Kierkegaard, nonostante non sia mai appartenuto ad una corrente filosofica predefinita, può essere considerato per questo un filosofo “a sé stante” collocabile in nessun movimento della prima metà del XIX secolo. L’unica influenza potrebbe essere pervenuta dal professore universitario di filosofia più famoso della prima metà dell’800, ovvero Hegel.

Dopo la sua morte, gli allievi del massimo esponente dell’Idealismo Tedesco si divisero in due schieramenti nettamente contrapposti. Gli esponenti della “Destra Hegeliana” rimanevano fermi sulle tesi relativa all’impianto logico della metafisica, mentre coloro che facevano parte della “Sinistra Hegeliana” diedero un forte impulso alla politica, l’economia, interpretando la visione hegeliana dello spirito come una “Teologia Razionalizzata”.

Kierkegaard potrebbe aver interpretato la visione “religiosa” di Hegel in una prospettiva positiva, soprattutto sull’impianto teologico. Lo stesso pensatore danese si definì come uno scrittore religioso piuttosto che come un filosofo. Egli si mostra contrario ad Hegel nell’impianto sistematico, sostenendo che il cristianesimo sia un paradosso, mentre la filosofia ha una funzione di mediazione. L’uomo può essere compreso solamente se si va oltre la prospettiva individuale proposta da Hegel, che vedeva il singolo come una manifestazione interna dell’Assoluto.

Kierkegaard sostiene che il criterio della realtà si racchiuda solamente nel singolo superiore ad ogni tipo di “Spirito” o l’Assoluto hegeliano. Non si pone il problema del principio della realtà, ma “di come la realtà esiste e vive”, in una verità assoluta rappresentata dalla figura di Gesù Cristo, massimo “singolo” da sempre presente in tutto il reale. La dialettica viene resa ad un mero rapporto di fede che lega l’uomo a Dio, che da una parte pone l’uomo in contrasto con le forze sensibili, percettive, e gli dona un’irrazionalità (non esiste una dimostrazione alla fede) carica di quel raziocinio puro per trovare “il bene” o “l’amore” in tutte le cose. La differenza che espone Kierkegaard a livello di tesi filosofica contro il razionalismo della Grecia Classica, riguarda la differenza fra chi è cristiano e chi è Socrate.

Il fisico e filosofo greco sosteneva che “il peccato” è fonte dell’ignoranza, mentre il cristiano conosce e, nonostante l’errore, è profondamente al corrente di ciò che può essere realmente peccato. Nient’altro che una volontà che opta contro i principi imposti da Dio. Kierkegaard sostiene che la giustizia definita da Socrate è frutto di un “grossolano paganesimo” mentre l’uomo ha l’opportunità di avere quel contatto “mistico” col divino, il passaggio dalla fisicità alla trascendenza, il passaggio alla dimensione dell’essenza da sempre ricercata dai filosofi con dimostrazioni e “accessioni” attraverso l’arte del pensare alla Metafisica, la dimensione extrafenomenica prodotta dall’uomo per concentrare la sua interiorità.

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