Alla fine, dopo tanti strepiti e scontri, l’Eurogruppo è riuscito a pubblicare una bozza di intesa.

Cosa resta della linea proposta dal Governo Italiano? Poco, se non quasi nulla. Il fronte del Nord ha sostanzialmente tenuto.

Olanda, Germania, Austria, Finlandia proponevano un pacchetto di intervento economico privo di mutualizzazione dei debiti e incentrato sull’utilizzo del MES, e tanto hanno ottenuto.

Dei famosi eurobond – che pure rifiutiamo come soluzione, data l’implicita cessione di sovranità fiscale comportata da un’emissione comune del debito – sbandierati dal nostro governo come soluzione alternativa, per il momento nessuna traccia. Solo un riferimento alla proposta francese di un “Recovery Fund”, proposta però ancora tutta da dettagliare.

Analizzando più in particolare la bozza di accordo pubblicata dal comunicato del Consiglio dell’Unione Europea, possiamo vedere quindi che il pacchetto si fonda essenzialmente su 3 elementi più 1, ovvero:

  • il MES: elemento principe dell’intesa raggiunta. Nella proposta si dice che il MES potrà concedere finanziamenti fino a un totale di 240 miliardi, concedendo ad ogni nazione fino al 2% circa del proprio PIL del 2019. Le famose condizionalità? Il testo, come sovente accade presso gli arcana europei, è ambiguo poiché se da una parte sembra indicare che la procedura di acquisizione dei fondi sia automatica, nel caso si dichiari di doverli impiegare per far fronte ad aumenti di spesa sanitari, dall’altro recita anche che: “Successivamente gli Stati Membri dell’area euro resteranno impegnati al rafforzamento dei fondamentali economici e finanziari, coerentemente con il quadro di sorveglianza e coordinamento fiscale dell’UE“. Inoltre, è similmente asserito che la proposta è: “basata sull’esistente linea di credito precauzionale ECCL aggiustata alla luce di questa specifica sfida”.

Per chi non lo sapesse ECCL sta per Enhanced Conditions Credit Line e nella ESM – Guideline on Precautionary Financial Assistance (sostanzialmente il regolamento del MES) è indicata quale forma di intervento soggetta a maggiori condizionalità; l’altra, quella appena più blanda – ma non menzionata dal testo dell’Eurogruppo – è la PCCL Precautionary Conditioned Credit Line.

Sarà anche bene osservare come all’Art. 2.4 della Guideline è indicato per la ECCL che: “I Membri beneficiari del MES dovranno, dopo consultazione con la Commissione Europea e con la BCE, adottare misure correttive indirizzate alla risoluzione delle sopra menzionate debolezze [… ] Il monitoraggio del rispetto dei criteri di eleggibilità e di ogni misura correttiva dovrà essere garantito dalla Commissione Europea, in liaison con la BCE e in linea con quanto previsto dall’Art. 5″. Art.5 che è intitolato “Enhanced Surveillance” ovvero “Sorveglianza Rafforzata” e che, tra le altre cose recita: “Un Membro del MES sotto sorveglianza rafforzata dovrà, in consultazione e cooperazione con la Commissione Europea, agendo in liaison con la BCE, le Autorità Europee di Supervisione e l’ESRB (European Systemic Risk Board), e dove appropriato con il Fondo Monetario Internazionale, adottare misure rivolte a risolvere le fonti, o le possibili fonti, di difficoltà”.

Insomma, per tirare le fila del discorso, quello che è scritto nero su bianco è un MES con condizionalità piene, il che significa, traducendo dal burocratese di Bruxelles, che se l’Italia dovesse richiedere al MES 36 miliardi di euro (ca. il 2% del nostro PIL del 2019), questi andrebbero rimborsati alla greca, ovvero sotto sorveglianza della Troika (Commissione – BCE – FMI), tramite interventi di misure correttive. Leggi, una manovra finanziaria, nel 2021 o 2022, lacrime e sangue, fatta per reperire velocemente questi 36 miliardi da rimborsare con, alternativamente:

  • tagli lineari della spesa dello stato (vedasi i tagli delle pensioni o della spesa sanitaria che hanno conosciuto i greci, o l’esperienza della legge Fornero);
  • un’imposta patrimoniale per drenare ricchezze dalle famiglie italiane (vedasi l’esperienza dell’IMU del governo Monti);
  • un aumento dell’IVA e/o di accise varie (come già avvenuto nel 2014);
  • dismissione delle partecipazioni pubbliche in aziende strategiche e ad alta capacità reddituale (ENI e altre partecipate di pregio di Cassa Depositi e Prestiti);
  • un mix di tutte le soluzioni di cui sopra.

Il risultato sarebbe qualche milionata di italiani in mezzo alla strada e una nazione spogliata dei suoi ultimi gioielli industriali, il tutto sacrificato, ancora una volta, sull’altare della stabilità dell’area euro e della “solidarietà europea” (come ha avuto la faccia tosta di twittare il Commissario Europeo, il Conte Paolo Gentiloni Silveri)

