La crisi delle Forze Armate italiane non è cosa recente, ma affonda le sue radici nella storia degli ultimi tre quarti di secolo. Fino alla fine del millennio, in particolare, l’Italia aveva Forze Armate a coscrizione obbligatoria, con pochissime componenti professionali pure. Anche tra gli Ufficiali, vale a dire tra coloro che rappresentano la struttura portante dell’Istituzione, il ricorso a personale di complemento, o dal complemento passato in servizio permanente (il cosiddetto “Ruolo Speciale”- RS) previo superamento di un concorso, era generalizzato. Si trattava comunque di personale preparato, non essendo il superamento di tale concorso una bazzecola. In ogni caso, solo per le figure destinate ad assumersi, con la carriera, responsabilità dirigenziali, si ricorreva ad Ufficiali del “Ruolo Normale”, vale a dire passati attraverso l’iter selettivo e formativo dell’Accademia Militare, e poi della Scuola d’Applicazione e della Scuola di Guerra.  L’Ufficiale d’Accademia era, così, quasi una mosca bianca anche in molti reparti operativi, nei quali molte minori unità (plotoni e compagnie) erano comandate da Ufficiali di complemento o comunque del RS, a conferma della loro sostanziale validità.

Quanto alla truppa, era costituita da giovani chiamati alle armi con una preparazione all’impiego operativo piuttosto superficiale, per forza di cose dato il breve tempo a disposizione per affrontare attività comunque complesse.  

Ma un problema ulteriore era rappresentato dalla percezione dell’importanza dello strumento militare da parte dell’opinione pubblica, condizionata a ritenerlo marginale, se non a supporto di altre istituzioni per affrontare situazioni critiche per lo più “interne”. Questo stato delle cose ha portato ad una continua diminuzione delle risorse per una realtà che si riteneva sostanzialmente poco utile, riducendo sempre più le possibilità di addestramento per il quale venivano negati fondi, poligoni, aree addestrative in un vero e proprio crescendo rossiniano.

Arriviamo così all’inizio del millennio ad un punto di svolta: come in tutti i paesi occidentali si decide di trasformare l’Esercito[1] in senso professionale per far fronte ad una nuova missione: l’esportazione della democrazia all’estero e non semplicemente la difesa della soglia di casa. Da Esercito di coscritti, insomma, ad Esercito di professionisti, nel malinteso che la qualità possa sostituirsi alla quantità per un impiego nel quale tra i principi dell’”Arte della Guerra” che si insegnano in tutto il mondo la Massa continua ad avere un ruolo primario. Venne così stabilito, al termine di un processo di ridimensionamento durato anni, che le FA italiane dovessero arrivare ad assommare 150 mila uomini di cui solo 90 mila per l’Esercito, la Forza Armata di riferimento. Quest’ultima, inoltre, veniva privata dell’Arma dei Carabinieri in ossequio al principio bufala della priorità dell’impiego di Polizia rispetto a quello militare puro, mentre l’Arma veniva portata, da sola, ad oltre 120 mila uomini che, in aggiunta ad altrettanti della Polizia di Stato e circa 60 mila della Finanza, e senza contare altre polizie minori e locali, assicurano all’Italia una componente di Ordine Pubblico estremamente importante. Il mito della corruzione italiana e della nostra criminalità congenita che non ci dovrebbe lasciare il tempo di curare i nostri interessi all’estero (con le Forze Armate, quindi) è così servito.

Con tale provvedimento, insomma, si buttò il bambino con l’acqua sporca, arruolando infatti per un impiego che richiede energia ed una certa dose di spregiudicatezza giovanile, personale destinato ad “invecchiare” col fucile in mano. Personale che, contemporaneamente e conseguentemente, era destinato ad un progressivo imborghesimento dovuto all’età che avanza, alle esigenze della famiglia che si costituisce e ai problemi connessi con un menage casalingo che non può adattarsi più di tanto ad un’attività che presuppone trasferimenti, lunghi periodi di impiego lontano dai propri cari, ecc. Le conseguenze di questa situazione assurda le vediamo oggi con la pretesa di sindacalizzare le Forze Armate, con un provvedimento ideologico di portata epocale che tende a snaturarle. Forse non inconsapevolmente.

