IUna premessa fondamentale: questo scritto si occuperà esclusivamente dell’applicazione in economia del marxismo come puro modello economico, senza considerare i suoi aspetti etici e morali, e neppure le strategie di Lenin e dei leninisti o le tattiche di Stalin e degli stalinisti, poiché, siano state queste delle degenerazioni dell’ideologia oppure ne siano state le coerenti applicazioni, implicherebbero estese considerazioni morali ed etiche sul marxismo, mentre qui si vuole far risaltare la sola applicazione in economia, con i suoi vantaggi e svantaggi (1).

Questo scritto vuole solo esaminare il puro modello economico marxista e valutare i motivi del suo fallimento passato e, soprattutto, valutare se una riproposizione di quel modello, ripulita da leninismo e stalinismo, possa essere una valida soluzione per le difficili sfide economiche del futuro immediato. O se è invece un modello destinato a un nuovo fallimento.

Innanzitutto, si operi una necessaria distinzione tra socialismo e marxismo, e questa distinzione è necessaria perché, quasi sempre nella storia, i marxisti, per scopi tattici, hanno teso a confondersi con i socialisti, immaginando il tipo umano socialista come facilmente predisposto a farsi coinvolgere nel modello economico marxista. E ciò è stato vero in moltissime occasioni di presa del potere da parte dei marxisti, salvo poi osservare l’estesa delusione dei socialisti nell’accorgersi come il modello economico marxista fosse ben lontano dal loro modello ideale.

E pensare che, prima dei bolscevichi, la distinzione era ben netta e la si poté subito osservare nei sanguinosi eventi della Comune di Parigi (1871).

Prima di arrivare a quell’esempio paradigmatico, è bene delineare gli scenari di quegli anni, quando nacquero i primi movimenti socialisti.

Verso la metà dell’’800, quindi vent’anni prima dei fatti della Comune di Parigi, erano sorti i primi movimenti socialisti, in un contesto di grave ingiustizia sociale. I proprietari delle nuove industrie avevano mostrato, come da copione, la loro secolare ingordigia sui profitti e i lavoratori si trovarono così a operare in situazioni estreme sia dal punto di vista degli orari di lavoro, sia da quello delle condizioni di sicurezza personale durante lo svolgersi delle attività. Per non parlare della dignità personale dell’individuo. Ciò avveniva non diversamente dalla situazione delle aziende agricole, dove si era arrivati alla meccanizzazione dei processi produttivi e dove preesisteva una condizione di sfruttamento generalizzato. Nessuno aveva una reale possibilità di migliorare la propria condizione sociale.

In quelle condizioni si generarono le prime istanze sociali per una maggiore ridistribuzione del nuovo benessere che l’innovazione tecnica andava generando e così nacquero subito due tendenze ben distinte del socialismo: la prima tendenza prevedeva l’esistenza del proprietario delle imprese, con il prelievo di una parte dei profitti (più o meno grande) a vantaggio dello Stato sociale; la seconda, il marxismo appunto, prevedeva la totale abolizione delle imprese private, con la creazione di un’unica gigantesca impresa di Stato. Per i tempi, entrambe erano considerate opzioni rivoluzionarie.

Tornando ai fatti della Comune di Parigi, la prima importante rivoluzione socialista, il programma, maggioritario tra i rivoluzionari, prevedeva le istanze fissate da Pierre Joseph Proudhon, le quali immaginavano l’esistenza dell’imprenditoria privata con una tassazione addirittura solo tramite imposte dirette, tipo Iva, quindi dirette al consumo e meno penalizzanti per gli imprenditori.

La rivolta fu sedata nel sangue e, anche se le cifre ondeggiano, si può dire che, per pochi mesi di rivoluzione, almeno 22.000 parigini rivoltosi furono fucilati, un’enormità anche al confronto del 1789.

Marx stesso considerò che una rivoluzione come quella di Parigi doveva essere vista solo come una fase di passaggio verso il suo modello economico e politico.

Detto ciò, per capire bene il modello economico marxista e le cause del suo crollo, si può ora saltare fino al primo articolo della Costituzione italiana, quello che dichiara l’Italia come una “Repubblica fondata sul lavoro”. Chiunque abbia un minimo di spirito critico si sarà domandato che diavolo vuole significare una simile affermazione, come se ci potessero essere nazioni moderne fondate invece sul gozzoviglio o sul ladrocinio nei confronti dei vicini. La stranezza è facilmente spiegata dalla presenza anche di giuristi marxisti tra i nuovi padri della patria antifascista. Infatti, quella dicitura è presente nelle costituzioni dei Paesi marxisti e gli altri padri costituenti italiani, socialisti e liberali, l’avevano concessa come un contentino, in una sorta di vuoto sincretismo politico.

