridica deve verificarsi nella realtà ed essere percepito sensibilmente per poter essere punito attraverso la sanzione (secondo momento della norma giuridica).

Il Principio di Offensività garantisce, invece, che non possa esserci reato senza la lesione del bene giuridico, mediante la condotta di matrice criminale. Infine, il Principio di Colpevolezza, oltre alla presenza dell’elemento oggettivo, Rocco sottolinea che deve essere presente l’elemento soggettivo-psicologico sulla base che il reato, oltre ad essere percepito materialmente, deve appartenere al suo autore (come prodotto della sua volontà ed intenzione).

I fondamenti tecnico-giuridici definiti dal grande giurista Rocco furono poi armonizzati con la Costituzione Repubblicana del 1948, per “giustificare il passaggio di Ideologia” dallo Stato Fascista allo Stato Liberal-Costituzionalista. Non a caso, dopo tale cambiamento, non sono mancate le difficoltà nell’applicazione delle norme penali, soprattutto per via di diverse sentenze della Corte Costituzionale, il cui orientamento ha quasi “rischiato” di favorire i trasgressori della legge piuttosto che coloro che ne sono stati lesi, con pronunce relative all’incostituzionalità di alcune norme giuridiche dello stesso Codice.

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