“Giovanni devi darmi immediatamente la combinazione della cassaforte del tuo ufficio… Sennò, quando ti ammazzano, come l’apriamo?”

(Paolo Borsellino a Giovanni Falcone)

“Avete capito che mi avete consegnato alla Mafia? Ora possono eseguire senza problemi la sentenza di morte già decretata da tempo, perché hanno avuto la dimostrazione che non mi vogliono neanche i miei, cioè i magistrati”

(Giovanni Falcone)

“Ho appena visto in faccia la Mafia”

(Paolo Borsellino dopo un incontro al Ministero degli Interni)

Quando si parla di Mafia – quella propriamente detta – si oscilla da una approssimazione basata sui luoghi comuni e notizie di cronaca a una conoscenza dettagliata e quasi “specialistica” sull’argomento. Per la prima categoria, cioè la stragrande maggioranza di noi, ci sono titoli e articoli di giornali e trasmissioni televisive. Per la seconda ci sono libri e articoli di approfondimento e anche documenti ufficiali, sentenze, testi di commissioni d’inchiesta che forniscono una mole enorme di informazioni e di dettagli, ma che, proprio per questo, sono di difficile diffusione e comprensione e per di più, spesso coprono solo aspetti specifici – un periodo, una zona, una indagine, una serie di personaggi o una attività criminale particolari – senza inserirli nel contesto storico generale. Quando si sente parlare un esperto della questione sembra quasi di ascoltare un iniziato la cui mole di informazioni appare talvolta di difficile digestione e interpretazione per l’uomo della strada. Quello che manca sembra essere un lavoro che faccia da ponte tra le due categorie, un’opera abbastanza completa ma di facile lettura che fornisca non solo fatti e date ma soprattutto chiavi interpretative per capire il problema e individuare quali sarebbero le risposte e le soluzioni.

Questo lavoro di Mario Consoli, pubblicato come numero monografico della rivista L’Uomo Libero, riesce a colmare questa lacuna in modo magistrale. In poco più di 120 pagine scritte in stile scorrevole e affascinante, che a tratti appassionano come un romanzo giallo ma che colpiscono per la gravità dei dati riportati, si analizzano origini e caratteristiche sociali e culturali della mafia, la sua storia, la sua sconfitta in Sicilia a opera del fascismo e il suo rientro in grande stile a bordo delle navi e al seguito delle armate americane – “andata e ritorno” appunto – nonché il suo nuovo radicamento nel terreno di un’Italia sconfitta, affamata, disonorata e umiliata fino alla disperazione sociale seguito poi dallo sviluppo durante l’era democristiana, la sua “americanizzazione”. E poi “l’anomalia degli anni Ottanta” con una reazione repressiva avvenuta non tanto grazie allo Stato quanto nonostante e persino contro lo Stato, seguita da una guerra e una trattativa stato-mafia che sembra essere non una eccezione storica quanto una prassi ormai consolidata e quasi scontata.

Non si riescono a capire i tradimenti più recenti contro chi si impegna sul serio contro i mafiosi se non si ricorda che questi derivano dai precedenti tradimenti del 1943. Non si comprendono complicità e coperture di altissimo livello se non si tengono presenti i ruoli di normalizzazione e controllo sociale assegnati alla mafia dai “liberatori” di allora, che si pongono ancora oggi come i gendarmi del pianeta. Non si capisce la potenza della mafia senza inserirla nel contesto di flussi di droga e di capitali transoceanici. Ma soprattutto non si comprende la libertà d’azione e la tolleranza verso la “onorata società”, se prima non ci si rende conto dell’essenza – diremmo “antropologica” – della classe dirigente politica dell’Italia postbellica. Non è un caso se i due che hanno capito meglio e colpito più duramente la Mafia pur sapendo di dover morire, Falcone e Borsellino, fossero rispettivamente troppo a sinistra e troppo a destra ma comunque in un certo senso “fuori dal Sistema”. E lo erano non solo ideologicamente ma prima ancora umanamente. E non è neppure un caso se hanno pagato lo stesso prezzo di sangue.

Del resto, l’elenco dei complici più o meno compromessi appare così lungo e ramificato in tutti gli ambienti – politica, forze dell’ordine, magistratura, clero, mondo degli affari, media, servizi, finanza – da ricordare, nella più blanda delle ipotesi, la massa codarda e opportunista degli ignavi dell’inferno dantesco.     

Evidentemente, il concetto stesso di Stato della dirigenza fascista, che dopo aver scompaginato, martellato e messo in fuga la Mafia siciliana, si apprestava a dare l’assalto risolutivo al latifondo, vero brodo di coltura del fenomeno, è antitetico a quello della classe politicante del dopoguerra, che la Mafia ha non solo tollerato o ignorato, ma in gran parte utilizzato e assorbito fino ad altissimi livelli.  Non si tratta di differenze solo ideologiche e teoriche, ma piuttosto di impostazioni fondamentali che implicano per il nostro popolo, scelte strategiche e destini diametralmente opposti.

Chiaramente, in questo come in altri casi, non si può trovare un compromesso tra le due opzioni. Se la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi, la guerra alla Mafia non fa eccezione: la politica fascista portava al suo annientamento, la politica antifascista ha preparato il suo trionfo storico.

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