Insomma, quanto sopraindicato vuole semplicemente evidenziare quale è stato il sostrato sul quale si sono innestati successivamente molti dei provvedimenti che ci portano alla situazione attuale, alla quale si deve certamente porre rimedio, nella consapevolezza che non c’è Sovranità che tenga senza uno strumento militare che la rappresenti e la difenda.

Ma si tratta di un problema molto serio e complesso, che richiederebbe interventi a giro d’orizzonte impossibili da trattare prescindendo da analisi tecniche che devono essere affrontate dagli addetti ai lavori. In linea di principio, invece, quello che credo sia possibile a livello concettuale è individuare i macro-problemi da risolvere, avendo però chiaro che non sono di facile soluzione anche per l’impatto sociale che potrebbero avere.

Uno di questi riguarda la già citata esiguità dello strumento, con particolare riferimento all’Esercito. 90 mila uomini sono pochini, tenuto conto che a differenza delle forze di Polizia una Forza Armata è, per esigenze operative e per la complessità delle funzioni ad essa destinate, una struttura molto gerarchizzata e sfaccettata, nella quale buona parte del personale è destinato a funzioni di Comando e controllo, Comunicazioni, logistiche, scolastiche, addestrative, incomprimibili. Anzi.

In sostanza, in un Esercito di 90 mila uomini quelli materialmente impiegabili sul campo in ruoli esecutivi (col fucile in mano, per intenderci) non possono superare 1/3, 1/4 del totale. E il tutto dovrebbe essere sostenibile nel lungo periodo, fino alla fine dell’emergenza, cosa impossibile in caso di impieghi onerosi in termini di risorse utilizzate, tra cui le vite dei militari.

Ad integrazione di tale componente, quindi, una limitata componente di leva, per tre o quattro Brigate (15-20 mila uomini), da impiegare in compiti meno impegnativi come quelli di supporto alle Forze dell’Ordine o per alimentare la componente professionale con personale già scremato, a questo punto, potrebbe essere quindi opportuna; ma non si può ignorare che per una funzione che implica selezione, chiamata, ricezione, vestizione, accasermamento, vettovagliamento di personale sempre nuovo servono strutture e strumenti che abbiamo in buona parte perso, a partire dai Distretti Militari. E dalle caserme, molte delle quali ormai dismesse ed inutilizzabili. Insomma, non credo che sia possibile procedere ad una ripresa della leva senza investimenti significativi.

Una soluzione ottimale, per integrare in un primo tempo e poi per rimpolpare la componente “professionale” dell’Esercito, ma difficile da percorrere in un paese che aborrisce ogni accenno al precariato, è quello di una ferma limitata a tre, massimo sei anni, per chi ne faccia domanda. Una soluzione del genere potrebbe essere percorribile anche a fronte della presumibile crisi occupazionale dei prossimi anni, offrendo ai giovani che lo vogliano un impiego a tempo determinato, e non rinnovabile a meno di casi eccezionali da valutare di volta in volta. Con i giovani in uscita da questo impiego, si potrebbero così ricostituire delle riserve effettivamente operative, da richiamare per periodici aggiornamenti ed alle quali assicurare  alcuni dei pochi benefit rimasti ai militari in servizio, come la fruizione dei pochissimi circoli sopravvissuti alla furia iconoclasta dei moralizzatori antimilitaristi che ha dato il peggio di sé negli ultimi tre decenni.