Perché invece la dicitura è densa di significato in uno Stato marxista?  Perché lo Stato marxista è concepito nella suddivisione di tutto il lavoro necessario alla produzione tra tutti i cittadini. Si noti bene, nello Stato marxista non esiste l’impresa privata ed è lo Stato a stabilire quanta produzione sarà necessaria e come verrà suddivisa in termini di lavoro tra tutti i cittadini. Per andare nel concreto, all’inizio dell’anno lo Stato stabilisce quante case in città devono essere costruite, quante nelle campagne e quante sul litorale marittimo. Poi, sempre lo Stato stabilisce quante automobili nere vanno costruite, quante bianche e quante rosa. Poi stabilisce quante mucche allevare per la carne, quanti ortaggi coltivare e quanta birra o vodka produrre. E lo stesso valeva per la produzione dei servizi come l’istruzione o la sanità. Il tutto con poche e gigantesche aziende di Stato e quindi anche con la possibilità di creare ulteriori enormi economie di scala in fase di produzione.

Avveniva così in tutti i Paesi del blocco sovietico e nella Cina di Mao, con la precisazione che i piani di produzione non erano annuali, ma venivano con giusto criterio concepiti con una visibilità di 5 anni. Erano i famosi Piani Quinquennali del socialismo reale marxista ed erano estesi a tutto il blocco sovietico, che portava con sé la prima formazione di un mercato unico, con una struttura economica diversa dal mondialismo liberale nella logica commerciale, ma pur sempre con la stessa vocazione mondialista.

Detto così, sembra tutto bello: pianificazione, lavoro equamente distribuito ed economie di scala. Ogni bambino se ne innamorerebbe. Ma allora perché è fallita tutta questa meraviglia?

Alcuni marxisti dicono che è fallita a causa della corruzione morale generata dal consumismo, ma è una scusa evidentemente poco credibile: sarebbe allora bastato produrre i prodotti da consumare e il marxismo non sarebbe crollato. Altri ex marxisti, soprattutto tra quelli vissuti nel blocco sovietico o in Cina, hanno invece individuato le giuste cause del crollo di quel modello economico in ben altri fattori. Ed è facile illustrarli per gradi.

Si inizi col dire che, fissando una produzione si dovevano anche fissare gli addetti a quella produzione, ovvero quanti erano gli operai edili necessari, quanti gli operai dell’industria automobilistica, quanti gli allevatori di mucche, quanti i distillatori di birra, quanti gli insegnanti delle scuole e delle università, quanti i medici e gli infermieri, etc.

Va da sé che tutta la vita di una persona era impostata fin dall’adolescenza (dalle scuole superiori), ovvero si stabiliva chi doveva diventare medico e chi cantante, quanta carne dovevi ricevere e quanti ortaggi, e quanta birra e quanta vodka.

Ora si inizi a immaginare un medico che non vuole più fare il medico ma il cantante, o viceversa. Si immagini uno che non vuole più mangiare la carne o, addirittura, diventa vegano. Per il sistema marxista era praticamente impossibile pensare a simili cambiamenti e dovevi continuare a fare il medico, pur con la nausea di andare in ospedale tutti i giorni. Nel blocco sovietico era così prevista una struttura di psicologi per gli adolescenti che chiedevano di cambiare il percorso di studi in fase avanzata, con visite obbligatorie.

Qualcuno potrà pensare: “Uno si doveva adattare a una vita ingessata ma almeno si trovava i prodotti previsti negli scaffali dei centri di distribuzione”. E invece no! Mancavano pure i prodotti dagli scaffali: e perché succedeva?

Anche qui la spiegazione è semplice, basta considerare lo schema produttivo e di produttività concepito dal modello marxista, in tutto simile a quello dei monasteri del cristianesimo, dove i monaci regalavano una parte della loro attività ai fratelli meno produttivi.

Peccato però che un sistema simile nei monasteri cristiani sia felicemente durato almeno per 13 secoli, mentre nelle fabbriche-monastero del marxismo è durato solo 10 anni: i primi 10 anni dell’era Stalin e solo nelle fabbriche, se pur con esiti strepitosi (una crescita del PIL intorno al 12% annua). Ma nelle campagne fallì da subito.

