Tempo fa presi una decisione che ancor’oggi mi pare opportuna: non rimanere in silenzio se le mie congeneri, per rivendicare la propria “modernità”, avessero sottolineato una presunta condizione femminile passata, di assoluta ed inerme sottomissione. Fanciulle e donne, soprattutto del vituperato Medioevo, “tutta casa o tutto convento”, dove casa e convento altro non sarebbero stati che luoghi di sopraffazione.

Non voglio negare che in certi periodi storici molte delle numerose vocazioni, sia maschili che femminili, fossero di origine familiare più che divina.

Elena Cassandra Tarabotti non inventa nulla nel suo Inferno monacale quando denuncia che molte, come lei, al velo non avrebbero nemmeno pensato se le famiglie non lo avessero fatto per loro. Tante delle “monache per forza” rimanevano intrappolate in una vita che odiavano e tante, come estrema e modernissima ribellione, tra una grata e l’altra, ne combinavano di cotte e di crude, anticipando di secoli le intemperanze di quella rivoluzione sessuale che pensiamo di aver inventato noi!

Non mancano i casi clamorosi, come quello di Filippo Lippi (1406) che, frate dalla vocazione incerta, intento a lavorare a La Madonna della Cintola, nel monastero di Prato, si ritrovò, proprio lì, proprio quel giorno, a pensare a ben altre madonne e quando gli passò davanti una suora entusiasta precisamente come lui della vita religiosa, certa Lucrezia Buti (la Salomè di un suo futuro affresco) decise, in un breve scambio di occhiate, che il monastero toscano avrebbe dovuto far a meno di tanta bellezza.

Il tempo di aspettare proprio la processione della sacra Cintola e sia Lucrezia che la di lei sorella, seguite da tre amiche, salutarono in un lampo monastero, false vocazioni ed imposizioni genitoriali.

A riprova della verve, talora peccaminosa, delle nostre e dei nostri antenati, ma anche dello sforzo della Chiesa per capire e riparare, c’è la risposta del pittore al povero Pio II che, giustamente, dopo aver annullato con carità paterna i poco sinceri voti religiosi di entrambi, invitava la coppia al matrimonio: “Io”, disse più o meno Filippo, “delle questioni che riguardano i miei appetiti sessuali faccio quel che caspita mi pare. La Lucrezia non la sposo e tu fatti gli affari tuoi!”

Roba da far impallidire di invidia sessantottini, modernisti ed anticlericali di oggi!

È appena il caso di chiarire che prima di Filippo e di Lucrezia e per tutto il Medioevo, la vita delle donne si è svolta quasi in antitesi con quel che si pensa oggi, distante anni luce da quel modello, (in realtà ottocentesco, certamente non medioevale) angelicato ed edulcorato fino alla melassa, di mogli tristemente sottomesse alle violenze patriarcali e mantenute dai mariti, di madri sacrificali e di quasi uniche educatrici dei figli.

Se vorrete leggermi ancora scoprirete come, proprio nel Medioevo dei cavalieri, dei santi e degli artisti, non si era affatto perso il senso delle cose del mondo, della vita terrena, dell’importanza, anche se relativa, della ricchezza, della materia, del lavoro e della carnalità.

E le donne in quel mondo molto concreto giocavano un ruolo non marginale, se è vero come è vero che, ad esempio, la dote della ragazza era spesso attesa dal futuro sposo per intraprendere, spessissimo insieme, una attività lavorativa; che le donne maltrattate sovente lasciavano il marito per poter contrattare un loro ritorno, a condizione che fossero maggiormente rispettate, che la Chiesa aveva una visione tutt’altro che oppressiva della sessualità… Un mondo eccezionalmente vivace, dinamico e talora sorprendente che vi permetterà davvero di mettere a tacere chi oserà ripetere di fronte a voi: “Non siamo mica nel Medioevo!”.

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