Ciò detto, riterrei quindi prima di tutto necessario invertire urgentemente l’attuale decremento dell’Esercito portandolo ad una forza decisamente superiore all’attuale, auspicabilmente dell’ordine delle 120 mila unità circa, almeno. Ma si tratta di un argomento che non può essere affrontato a colpi d’accetta e deve soprattutto tenere conto di esigenze di fattibilità che non si possono banalizzare. Tra queste, la necessità – di segno contrario – di “smaltire” (si perdoni il termine crudo) molti dei militari di truppa più anziani di cui accennerò oltre. E poi, ci sarebbe la necessità di rendere più attrattiva la professione militare, per incentivare domande di arruolamento che, da quando ha cominciato a venire meno l’impiego impegnativo e rischioso in Afghanistan per essere sostituito da quello ripetitivo e frustrante di Strade Sicure, è in drammatico calo.

Nella componente più operativa, dovrebbe poi essere potenziata la componente corazzata e pesante, ridotta al lumicino con la scusa delle “operazioni di pace” e si dovrebbero ripristinare le scorte, letteralmente “mangiate” da decenni di operazioni fuori area senza finanziamenti sufficienti a sostenerle.

Sarebbe necessario inoltre rivitalizzare capacità trascurate negli ultimissimi decenni e fondamentali, come la componente sanitaria militare, che si è dimostrata fondamentale in Afghanistan e che si conferma importantissima ancorché sottodimensionata con l’esplodere dell’epidemia del coronavirus. In sostanza, all’unico Policlinico Militare del Celio ritengo che dovrebbero aggiungersi altri 2 o 3 Ospedali militari con le stesse potenzialità nel resto del territorio, almeno nelle maggiori città. Si tratterebbe, insomma, di un parziale ma necessario ritorno all’antico.

Un altro argomento importante riguarda la Riserva, strumento indispensabile per assicurare sostenibilità a impieghi prolungati nel tempo e “usuranti”. Infatti, la riserva che ci era assicurata ai tempi della Leva da un complesso meccanismo che consentiva di tracciare i congedati, di richiamarli per addestramento e anche di farli avanzare nei gradi, non esiste più se non nella cosiddetta “riserva selezionata” finalizzata però ad assicurare professionalità non militari per compiti non operativi (giornalisti, laureati in scienze politiche, avvocati, laureati in economia, ecc..) nelle cosiddette operazioni “di pace”. Per assicurare invece il ricambio o il rinforzo delle componenti operative vere e proprie è necessaria una riserva diversa, prevalentemente fatta da giovani già addestrati e selezionati. In questo, il ricorso alla leva o alla forma di servizio “precario” citato in precedenza dai quali trarli è imprescindibile.

Quanto al modello della Nazione Armata al quale molti fanno riferimento, come quello svizzero o dell’ex Jugoslavia, si tratta di un’idea seducente ma difficile da attuare. Non si potrebbe trattare di un’alternativa all’Esercito attuale, ma di una realtà ad esso complementare, stante la necessità comunque di una componente professionale idonea ad utilizzare procedure e mezzi sempre più complessi. Insomma, si dovrebbero avere due linee di comando, due strutture di formazione, logistiche, di comunicazione.  Si tratterebbe anche qui di partire da zero per realizzare quello che non c’è, ma non sarebbe né facile né a buon mercato: a meno che non si pensi che basti un po’ di addestramento al tiro e qualche lezione di ordine chiuso in cortile per avere un’unità moderatamente affidabile, ancorché per compiti di basso livello. E’ certamente un’idea seducente, dicevo, ma deve essere sfrondata dalla tentazione, da parte di molti non-militari invaghiti della militarità, di ritagliarsi un ruolo con le stellette al quale dedicare il proprio tempo libero. Insomma, non deve essere lasciato spazio a quella specie di “grillismo” trasversale che porta anche molti dei favorevoli alle Forze Armate a ritenere che “la guerra sia una cosa troppo seria per lasciarla fare ai Generali”, propendendo per un approccio dilettantesco destinato a non rappresentare molto più di un hobby di lusso.