Perché nel blocco sovietico il modello fabbrica-monastero è durato così poco? Il perché sta nella spinta emotiva e spirituale dei monasteri cristiani, determinata dal trascendente con l’Ora et Labora, finalizzato alla vita eterna, mentre nelle fabbriche sovietiche la spinta emotiva era determinata da una promessa di felicità terrena derivante dalla soddisfazione per la realizzazione della giustizia sociale tra gli uomini. E, infatti, come detto, per i primi 10 anni ci fu questa spinta emotiva, poi i lavoratori videro che i compagni meno produttivi percepivano i loro stessi stipendi e fatalmente non furono i meno produttivi ad alzare i ritmi di lavoro, ma furono i più produttivi ad abbassarli. E non fu solo una questione di ritmi di lavoro, anche l’apporto di idee creative dei lavoratori venne a mancare con l’indispensabile parte di implementazione tecnica proveniente dal basso.

L’Italia è un Paese particolarmente creativo e quindi il dato sull’imprenditoria privata è un po’ eccessivo nel confronto, ma Confindustria ha constatato che i 2/3 dei piccoli e medi imprenditori sono ex-operai. Ovviamente oggi l’operaio è del tutto simile a un tecnico che lavora anche con l’Intelligenza Artificiale, però il dato rimane comunque significativo.

E così fu che dagli scaffali dell’Europa sovietica, della Cina e di Cuba, mancassero costantemente i prodotti, sicuramente con una differenziazione tra prodotti essenziali e prodotti, si dica pure, voluttuari, ma la scarsità era la costante.

Adesso si torni alla domanda iniziale, ovvero ci si chieda se un nuovo marxismo, ripulito dal leninismo (colpo di Stato nel 1917) e dallo stalinismo (purghe), può essere il modello adatto per le sfide globali che si profilano.

Si sa che è in corso una drastica riduzione delle ore lavorate grazie alle nuove tecnologie nei settori della gestione delle masse dati, delle bio-tecnologie, della moneta virtuale e della robotizzazione. Si profilano miliardi di disoccupati.

Si può anche capire come il modello liberale sia il meno indicato per una gestione equa di questa nuova rivoluzione tecnologica. Già troppi sono i disastri creati dal mondialismo con il suo obiettivo strutturale di creare una totale competizione tra tutti i popoli della Terra, scassando i sistemi sociali dei Paesi più evoluti. Come farebbe chi crede solo nella legge del mercato a gestire le masse di disoccupati? Da una parte chiederebbe una competizione serrata tra chi lavora e dall’altra distribuirebbe i sussidi di disoccupazione?

E allora, tornare ai piani quinquennali marxisti, se pure meno rigidi grazie all’Intelligenza Artificiale, ma immaginando di nuovo delle fabbriche-monastero, sarebbe la soluzione? Perché oggi dovrebbero funzionare le fabbriche-monastero, visto che gli schemi logici sono quelli di ieri? Non è che riducendo l’orario di lavoro da 40 ore settimanali a 30 ore settimanali i colleghi di lavoro muterebbero la loro disponibilità a regalare della produttività, anzi, peggio: oggi non si ha più neanche la sensazione dei famosi “bisogni primari” del marxismo. Perché si dovrebbe accettare l’esito di un nuovo rallentamento tecnologico in un mondo pronto alle auto che si guidano da sole?

L’unica certezza che offrirebbe il modello economico marxista è quella di una più semplificata ridistribuzione delle produzioni tra i popoli, come avveniva nel blocco sovietico, dove un’azienda agricola di cereali li produceva per tutto il blocco e non solo per la sua nazione territoriale. Ma sarebbe un vantaggio striminzito di fronte ai fallimenti già osservati.

La risposta alle attuali sfide si vede meglio nel modello socialista, possibilmente il modello dove la meritocrazia liberale viene limitata e magari superata da un nuovo modello di meritocrazia, come già osservato negli anni ’30 in Europa dove lo Stato non era “padrone” ma neppure succube di padroni privati. Un modello socialista dove gli imprenditori competono in innovazione e lo Stato è arbitro della competizione, del livello di cogestione delle aziende, del livello di benessere da distribuire, dei nuovi orari di lavoro all’interno dei quali va sviluppata la competizione tra le imprese e dove vanno sviluppati i rapporti commerciali e competitivi anche internazionali. Con la misura e il controllo più equo tra un corretto interscambio tra nazioni, di prodotti e di tecnologie, fissandone i limiti possibili.

Il mercato unico, che sia marxista o che sia liberale, ha già mostrato le sue orribili voragini.

Note

(1) Ordine Futuro ha posto la questione all’autore dell’articolo in quanto questi ha avuto modo, per motivi puramente professionali, di studiare in profondità e dall’interno il sistema economico marxista realizzato nei paesi del blocco comunista, in particolare in Polonia.   

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