Ancora una volta, “uno spettro si aggira per l’Europa…”, ma questa volta è uno “spettro” oscuro solo per i nemici della luce, evocativo di valori – religiosi, morali, sociali, politici – inequivocabili perché universali; è uno “spettro” che fa paura, poiché è stato a lungo una solidissima realtà; non si tratta, quindi, di un seducente fantasma, frutto della mente di un uomo o di una setta di iniziati, di un’astrazione utopistica capace di trasformare l’anomalia in normalità, ma di una bussola, indispensabile alla navigazione.

È la Cristianità medioevale, signori! L’universo ordinato e concreto in cui Kant non era ancora nato, un universo, modellato sull’esempio perfetto della Città di Dio, in cui si respirava ritmicamente “nell’accettazione della realtà quale essa era”, senza pretendere di modificarne il senso in base alla pluralità delle percezioni, semplicemente perché questa pluralità non era oggettiva, se non nella mente disturbata di pochi.

Nella Luce di questo universo ordinato e concreto ci proiettano le pagine dell’ultima fatica del professor Massimo Viglione“Dal buio alla Luce, Civiltà cristiana e Medioevo (dalle origini al 1303)” – pubblicata  grazie alle Edizioni Maniero del Mirto a novembre dell’anno appena trascorso.

Al di là di alcune prospettive ermeneutiche, più letterarie che storiche a dire il vero, e di alcuni giudizi che scaturiscono dalla più che legittima, e mai banale, interpretazione personale dell’autore, si tratta di un lavoro riuscitissimo. Sono pagine da leggere e, molto spesso, meditare perché riescono a collocarsi perfettamente, come nelle intenzioni dichiarate dallo stesso Viglione, a metà strada tra un classico manuale di Storia e un’opera storiografica classica; un contributo colto, appassionato e informato (interessantissima la vicenda della degenerazione della dottrina dell’usura ad opera, ben prima di Calvino e dei suoi epigoni, del francescanesimo eretizzante o, già alla fine del secolo V, la definizione chiara e puntuale della dottrina delle due spade nelle parole di Papa Gelasio I o, ancora, la lettura cristianamente armonizzata del Medio Evo nei due caratteri, ambedue trifunzionali, rurale e cittadino, troppo spesso da altri autori anche sostanzialmente contrapposti), che riesce ad aggiungere luce alla luce già mostrata, e dimostrata, da altri eccellenti autori, tre tra i tanti: Régine Pernoud, Christopher Dawson o Robert Delort.

Un’opera che racconta del valore delle opere, senza tacere dei limiti umani, di un Isidoro di Siviglia o di un Carlo Magno, del coraggio ispirato di un san Gregorio VII, di una Matilde di Canossa o delle nutrite schiere di cavalieri e santi, che ci accompagna nella narrazione dell’epopea delle terre d’Outremer – per la cui difesa o conquista anche i ghibellini perivano – e dello spirito che le creò, ma anche di quello che finì per abbandonarle al loro destino.

Un racconto ampio e documentato che non tace né del peccato né delle luminose virtù cristiane che nei secoli edificarono, sulle fondamenta provvidenzialmente solide della cultura greco-romana, quella Christianitas – sempre in costante relazione con Dio, nel servizio anonimo come nel rifiuto ribelle – che, non certo a caso, proprio oggi, nel desolante panorama offerto dalla crisi ormai secolare ed estrema della modernità illuminata, è sempre più odiata con tutto il Medio Evo.

Una Christianitas temuta ed odiata, per di più, anche da chi – seduto sulle ormai comode Cattedre degnamente, e scomodamente, una volta occupate da ben più illustri ospiti – avrebbe il compito di rivendicarne con orgoglio l’eredità e le conquiste e invece se ne vergogna e le rinnega, perché giustamente percepita nella sua natura quale radicale, concreta alternativa al modello di mondana società asociale che solo l’esasperazione senza fine di un’astratta visione dell’uomo, drammaticamente orizzontale e per questo cadaverica – fatta propria, repetita iuvant, con colpevole e cieca sottomissione allo spirito dei tempi anche dai suddetti indegni eredi – pretende di mantenere artificialmente in vita.

La faticosa costruzione dell’universalismo messa in atto da Papi e Imperatori, da monaci santi come san Bernardo o da anonimi domenicani e madri di famiglia, sia modello ed esempio in grado di ispirare l’azione quotidiana di ognuno di noi, affinché, proprio perché immuni da ogni machiavellismo, possiamo, e dobbiamo,“fare come gli arcieri prudenti, a’ quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per poter con l’aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro”. Grazie a Massimo Viglione per averlo efficacemente rammentato.

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