Detto questo, un problema molto difficile da risolvere è poi quello del complessivo invecchiamento dello strumento. Un errato riferimento alle forze di Polizia, già basate su personale “professionale”, nonché femminile, al momento della professionalizzazione dell’Esercito ha portato infatti al transito nel “servizio permanente” anche gli incarichi della truppa, nell’intesa che per fare le “operazioni di pace” anche un 50enne con lo schioppo sarebbe stato sufficiente. Ma questo non è vero, come si è visto parzialmente nelle nostre operazioni e come fa presagire lo scenario conflittuale che ci circonda. Il Soldato, insomma, deve essere giovane e scavezzacollo. E rassegnato ad una sobria e decorosa precarietà, a meno di diventare immancabilmente un peso quando la pancetta avanza. Quindi è necessario cercare di smaltire i più anziani, tentativo intrapreso anche da qualche governo precedente (non gli ultimi due che sono di quanto più a-militare possa essere concepito), ma si tratta di uno sforzo inutile se la consapevolezza di tale esigenza non è unanimemente accettata. Si tratterebbe infatti di dirottare in altre amministrazioni, dove un 50enne affidabile potrebbe dare ancora molto, chi non è più nell’età e nelle condizioni fisiche di fare il passo del leopardo. Ma appunto, è questo un problema non indifferente, per il quale non esistono soluzioni facili e a buon mercato.

Insomma, le Forze Armate fanno quello che possono in un paese che non brilla per attenzione per le stesse e per la disponibilità di una politica estera matura che ne motivi l’esistenza. Normalmente, anzi sistematicamente, si fanno apprezzare in ambito internazionale per efficienza e per una serietà e disponibilità all’impiego che contraddicono molti degli stereotipi che come Italiani ci portiamo nello zaino, ma hanno bisogno di essere aiutate a ripristinare capacità e risorse che negli ultimi lustri si sono assottigliate pericolosamente. Chi le ama e ne vuole approfondire vulnerabilità e punti di forza per migliorarle deve però esercitare prudenza e buonsenso, partendo dal presupposto che in una materia di tale complessità i sogni pindarici di chi crede che si possa partire da un foglio bianco per tracciare la rotta del futuro commette un errore madornale. Le Forze Armate sono prima di tutto, infatti, uomini, con i loro sogni, le loro aspirazioni e le loro capacità, delle quali è necessario tenere conto.  E sono come un treno in movimento, che non può fermarsi per sostituire una ruota o per rinnovare un vagone sgarrupato. Sono interventi che devono quindi essere effettuati in corsa, con tutte le difficoltà del caso, tra cui quella di evitare un deragliamento del quale pagherebbe lo scotto tutta l’Italia.

*Il Generale di Corpo d’Armata (ris.), Marco Bertolini, è nato a Parma il 21 giugno 1953. Figlio di Vittorio, reduce della battaglia di El Alamein, dal 1972 al 1976, Marco Bertolini ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola di Applicazione d’Arma di Torino. Nel 1976, con il grado di Tenente, è stato assegnato al il IX Battaglione d’Assalto Paracadutisti Col Moschin – una delle unità di elite delle Forze Armate italiane – del quale, per ben due volte (dal 1991 al 1993 e dal 1997 al 1998), è stato comandante.

Già comandante, dal 1999 al 2001, del Centro Addestramento Paracadutismo, dal 2002 al 2004 è stato posto al comando della Brigata Paracadutisti Folgore per poi assumere il comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) e, successivamente, quello del Comando Operativo di vertice Interforze (COI). Dal luglio del 2016 Marco Bertolini ha cessato il suo servizio attivo nelle Forze Armate. Attualmente è Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.


[1] Quanto riferito all’Esercito è parzialmente sovrapponibile alle altre due Forze Armate (Marina e Aeronautica), fatti i debiti distinguo per la maggiore componente tecnologica del loro impiego.

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