  • Il SURE: ovvero il secondo strumento approvato sotto forma di contributo comune, gestito dalla Commissione Europea all’interno del budget dell’UE, alle varie forme nazionali di cassa integrazione e sostegno alla disoccupazione. L’impegno dovrebbe essere di 100 miliardi che però, sempre leggendo il comunicato dell’Eurogruppo, sarebbero concessi sotto forma di prestiti fatti ai singoli Stati Membri. Di questi 100 miliardi, solo 25 sono garantiti da garanzie comuni emesse da parte singoli Stati Membri, pesati per il PIL. Il SURE riesce così nella singolare impresa di essere, per 3/4, uno strumento capace di sommare tutti gli aspetti negativi derivanti da strumenti di mutualizzazione del debito (ovvero cessioni di sovranità e competenze politiche-amministrative proprie degli Stati a favore della Commissione), con quelli negativi derivanti da strumenti di non mutualizzazione (il debito resta, in prevalenza, in capo ad ogni stato richiedente). Uno strumento insomma che ammazza tanto la capra quanto il cavolo.
  • La BEI: si parla poi di 200 miliardi mobilitati da parte della Banca Europea degli Investimenti, quale terzo strumento. In realtà, l’intervento della BEI dovrebbe limitarsi ad una seconda tranche di 25 miliardi di garanzie concesse alle banche che concedono liquidità alle imprese, da sommarsi con altri 40 miliardi di garanzie e fornitura di provvista bancaria, già predisposti. I 200 miliardi sono solo una stima di possibili altri finanziamenti mobilitati per effetto leva a seguito dell’intervento. In totale, perciò, 65 miliardi di finanza agevolata concessi alle imprese europee tramite il canale bancario. Poca cosa se paragonati ai 200 miliardi di intervento SACE concesso tramite forme tecniche similari alle imprese italianae (a controprova che uno Stato come l’Italia, se volesse, avrebbe a disposizione tutti i mezzi per affrontare questa crisi).
  • Il Recovery Fund, ovvero il quarto elemento entrato nell’accordo su insistenza francese ma ancora privo di qualunque determinazione e rimandato a venir definito in successive discussioni. Senza questo Recovery Fund, il pacchetto MES-SURE-BEI avrebbe rispecchiato praticamente al 100% le proposte del fronte del Nord. Il ministro francese Le Maire ha già esultato e parlato di una dotazione di 500 miliardi (ancora però tutti da negoziarsi e da mettersi sul tavolo), da destinarsi ad investimenti per la ripresa dai danni economici causati dalla crisi. Il Fondo, che dovrebbe ricevere provvista “tramite il bilancio della UE” è chiaramente una riproposizione degli eurobond sotto mentite spoglie. Perciò, quello che ci si potrà aspettare dalle discussioni circa il regolamento del Fondo, sarà un nuovo scontro Nord – Sud da cui alternativamente potranno uscire le due seguenti soluzioni:
    • un fondo controllato dalla Commissione (o da un nuovo board di ignoti tecnocrati nominati ad hoc), che non emette titoli di debito mutualizzato, ma che concede prestiti ai singoli Stati Membri;
    • un fondo controllato dalla Commissione UE (o da un nuovo board di ignoti tecnocrati nominati ad hoc), che emette titoli di debito mutualizzato.

Nel prima caso si riavrebbe lo sgradevole risultato dello SURE, ovvero di accrescere le competenze in materia fiscale della Commissione o di qualche suo organismo affine, senza ottenere per di più un efficace alleggerimento della situazione di finanza pubblica italiana.

Nel secondo caso si avrebbe invece uno strumento assimilabile agli Eurobond. Verosimilmente, vista la capacità di resistenza delle nazioni del Nord, il risultato sarà un ennesimo compromesso tra le due soluzioni, ovvero un Fondo gestito a livello comunitario con emissioni di debito cogarantite da parte degli Stati Membri, ma solo con un livello di copertura parziale.

Da parte nostra deploriamo che il Governo Italiano, si sia prestato e si presti ancora a questa ignobile farsa.

Il Governo Italiano si era detto contrario ad approvare una soluzione fondata principalmente sul MES. Ancorché, come visto, i negoziati non siano terminati, al momento l’unico dato certo è che il pilastro del pacchetto uscito dall’Eurogruppo e controfirmato dal ministro Gualtieri è proprio il MES. Così facendo si espone l’Italia e tutti gli italiani allo stesso destino di miseria già visto in Grecia

Inoltre, tutti gli strumenti attualmente definiti dal pacchetto europeo risultano a nostro avviso:

  • a livello qualitativo gravemente insidiosi per quei residui di sovranità e capacità di azione che ancora hanno le politiche fiscali delle singole nazioni europee; oltre che impiegabili tramite meccanismi di complesso funzionamento, burocrazie e condizionalità di ogni genere e sorta;
  • a livello quantitativo gravemente insufficienti per affrontare l’attuale crisi; infatti anche includendo nel conteggio gli ipotetici 500 miliardi del Recovery Fund, si avrebbe un pacchetto complessivo di ca. 900 miliardi per tutto il continente (contro i 2.000 miliardi di dollari già approvati dagli Stati Uniti).

Come possibile alternativa tra queste malevoli sponde, quella della perdita di ogni sovranità e della perdita di ogni capacità di sopravvivenza economica (o di entrambe), agendo come tra Scilla e Cariddi, non possiamo che ribadire quella che, a nostro avviso, è l’unica soluzione degna dell’Italia e capace di ridare speranza agli italiani:

  • cessare di rivolgerci all’UE;
  • far emettere al Ministero del Tesoro una serie particolare di BTP. Tale emissione dovrebbe avere le seguenti caratteristiche:
    • essere acquistabili sul mercato primario da parte di Banca d’Italia;
    • essere a rendimento 0%;
    • essere perpetui e privi di scadenza o essere emessi con scadenze a 50 anni e impegno di riacquisto a scadenza da parte della Banca d’Italia.

Nel caso Banca d’Italia non dovesse ricevere l’avallo da parte dell’Eurosistema ad agire in tal senso, non potremo che prenderne atto e, conseguentemente, Banca d’Italia dovrà abbandonare il SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali).

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