“Tu non conoscerai fazioni, non partiti. Non vedrai nemici entro i confini sacri della Patria. Solo conoscerai un nome: Italia; e per essa sola dovrai essere capace di tutto lasciare, tutto perdere, tutto dimenticare. Di essere odiato e vilipeso, umiliato e straziato; solo, solo per questa Italia dovrai saper morire col corpo e coll’anima: e mai, mai dovrai dimenticare che per questo sacro nome madri hanno salutato col sorriso i figli che andavano a morire, mariti hanno abbandonato in fiera letizia le giovani spose, padri hanno, orgogliosi, baciato per l’ultima volta i loro bimbi. Che per questa Italia si sono fatti di sangue i fiumi, le montagne hanno tremato, i morti sono usciti dalla terra. E che per essa io oggi non ti conosco e potrei non conoscerti mai: ma se così fosse, tu amala anche per me, sacrificati anche per me, muori ancora anche per me. E ricordati che solo quando vedrai cadere il tuo amico più caro, quello che ti è spiritualmente fratello, e tu troverai soltanto il tempo di chinarti a baciarlo, e dalla tua bocca non uscirà una sola parola di rabbia e nel tuo cervello non affiorerà un solo pensiero di imprecazione, ma tu vorrai solo andare avanti per conoscere la Vittoria e, così facendo, sarai certo di vendicare l’amico caduto, allora appena sarai certo di averla imparata a conoscere, sarai certo di amarla”.

Bisogna necessariamente partire da qui, dall’immenso valore umano di questo testamento spirituale, per tentare di comprendere fino in fondo una figura come quella di Niccolò Giani. Sì, tentare di comprendere, perché nella triste era del mercantilismo selvaggio, del pensiero unico e del non senso che pervade le nostre comunità nazionali(europee ma non solo), il suo esempio, il suo sacrificio e le sue stesse parole sembrano appartenere ad una dimensione fuori dal tempo e dallo spazio.

In molti conoscono il suo impegno culturale ed intellettuale in qualità di direttore della Scuola di Mistica Fascista o le sue taglienti invettive sulle pagine di Cronaca Prealpina e del Popolo d’Italia contro i rischi di un pericoloso imborghesimento del regime, nel combattere i sempre più diffusi fenomeni di carrierismo e nel costante rilancio di una vera e propria mistica rivoluzionaria che trasformasse una volta per tutte il fenomeno fascismo da realtà storica contingente a sistema di valori permanente ed universale, in grado di costruire e cementare un nuovo ordine europeo e, di conseguenza, mondiale. Tuttavia volevo in questo caso porre l’accento  sull’aspetto che credo faccia di Giani una figura unica, archetipo ideale del soldato politico nazional-rivoluzionario e della più autentica essenza fascista. Ossia la perfetta identità, il completo parallelismo tra questo suo credo e la propria vita, tra pensiero e azione.

Perché Niccolò Giani fu si intellettuale raffinato ma anche straordinario uomo d’azione, teorico impegnato e soldato di prima linea, pronto a spendere fiumi d’inchiostro in favore della Causa e, allo stesso tempo e con la medesima determinazione, ad imbracciare il moschetto per difenderla ovunque e contro chiunque (scelta che fecero tutti gli appartenenti alla Scuola di Mistica parti tendo volontari all’immediato scoppio del conflitto). Queste, del resto, le sue parole all’approssimarsi dell’entrata in guerra dell’Italia: “Se poi guerra dovesse essere, non saremo certamente noi fascisti, che abbiamo per divisa il vivere pericolosamente, a spiacercene. Poiché è era di lotte la nostra ed è tempo di guerra quello che noi viviamo. E a noi, come ai martiri della Chiesa, come ai crociati, come ai templari, come agli avi dei tempi eroici di Roma e del Risorgimento, Dio ha riservato l’onore del combattimento, il privilegio del sacrificio, l’orgoglio della lotta per un ideale di salvazione e di potenza. Di questo a Lui siamo grati, perché sentiamo la bellezza immutabile di questa vita di pionieri e di combattitori, la fortuna ineguagliabile che Egli ha voluto riserbarci facendoci contemporanei del Grande Capo che ci ha donato, destinandoci a vivere nel tempo di Mussolini, che è tempo di eroismi, di slanci, di fedi capaci di smuovere le montagne e di volontà lucenti e che è ben lontano da quel tempo in cui l’ideale umano si era mortificato nell’ambizione del colletto inamidato e della macchina alla porta”.

Non si tirò mai indietro e tutta la sua breve vita è lì a dimostrarlo. Già nel  1935, infatti, è volontario nel 128° battaglione Camice Nere per offrire il suo diretto contributo alla nascita dell’impero. Nel novembre del 1936 gli viene concessa la medaglia di benemerenza per i volontari della Campagna d’Africa e nel febbraio del 1937 la croce al merito di guerra con la seguente motivazione: “Ufficiale addetto al Comando di battaglione, per tutta la durata della campagna si offriva volontario in qualunque contingenza, dimostrando belle qualità di soldato, spirito di iniziativa e sprezzo del pericolo. Pur non essendo nella pienezza dei suoi mezzi fisici alla vigilia della marcia al nemico nell’Adi-Abò, si offriva quale comandante delle pattuglie di avanguardia e assolveva brillantemente il compito affidatogli con serenità e ardimento nei momenti di maggior pericolo e chiaro senso di responsabilità”.

Allo scoppio del conflitto, nel giugno del 1940, è immediatamente al posto di combattimento insieme ai suoi alpini dell’11° reggimento della divisione Pusteria. Chiede, volontariamente, di partecipare alle azioni più pericolose sul fronte occidentale, contro la zona fortificata del Tourbillon prima e insieme alle avanguardie del Battaglione Trento nella marcia verso Jausiers poi(marcia troncata dalla firma dell’armistizio con la Francia).

Per i fatti d’arme di quei giorni gli viene concessa la medaglia d’argento: “Destinato all’11° alpini chiese di partecipare all’ardita discesa di due compagnie del battaglione Trento effettuata in una valle occupata dal nemico e avanzò con la prima pattuglia sotto intenso bombardamento, sprezzante del grave pericolo di sorprese e di accerchiamento nemico, esempio trascinante a ufficiali e soldati, e prova di dedizione alla patria, di alta fede e di valori”.

Sciolto il Gruppo Armate del fronte occidentale inizia a “tormentare” i vertici dello stato maggiore e del partito per poter essere inviato in altra zona di guerra e, in particolare, in Africa settentrionale. Dopo vari dinieghi e grazie alla “raccomandazione” del caporedattore del Popolo d’Italia Giorgio Pini, riesce a farsi inviare in zona di operazioni quale corrispondente di guerra a disposizione del Comando Superiore forze armate dell’Africa settentrionale. Pur partecipando a numerose e rischiose ricognizioni aeree, anche oltre le linee nemiche, che gli fecero guadagnare l’ennesima medaglia al valore, la mancanza del combattimento, dei suoi alpini, del corpo a corpo contro l’odiato nemico, lo spinsero a chiedere un nuovo aiuto affinché potesse compiere il suo dovere fino in fondo: “Il sottoscritto, tenente degli alpini, Niccolò Giani di Antonio, classe 1909, alle armi dal settembre 1939 e dal 18 novembre 1940 in Africa settentrionale quale corrispondente di guerra del Popolo d’Italia e della Cronaca Prealpina, ritenendo che questo sia momento più di fatti che di parole e che dovere di ogni italiano valido sia quello di servire in prima linea le cause della patria fascista, chiede di essere impiegato quale ufficiale combattente di prima linea, non importa con quale compito e in quale settore”.

Viene finalmente accontentato e alla fine di febbraio del 1941 è inviato sul fronte greco-albanese. Da tenente degli alpini assume volontariamente il comando di pericolose operazioni contro le prime linee nemiche,  guadagnandosi la stima e l’ammirazione di tutti i suoi uomini. Al terzo assalto contro la punta nord del Monte Scindeli una pallottola greca pose fine alla sua esistenza mortale, spalancandogli le porte dell’Olimpo degli eroi e dei valorosi. Così nella motivazione della medaglia d’oro che gli venne presto concessa: “Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di forte pattuglia ardita che aveva il compito di riconoscere un’importante posizione nemica. Affrontato da forze superiori, con meraviglioso sprezzo del nemico, le affrontava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, con calma e superba decisione, disponeva gli uomini per resistere. Rimasto privo di munizioni si slanciava alla testa dei pochi superstiti alla baionetta per svincolarsi. Veniva colpito, in piedi, sulla trincea nemica, mentre lanciava l’ultima bomba a mano e incitava gli arditi col suo esempio, al grido di Avanti Bolzano e Viva l’Italia”.

L’eco della sua morte investì tutti, dai giovani della Scuola di Mistica fino allo stesso Mussolini che, nel corso di un colloquio privato con la moglie Mary Sampietro, lo ricordò con le seguenti parole: “Giani è il primo, il più grande eroe d’Italia! Ha lasciato un testamento al figlio che è un poema di italianità. Ho voluto che tutti lo conoscessero, ho dato ordine perché fosse diffuso in tutta Italia”.

Settantanove anni dopo, NOI NON DIMENTICHIAMO! Ten. Niccolò Giani, PRESENTE!

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